giovedì 24 gennaio 2013

L'economia digitale

Sul Corriere della Sera di oggi nell'articolo intitolato "L'economia del Prozac" a firma di Giovanni Sartori si dice che dopo l'economia agricola, la rivoluzione industriale e la società dei servizi è in arrivo una quarta rivoluzione industriale che sembra ancora più radicale di tutte quelle che l’hanno preceduta e che si potrebbe chiamare "rivoluzione digitale". In questo contesto un prodotto viene disegnato su un computer e poi stampato su una stampante 3D che a sua volta produce un conforme oggetto solido fondendo assieme successivi strati di materiali.

E' già un po' di tempo che mi capita di leggere di questa stampante che produce oggetti tridimensionali. Mi sembra che ne abbiano parlato anche in qualche programma televisivo. Ora non ho capito bene come funzioni e quali oggetti si possano stampare oggi e dove si potrebbe arrivare in futuro. Sarà possibile stamparsi un'auto o magari la casa?

Potrebbe accadere davvero che tra non molto tempo invece di andare a comprare un oggetto ce lo stamperemo e/o andremo in un negozio dove ce lo stamperanno? 


Sartori dice di essere troppo vecchio per capirne il funzionamento ma si domanda che fine farà, in questo radioso futuro, l’occupazione o meglio la disoccupazione. 

Ora è certo che se il futuro andrà in questa direzione, ma è troppo presto per dirlo, perché talvolta certe innovazioni che sembrano grandiose non hanno seguito, le implicazioni sull'economia non potranno che essere enormi, appunto si tratterà di una rivoluzione. 

E' ovvio che sarebbe sempre meno necessario il lavoro manuale. Avremmo certamente ancora bisogno di creativi, di tecnici, di professionisti, ma sempre meno di operai. La rivoluzione industriale aumentò la richiesta di manodopera che si trasferì dall'agricoltura all'industria, ma già con la "società dei servizi" la richiesta di manodopera diminuì. Con la "rivoluzione digitale" potrebbe ridursi ai minimi termini. Inoltre crollerebbero i prezzi, perché per produrre lo stesso  oggetto ci vorrebbe molto meno lavoro e meno tempo, e anche meno energia, sia per la produzione che per i trasporti di cui si avrebbe sempre meno bisogno, ricominciando a produrre sul posto, cioè il contrario della globalizzazione. 

Un nuovo modo di produrre coniugato con l'"economia verde" non potrebbe dare origine a un mondo migliore, meno stressante, meno inquinato, ma non per questo in decrescita?

Non mi intendo di economia, ma non è che si risolverebbero un sacco di problemi? 

Certo ci sarebbe il problema di dove impiegare la forza lavoro di cui la società non avrebbe più bisogno. Nel tempo libero?

Ma non si era già detto una trentina di anni fa, con l'avvento dell'era dei computer, che avremmo finito per lavorare meno tutti e per avere molto tempo libero a disposizione? Poi non è avvenuto, anzi. Ma potrebbe accadere in un prossimo futuro. Magari ci sarà una grande esplosione dell'"industria" del tempo libero che, insieme ai  servizi che saranno sempre necessari, assorbirà gran parte della forza lavoro.

Certo bisognerebbe riorganizzare il lavoro, la scuola, la formazione professionale, il tempo libero, e, nel complesso, l'intera società su basi completamente diverse. 

E' un'ipotesi. Certo  potrebbe anche crollare tutto, ma  perché non pensare positivo?

Sartori però non la pensa così e cita David Collinson, autore di "Prozac Leadership" , per il quale la cultura del pensiero positivo, molto di moda negli anni scorsi specialmente negli Stati Uniti, "premiando l’ottimismo ha indebolito la capacità di pensare criticamente, ha anestetizzato la sensibilità al pericolo" e ha finito per essere una delle cause della crisi che attanaglia l'Occidente.


I prossimi anni ci diranno chi ha ragione.

mercoledì 16 gennaio 2013

Fermare il declino

Ho votato per Renzi alle primarie del centro-sinistra, ritenendo che, nonostante l'origine democristiana,  rappresentasse l'unica novità accettabile nel panorama politico italiano. Purtroppo è andata come è andata e, d'altra parte, non si poteva sperare che andasse diversamente. 

Ora sono molto indecisa sul mio voto.

Ho letto i programmi del "M5S" di Beppe Grillo e di "Fare per Fermare il declino",  di Oscar Giannino, molto diversi tra di loro ovviamente, ma io sono un'eclettica e concordo con qualcosa sia dell'uno che dell'altro programma.  

Ho visto invece che il PD  non ha preparato neanche un programma sintetico da scaricare. Sul sito sotto la voce "il nostro programma" si trova "La carta d'intenti", che consiste in generiche affermazioni, e una serie di argomenti che rimandano a proposte risalenti anche al 2010.  Ho anche appreso che il PD presenterà alcuni dinosauri in circoscrizioni elettorali dove sono poco conosciuti e persino alcuni soggetti non particolarmente specchiati. Inoltre è quasi certo un accordo con Monti (Fini-Casini). Se pensano che vada bene così e che il popolo voti per fede facciano pure.

Alcuni amici di Facebook mi consigliano "Fare per fermare il declino".

Ora, anche volendo passar sopra alla tappezzeria con la quale si veste Oscar Giannino, che sicuramente denota qualche problema (!), ci sono diverse proposte di questo movimento che mi piacciono, ma anche altre che mi piacciono molto meno o per niente,  Inoltre il programma non è completo, in particolare non c'è alcun riferimento all'ambiente, che credo sia un fattore determinante anche al fine di combattere la crisi economica.

Ad ogni modo riporto sotto il programma preso dal sito di "Fermare il declino" e in corsivo le mie osservazioni.

Cosa ne pensate?


FERMARE IL DECLINO

I promotori:

Michele Boldrin, Paola Bruno, Sandro Brusco, Alessandro De Nicola, Silvia Enrico, Oscar Giannino, Andrea Moro, Carlo Stagnaro, Luigi Zingales

10 PROPOSTE

1 Ridurre l'ammontare del debito pubblico
2 Ridurre la spesa pubblica di almeno 6 punti percentuali del PIL nell'arco di 5 anni
3 Ridurre la pressione fiscale complessiva di almeno 5 punti in 5 anni,
4 Liberalizzare rapidamente i settori ancora non pienamente concorrenziali
5 Sostenere i livelli di reddito di chi momentaneamente perde il lavoro anziché tutelare il posto di lavoro esistente o le imprese inefficienti
6 Adottare immediatamente una legislazione organica sui conflitti d'interesse
7 Far funzionare la giustizia
8 Liberare le potenzialità di crescita, lavoro e creatività dei giovani e delle donne
9 Ridare alla scuola e all'università il ruolo, perso da tempo, di volani dell'emancipazione socio-economica delle nuove generazioni
10 Introdurre il vero federalismo con l'attribuzione di ruoli chiari e coerenti ai diversi livelli di governo

1
Ridurre l'ammontare del debito pubblico. E' possibile scendere rapidamente sotto la soglia simbolica del 100% del PIL anche attraverso alienazioni del patrimonio pubblico, composto sia da immobili non vincolati sia da imprese o quote di esse.

Anche? E gli altri modi?
Ci sono gli acquirenti?
Inoltre temo che si finirebbe per svendere.
La proposta mi trova poco d'accordo per quanto riguarda gli immobili, ancora meno per quanto riguarda le imprese. Mi pare peraltro che sia un po' di tempo che ci stiamo svendendo tutto quello che c'è di  buono; quanto a quello che non lo è,  non lo vuole nessuno.

Approfondimento
2
Ridurre la spesa pubblica di almeno 6 punti percentuali del PIL nell'arco di 5 anni. La spending review deve costituire il primo passo di un ripensamento complessivo della spesa, a partire dai costi della casta politico-burocratica e dai sussidi alle imprese (inclusi gli organi di informazione). Ripensare in modo organico le grandi voci di spesa, quali sanità e istruzione, introducendo meccanismi competitivi all’interno di quei settori. Riformare il sistema pensionistico per garantire vera equità inter—e intra—generazionale.

Perfettamente d'accordo per quanto riguarda i costi della casta politico-burocratica e i sussidi alla imprese, meno d'accordo sul resto.
Il sistema pensionistico è già stato riformato abbastanza e considerato che non si possono andare a riprendere i soldi elargiti nel passato ai pensionati baby non so cosa altro ancora  si potrebbe fare oggi: rinviare fin da subito tutti i pensionamenti al raggiungimento del 70° anno di età? E i giovani quando comincerebbero a lavorare, alla soglia della vecchiaia?  Quanto alla sanità e all'istruzione vanno certamente rese più efficienti, eliminando tutti gli sprechi, e non solo; non capisco invece  cosa si intenda per meccanismi competitivi all'interno dei settori.

Approfondimento
3
Ridurre la pressione fiscale complessiva di almeno 5 punti in 5 anni, dando la priorità alla riduzione delle imposte sul reddito da lavoro e d'impresa. Semplificare il sistema tributario e combattere l'evasione fiscale destinando il gettito alla riduzione delle imposte.

Perfettamente d'accordo

4
Liberalizzare rapidamente i settori ancora non pienamente concorrenziali quali, a titolo di esempio: trasporti, energia, poste, telecomunicazioni, servizi professionali e banche (inclusi gli assetti proprietari). Privatizzare le imprese pubbliche con modalità e obiettivi pro-concorrenziali nei rispettivi settori. Inserire nella Costituzione il principio della concorrenza come metodo di funzionamento del sistema economico, contro privilegi e monopoli d'ogni sorta. Privatizzare la RAI, abolire canone e tetto pubblicitario, eliminare il duopolio imperfetto su cui il settore si regge favorendo la concorrenza. Affidare i servizi pubblici, incluso quello radiotelevisivo, tramite gara fra imprese concorrenti.

D'accordo in parte. Su trasporti, poste e telecomunicazioni mi sembra che delle privatizzazioni siano già state fatte, ma con risultati poco esaltanti. 

Approfondimento
5
Sostenere i livelli di reddito di chi momentaneamente perde il lavoro anziché tutelare il posto di lavoro esistente o le imprese inefficienti. Tutti i lavoratori, indipendentemente dalla dimensione dell'impresa in cui lavoravano, devono godere di un sussidio di disoccupazione e di strumenti di formazione che permettano e incentivino la ricerca di un nuovo posto di lavoro quando necessario, scoraggiando altresì la cultura della dipendenza dallo Stato. Il pubblico impiego deve essere governato dalle stesse norme che sovrintendono al lavoro privato introducendo maggiore flessibilità sia del rapporto di lavoro che in costanza del rapporto di lavoro.

Perfettamente d'accordo.

6
Adottare immediatamente una legislazione organica sui conflitti d'interesse. Imporre effettiva trasparenza e pubblica verificabilità dei redditi, patrimoni e interessi economici di tutti i funzionari pubblici e di tutte le cariche elettive. Instaurare meccanismi premianti per chi denuncia reati di corruzione. Vanno allontanati dalla gestione di enti pubblici e di imprese quotate gli amministratori che hanno subito condanne penali per reati economici o corruttivi.

Perfettamente d'accordo.

7
Far funzionare la giustizia. Riformare il codice di procedura e la carriera dei magistrati, con netta distinzione dei percorsi e avanzamento basato sulla performance; no agli avanzamenti di carriera dovuti alla sola anzianità. Introdurre e sviluppare forme di specializzazione che siano in grado di far crescere l'efficienza e la prevedibilità delle decisioni. Difendere l'indipendenza di tutta la magistratura, sia inquirente che giudicante. Assicurare la terzietà dei procedimenti disciplinari a carico dei magistrati. Gestione professionale dei tribunali generalizzando i modelli adottati in alcuni di essi. Assicurare la certezza della pena da scontare in un sistema carcerario umanizzato.

Perfettamente d'accordo.

Approfondimento
8
Liberare le potenzialità di crescita, lavoro e creatività dei giovani e delle donne, oggi in gran parte esclusi dal mercato del lavoro e dagli ambiti più rilevanti del potere economico e politico. Non esiste una singola misura in grado di farci raggiungere questo obiettivo; occorre agire per eliminare il dualismo occupazionale, scoraggiare la discriminazione di età e sesso nel mondo del lavoro, offrire strumenti di assicurazione contro la disoccupazione, facilitare la creazione di nuove imprese, permettere effettiva mobilità meritocratica in ogni settore dell’economia e della società e, finalmente, rifondare il sistema educativo.

D'accordo, ma mi paiono più che altro dichiarazioni d'intenti. Si parla di misure senza indicare quali.

9
Ridare alla scuola e all'università il ruolo, perso da tempo, di volani dell'emancipazione socio-economica delle nuove generazioni. Non si tratta di spendere di meno, occorre anzi trovare le risorse per spendere di più in educazione e ricerca. Però, prima di aggiungere benzina nel motore di una macchina che non funziona, occorre farla funzionare bene. Questo significa spendere meglio e più efficacemente le risorse già disponibili. Vanno pertanto introdotti cambiamenti sistemici: la concorrenza fra istituzioni scolastiche e la selezione meritocratica di docenti e studenti devono trasformarsi nelle linee guida di un rinnovato sistema educativo. Va abolito il valore legale del titolo di studio.

Perfettamente d'accordo, tranne che per quanto riguarda l'abolizione del valore legale del titolo di studio.  Il titolo di studio, almeno nel passato, e mi riferisco all'epoca della mia gioventù,  rappresentava una minima garanzia di carriera per le persone che non avevano le giuste entrature, quelli che le avevano potevano anche prescindere dalla laurea. Ora è vero che questo programma ha l'obiettivo di realizzare una società fondata sul merito, ma si sa che ci vuole tempo per cambiare le cose. Rinvierei pertanto la proposta a un secondo tempo, anche se  sono convinta che le lauree del nuovo ordinamento non abbiano lo stesso valore di quelle del vecchio ordinamento,  sopratutto quelle inventate per gli incapaci che in passato una laurea non sarebbero riusciti a prenderla. 

10
Introdurre il vero federalismo con l'attribuzione di ruoli chiari e coerenti ai diversi livelli di governo. Un federalismo che assicuri ampia autonomia sia di spesa che di entrata agli enti locali rilevanti ma che, al tempo stesso, punisca in modo severo gli amministratori di quegli enti che non mantengono il pareggio di bilancio rendendoli responsabili, di fronte ai propri elettori, delle scelte compiute. Totale trasparenza dei bilanci delle pubbliche amministrazioni e delle società partecipate da enti pubblici con l'obbligo della loro pubblicazione sui rispettivi siti Internet. La stessa "questione meridionale" va affrontata in questo contesto, abbandonando la dannosa e fallimentare politica di sussidi seguita nell'ultimo mezzo secolo.

D'accordo.



venerdì 11 gennaio 2013

La sinistra e il merito


Riporto un articolo tratto dall'Huffington Post Italia di stamani in cui si sostiene che  le uniche vere novità di questa campagna elettorale sono venute finora da Renzi e da "Fare per Fermare il Declino". 
Purtroppo nelle liste del PD i renziani sembrano veramente pochi, mentre sono ricomparsi alcuni dinosauri spostati magari in circoscrizioni dove non sono conosciuti, e diversi nominativi nuovi di cui però non si sa niente (ligi funzionari di partito?), quanto a "Fare per Fermare il declino" è un movimento di opinione di cui condivido alcune proposte, soprattutto sulla valorizzazione del merito, ma è certo che non raccoglierà che una minima percentuale di consensi forse insufficienti a entrare in parlamento.

Quello che non riesco a capire della sinistra è perché continui a guardare con sospetto il merito come se si trattasse di un attentato all'uguaglianza e di qualcosa che "profuma" di destra. 

Giusto ovviamente che la sinistra appunti l'attenzione sulla redistribuzione dei redditi e sulla giustizia sociale; mi domando tuttavia perché non ha ancora capito che uguaglianza di diritti significa assicurare le stesse basi di partenza e opportunità a tutti, indipendentemente dal reddito originario, ma che poi, pur assicurando i mezzi per vivere dignitosamente a tutti, è giusto che ottenga di più chi si impegna di più e anche chi ha migliori qualità personali. E se la natura, talvolta è matrigna, non ci si può mica fare niente. 

Se non si mandano avanti i migliori, come avviene negli altri paesi europei, non ci libereremo mai dei tipici malanni che caratterizzano non solo la politica, ma anche la società civile del nostro paese.

 

Destra-Sinistra, Vecchio-Nuovo: Istruzioni per l'uso in campagna elettorale



Nelle ultime settimane si è spesso detto che la tradizionale divisione destra-sinistra non ha più molto senso. Il tema, affrontato sempre più di frequente in editoriali e blog in questo primo scorcio di campagna, nel tentativo di inquadrare i nuovi soggetti politici che stanno scaldando i muscoli in attesa della competizione elettorale, è divenuto di attualità quando Monti lo ha ribadito a chiare lettere nella conferenza stampa nella quale annunciava la propria "salita" in politica. Il punto, però, non è che destra e sinistra non esistono più - sarebbe come dire che non ci sono più le mezze stagioni - ma che i governi sono costretti a perseguire politiche diversificate, una volta patrimonio esclusivo dell'una o dell'altra parte politica, a seconda della situazione economica o politica contingente o della convenienza in chiave elettorale. Fenomeno colto con chiarezza da Nanni Moretti nel film "Aprile" quando esortava D'Alema a "dire qualcosa di sinistra".
Si pensi, ad esempio, alle "lenzuolate" di Bersani che hanno iniziato a introdurre le prime liberalizzazioni. Un tema a prima vista tipicamente di destra, ma che nel contesto italiano, come Giavazzi e Alesina hanno convincentemente spiegato, è piuttosto rivoluzionario e che certamente beneficia soprattutto le classi meno abbienti. D'altro lato, si pensi all'approccio statalista e protezionista di larga parte del PdL in difesa dei dipendenti pubblici che costituivano una larga parte del proprio elettorato.


Queste differenze erano fondamentali nella Prima Repubblica, quando l'ideologia prevaleva su ogni altro argomento politico. Nella Seconda Repubblica, invece, dopo la caduta del muro di Berlino e lo sdoganamento della destra, erano solo un utile pretesto per catturare gli elettori. Com'è noto, Bobbio aveva scritto che destra e sinistra continuavano a differenziarsi per il diverso approccio al tema dell'uguaglianza: la prima mirava alla redistribuzione del reddito, la seconda privilegiava il merito. 
Oggi però sembra chiaro che per aiutare chi è svantaggiato non serve tanto ridistribuire il reddito quanto piuttosto creare quella che in gergo si chiama "eguaglianza di opportunità" per consentire mobilità sociale.

Così, chi è rimasto legato alle tradizionali categorie della politica si trova spiazzato. Mancando questi punti di riferimento, la campagna si sta sviluppando all'insegna del "vecchio" e del "nuovo", soprattutto per intercettare i voti di protesta. Anche queste, però, sembrano spesso definizioni retoriche che lasciano il tempo che trovano. La novità non deriva dal solo fatto che si tratti di un soggetto politico che si presenta per la prima volta alle elezioni o dalla provenienza dalla cosiddetta "società civile" di una parte dei suoi candidati, quanto piuttosto dalle idee che stanno alla base dell'offerta politica.
Ad esempio, il Movimento 5 Stelle, che peraltro esiste da tempo, in fin dei conti riprende taluni temi qualunquistici tipici dell'antipolitica ed altri dei no-global già presenti in altri partiti e gruppi in Italia (dal partito dell'Uomo Qualunque di Giannini ai No-Tav) e di recente anche all'estero (il Partito Pirata in Germania). Lo stesso vale per Rivoluzione Civile di Ingroia che è stato ripudiato da molti intellettuali proprio perché ritenuto "vecchio" nella sostanza e nel metodo. Anche il "nuovo" raggruppamento che si sta formando intorno al Presidente Monti accoglie partiti e candidati che provengono addirittura dalla Prima Repubblica e che si pongono in una linea di continuità con le politiche di rigore fondato sull'imposizione fiscale finora portate avanti dal governo.
A me pare che le uniche vere novità di questa campagna elettorale siano venute finora da Renzi e da Fare per Fermare il Declino, non solo per il comune forte richiamo alla discontinuità con una classe dirigente (politica e amministrativa) che ha portato il paese alla situazione di gravissima crisi nella quale ora si trova, ma anche per le soluzioni offerte. Il progetto, in entrambi casi, si basa su ricette chiare, in alcuni casi con l'indicazione dei provvedimenti da adottare nei primi 100 giorni (non le solite fumose e generiche affermazioni di principio che sostanzialmente equivalgono a dare un assegno in bianco nelle mani di chi governerà): diminuzione del debito pubblico; riduzione della pressione fiscale (soprattutto per ridurre il costo del lavoro); riorganizzazione e "dimagrimento" dello Stato per indirizzare le risorse dove è più necessario (scuola, università, ricerca scientifica); riforme della giustizia per accelerare la durata dei processi; maggiore trasparenza nella gestione dell'amministrazione; ecc..
Le affinità sono notevoli, sia per il metodo sia per le ricette economiche. Non a caso Zingales (uno dei fondatori di Fare per Fermare il Declino, era stato tra i consiglieri economici di Renzi). Ebbene, proprio per la loro "novità", la reazione dell'establishment contro entrambi è stata durissima: da un lato, la vecchia guardia del PD ha fatto muro contro il giovane sfidante e, dopo le recenti primarie per i candidati, ben pochi sono i Renziani rimasti in lista; dall'altro, i partiti e movimenti che pure apparentemente si richiamano agli stessi principi liberali hanno ignorato Fare, addirittura rifiutando ogni confronto sui programmi o cooperazione sul piano elettorale.
A ben vedere, dunque, tutte queste definizioni (destra, sinistra, società civile, nuovo, scelte civiche, ecc.) sono ormai spesso solo proclami elettorali. Occorre guardare alla sostanza dell'offerta politica, altrimenti poi è inutile lamentarsi. Come diceva Goethe, non si è mai ingannati, si inganna se stessi.
Alberto Saravalle, Responsabile Settore Giustizia, Fare per Fermare il Declino
L'Huffington Post
11/01/2013

lunedì 31 dicembre 2012

Il 2012 in immagini


Alcune immagini, drammatiche, ma anche scherzose, dell'anno che ci sta lasciando.
Posted by Picasa

lunedì 10 dicembre 2012

Meritocrazia


Ho deciso di utilizzare questo blog anche per riportare articoli da quotidiani e riviste che mi sembrano interessanti al fine di capire dove vanno l'Italia, l'Europa e il mondo, dal punto di vista politico, sociale e culturale.    

Comincio con questo articolo: 
“«Meritocrazia valore di destra» L’idea che la sinistra deve rottamare” di ROGER ABRAVANEL dal Corriere della Sera del 9 dicembre 2012 (ripreso dal blog "Il Quinto Stato")


Una settimana fa Pier Luigi Bersani ha vinto le primarie del centrosinistra. I suoi elettori dicono che ha fatto riscoprire la meritocrazia nella politica con le primarie del centrosinistra dopo che per anni si è assistito al proliferare di candidati scelti dai partiti (quando non personalmente dal padre padrone) unicamente sulla base della fedeltà invece che sul merito individuale. Adesso il suo compito è di creare una nuova sinistra per cercare di vincere le elezioni e governare con successo.
Creare una nuova sinistra non richiede solo di «rottamare» alcuni dei politici come vorrebbero in molti, ma anche alcune vecchie idee. La prima, e forse la più importante, è stata la risposta data al moderatore del dibattito di Sky tra i contendenti alle primarie che chiedeva a Bersani se fosse «in favore di più meritocrazia». Al che il segretario del Partito democratico ha risposto «va bene più meritocrazia, ma anche più eguaglianza». Il che sottintende che la competizione va bene per i vertici della politica e della economia, ma se estesa alle masse dei lavoratori e degli studenti può portare, per esempio, a licenziamenti di massa e alla perdita del «diritto allo studio». Ne deriva che l’unico modo efficace per ridurre la diseguaglianza è quello di ridistribuire la ricchezza dai ricchi ai poveri.
Nulla di nuovo. Per la sinistra italiana la meritocrazia resta un valore «di destra» e l’egalitarismo continua a restare il principio fondante, contrariamente alle sinistre nordeuropee che da più di vent’anni lo hanno fatto evolvere nella ricerca delle pari opportunità. L’idea era semplice: se uno va avanti solo se è bravo e non perché è furbo o raccomandato da qualcuno che gli deve un favore, la mobilità sociale aumenta perché anche un povero meritevole può salire sull’«ascensore sociale».
Questo sistema di valori è in realtà pienamente accettato dalla sinistra italiana che ha lottato negli ultimi anni molto di più della destra contro i privilegi anticoncorrenza e il non rispetto delle regole. Eppure resta sospettosa quando l’idea della competizione spinta viene estesa dall’élite alle masse. Questo avviene per due motivi. Primo, «il bisogno»: il lavoratore che fa male il proprio lavoro meriterebbe di essere licenziato ma «ha bisogno» del posto di lavoro (per mantenere una moglie che non lavora e i figli precari); e quindi resta l’articolo 18. Secondo: il «diritto acquisito»: il precario della scuola ha acquisito il diritto al posto fisso e quindi è giusto opporsi al primo concorso dopo 10 anni che lo mette in competizione con la nuova generazione di insegnanti. È ovvio perché questi due motivi valgono solo per le masse e non per il top: Matteo Renzi e Pier Luigi Bersani non hanno né il «bisogno» né il «diritto» di diventare presidenti del Consiglio e quindi si accetta una competizione accanita. Ma non si accetta per milioni di lavoratori e studenti. E neanche Matteo Renzi, che pure ha preso posizioni coraggiose e anche controproducenti su pensioni e politica estera ha osato esprimersi chiaramente a favore di una meritocrazia più diffusa su temi come il lavoro e la scuola: ha dichiarato di voler adattare il giusto modello della flexsecurity di Pietro Ichino (quasi scomunicato dal Partito democratico) ma non ha parlato della meritocrazia individuale e, relativamente alla scuola, ci si sarebbe aspettata più enfasi nel sostenere l’esigenza di valutare gli insegnanti per migliorare la qualità dell’insegnamento dove è meno buona.
Il problema è che la sinistra italiana non si rende conto che rispettare i «bisogni» e i «diritti acquisiti» perpetua la spaventosa ineguaglianza della società italiana che abbiamo già descritto nelle pagine di questo quotidiano. Se non si può licenziare un lavoratore che lavora male (proteggendolo con ammortizzatori sociali orientati a reinserirlo rapidamente nel mondo del lavoro), aumenterà l’attuale apartheid tra 12 milioni di lavoratori di fatto inamovibili a livello individuale e 9 milioni licenziabili senza vincolo alcuno.
Se il «diritto allo studio» protegge insegnanti mediocri, ciò va a scapito degli studenti con meno mezzi per i quali la scuola è la unica vera chance di azzerare i privilegi della nascita; continuerà in Italia la discriminazione tra gli studenti del Nord che hanno scuole di livello europeo e quelli del sud che l’Ocse misura essere a livello dell’Uruguay e della Thailandia. Se la sinistra da un lato lotta giustamente contro la corruzione nella sanità, ma dall’altro protegge indiscriminatamente chi ci lavora, in alcune regioni del Centro Sud con sprechi assurdi, incompetenza e pessimo livello di servizio, l’ineguaglianza della qualità del servizio sanitario pubblico tra alcune regioni del Nord e altre del Centro Sud è destinata ad aumentare, in particolare adesso che non si può ricorrere più alla spesa pubblica.
La mancanza di meritocrazia ci ha resi più ineguali, nonostante la pretesa di essere una società basata sulla solidarietà. Ma è anche la principale causa della stagnazione economica degli ultimi 25 anni. L’apartheid del lavoro, oltre a essere ingiusto, ha distrutto la produttività, perché il precario bravo raramente riceve dalle imprese gli investimenti in formazione e in sviluppo professionale, che alla fine ci rimettono in produttività. E l’immettere ogni anno molto meno studenti eccellenti (un terzo) delle società nordeuropee con scuole capaci di seguire i più lenti ma anche di valorizzare i più bravi, non creerà la classe dirigente per fare ripartire l’economia del nuovo millennio.
Convincersi che la meritocrazia porta a più eguaglianza e conseguentemente «rottamare» tanti tabù della vecchia sinistra sarà essenziale a Pier Luigi Bersani per convincere gli elettori del Pd che hanno votato per Matteo Renzi a votare per lui alle prossime elezioni e a vincerle. Ma soprattutto sarà essenziale per governare un Paese fermo da 25 anni.



Per notizie su Roger Abravanel vedere qui e qui.



lunedì 5 novembre 2012

Twitter versus Facebook?

Sono su Facebook nel novembre 2008 e salvo brevi periodi di disaffezione sono sempre stata assidua.

Nell'ottobre 2010 mi sono iscritta anche a Twitter, ma all'inizio non l'ho frequentato molto. Al primo impatto non mi è piaciuto. Tuttavia negli ultimi mesi mi sono ricreduta e non posso più farne a meno. Sembra che la stessa cosa sia accaduta a molti. All'inizio Twitter non piace, poi si diventa dipendenti, più che nei confronti di altri social network.

E' certo che riuscire a dire qualcosa di sensato in 140 caratteri non è semplice e ovviamente ci vuole buona capacità di sintesi.

Ma c'è addirittura chi sostiene che con tale mezzo non sia possibile esternare pensieri complessi.

Tra questi Michele Serra che a Twitter ha dedicato un' Amaca di qualche mese fa affermando che il mezzo genera un linguaggio totalmente binario, o X o Y, o tesi o antitesi, in sostanza uno scontro tra slogan eccitati e frasette monche,  concludendo che Twitter gli fa proprio schifo.

Altri la pensano diversamente.

C'è chi sostiene che dipende dalle persone usare in un modo o in un altro il mezzo cui non si può imputare nulla di per sé, opinione con la quale concordo pienamente.

C'è addirittura chi tira in ballo i grandi, filosofi, letterati, scienziati, che, anche in un passato molto remoto, si sono espressi spesso attraverso il pensiero sintetico. 
E chi non ricorda alcune massime di grandi personaggi, anche se talvolta quelle massime sono state estrapolate da un contesto molto più articolato e complesso?

Insomma Eraclito,Marziale, Pascal, Wilde, Wittgenstein, e via elencando, avrebbero usato ottimamente Twitter.

Infine addirittura l'Accademia della Crusca promuove Twitter e afferma che il social network è una buona palestra di sintesi.

Poi c'è chi spiega le buone maniere su Twitter.

E chi scrive un libro per spiegare ai giornalisti come utilizzarlo.

E ovviamente ci sono anche guide generali all'uso come questa.

Diversi scrittori, giornalisti, politici, opinionisti, hanno deciso di esserci e molti di loro sono assidui, altri come Serra rifiutano il mezzo, tanto che qualcuno ha rispolverato la contrapposizione tra apocalittici e integrati, dal titolo del famoso saggio uscito una cinquantina di anni fa in cui Umberto Eco si occupava del tema della cultura di massa e dei mezzi di comunicazione di massa individuandovi sia aspetti positivi che negativi. E oggi Eco con riferimento a Twitter si potrebbe annoverare tra gli integrati.

Sempre in difesa di Twitter, Riccardo Scandellari, titolare del blog Skande.com, dedicato al marketing non convenzionale, ai social network,  e a tutti i nuovi mezzi di comunicazione, nota da utilizzatore di Twitter di “lunga” data che al contrario di Facebook i deliri di singoli utenti o le speculazioni sono più sotto controllo e un buon numero di utenti vigilanti sono in ascolto, in modo da tenere le informazioni errate (per quelle inutili ci attrezzeremo) sotto controllo e definisce l'amata piattaforma una sorta di intelligenza collettiva autoregolata e difficilmente influenzabile che generi anticorpi contro le informazioni false e tendenziose.

E qui veniamo al contrasto tra Twitter e Facebook.

Mi sembra che chi ama l'uno non sopporti l'altro, un po' come accade tra gattofili e cinofili, perché  chi ama i gatti difficilmente ama anche i cani allo stesso modo e viceversa.  Ma soprattutto noto un certo snobismo da parte degli utenti di Twitter nei confronti di quelli di Facebook, anche se sono in molti ad avere l'account su entrambi.

Vittorio Sgarbi su Twitter invita i cretini a stare su Facebook, ma vedo che, tra una nota d'arte e l'altra, insulta e riceve insulti a raffica con utilizzo di un fraseggio che non so quanto abbia a vedere con l'intelligenza. Ci sono anche tweet sul rimorchio e le corna (altrui).

Ma non è il solo a considerarsi più intelligente perché sta su Twitter.

Sud Sound System, tanto per citarne uno, ha scritto che "Facebook è un secchio mentre Twitter è un torrente".  Mah!

E poi si sa che le osservazioni sull'intelligenza altrui ci sono sempre state e hanno preso e prendono a pretesto qualsiasi cosa.

Ho trovato persino un articolo in cui si riporta uno studio per il quale coloro che utilizzano i browser Chrome  e Firefox sarebbero più intelligenti di quelli che usano Explorer, relegando tra i più sfigati quelli che utilizzano Explorer 6. Sicuramente questi ultimi sono meno attenti all'utilizzo dell'informatica, ma l'intelligenza credo c'entri il giusto.

Del resto sono stati anche fatti studi (e mi piacerebbe sapere chi li finanzia) per arrivare alla conclusione che sono più intelligenti, di volta in volta, i più alti, i fratelli maggiori, i figli unici, i mancini, gli uomini, le donne e via elencando.

Per quanto mi riguarda, uso entrambi i social network che, a mio parere, rispondono ad esigenze diverse.

Credo che il segreto di Twitter stia nel fatto che lo si può modellare secondo le proprie esigenze. C'è chi lo utilizza come fonte di notizie, per divertimento, per lavoro, ecc.

Su Twitter non si va tanto per scambiare opinioni, anche se comunque è possibile farlo,  quanto piuttosto per lasciare i propri tweet e leggere quelli altrui, che forse leggeranno i nostri, e magari li "ritwitteranno", e noi i loro, sperando ciascuno di noi di aumentare il numero dei follower e delle citazioni.

Ma su Twitter si cercano anche notizie sugli argomenti che ci interessano, e magari si ottengono in diretta, non solo seguendo i singoli giornalisti, opinionisti, politici e quant'altro, ma anche perché qualcuno dei nostri following, anche un comune mortale, si trova per caso sul teatro di un evento importante. 

E poi su Twitter si commentano in diretta i talkshow e altri programmi televisivi, così che ormai non ci si può più neanche sbracare sul divano a guardarsi un programma in pace, perché siamo obbligati a interagire!

Da un certo punto di vista Twitter è più divertente di Facebook e si presta maggiormente all'ironia. Sicuramente è anche più narcisistico e meno "social". 

Ovviamente per farsi leggere in 140 caratteri occorre essere lapidari e ironici. Non tutti ci riescono o almeno non sempre.

Inoltre se su Facebook si appare generalmente con il proprio nome e cognome e del resto non avrebbe senso se non ci si mette la propria faccia, su Twitter è più frequente usare nick di fantasia (fake). Così abbiamo Dio, Gesù, il Diavolo, il Triste Mietitore, La Sfiga, e poi personaggi famosi, anche del passato, come Dante Alighieri.

Ogni utente può inserire una bio (biografia) rigorosamente in 140 caratteri e questa è una difficoltà notevole da superare. Ovviamente si può anche non mettere la bio, ma se vogliamo farci leggere è meglio inserirne una accattivante. C'è anche chi insegna come farla.   

La bio di Dio è la seguente: Il Signore Iddio Onnipotente, fondatore e CEO dell'Universo, noto anche come Massimo Fattore. Entra sempre nel bagno delle donne, perché c'è scritto Signore. Dio ha anche un blog. Ha vinto il premio di miglior "fake" nell'edizione 2012 dei "Tweet Award" e in una recente intervista spiega perché ha scelto Twitter.

Ed ecco la bio del Triste Mietitore: Il mio mestiere è deprimente. Lavoro dalla notte dei tempi e non andrò in pensione. Sono il Tristo Mietitore depresso. Sono la Morte. E questo è il suo blog. Tra i Tweet Award diciamo che è arrivato secondo tra i "fake".

Di Gesù poi ce ne sono diversi. Ecco alcune delle loro bio:
1) Sono il re dei raccomandati, il più grande figlio-di-papà della Storia, e vi amo anche se non ve lo meritate! !PorcaMamma Nell'alto dei Cieli
2) Io sono colui che cercherà di salvarvi... invano.
Gerusalemme (pendolare)
3) l'uomo il cui compleanno è noto per essere il più famoso della storia senza festeggiato. Sceso sulla Terra a diffondere il Complemento Oggetto

Questa invece è la bio del Diavolo Ψ (ma sicuramente non è l'unico diavolo e non ho ancora fatto una ricerca sugli altri nomi con i quali è conosciuto)  
Signore indiscusso delle pentole. Da poco iscritto al corso De Agostini Coperchi&Coperchi. Preferirete l'Inferno anche per il clima; Ho i climatizzatori ora!

E questa, della Sfiga:
E' vero, vi vedo benissimo. Io sono quello che vi fa incontrare il 94enne col cappello che guida ai 30 all'ora solo quando avete fretta

E infine quella di Dante Alighieri:
Nel mezzo del mio esilio in Paradiso | m'avvidi che l'italico bordello | facea ai connazional perder 'l sorriso
Per il sommo poeta mi sarei aspettata di meglio, ma qualche suo tweet è veramente carino come questo su Marchionne che ha offeso Firenze:
e' notte di risate, e' notte insonne / Firenze tutta Civitate ride / udendo le stronzate d'un #Marchionne

Personalmente su Twitter mi sento più sciolta, forse perché pochi tra i miei follower mi conoscono nella vita reale, mentre diversi degli amici di Facebook sanno almeno chi sono e alcuni mi conoscono personalmente.

Devo dire che sono iscritta anche a Volunia, che avrebbe dovuto essere un incrocio tra motore di ricerca e socialnetwork, ma non mi pare abbia decollato e comunque al momento non mi interessa, forse più avanti.

E ora c'è anche Universe, ma sarà meglio lasciar perdere.

Mi sono iscritta invece a Overblog, la piattaforma francese che recentemente ha introdotto una nuova forma di blog in cui gli aggiornamenti di stato dei diversi social network diventano i post di un unico blog. Così ho creato il Blog "Diario di Bordo", sul quale non scrivo niente di nuovo, perché di blog ne ho già due e mi sembrano sufficienti, però lo utilizzo per ricucire i frammenti personali che altrimenti risulterebbero dispersi nei vari socialnetwork, compresi anche You Tube e Instagram.

Che non si fa per esserci! Qualche volta penso di dovermi disintossicare.



martedì 9 ottobre 2012

Riconoscersi nei personaggi di Fabio Volo


Incuriosita  dal discredito quasi unanime che Fabio Volo riceve sui social network, nonostante il notevole successo di pubblico, ho deciso di leggere uno dei suoi romanzi.
Ne ho sfogliati alcuni in libreria. Stavo quasi per acquistare "E' una vita che ti aspetto" soprattutto perché mi ero riconosciuta nelle parole che il protagonista rivolge all'amico medico entrando nel suo ambulatorio qualche giorno dopo aver fatto delle analisi: "Cos’è, una malattia grave? Inguaribile? Insomma, che cos’ho? Dimmelo, non tenermi nascosto niente. Devo fare una TAC?".  
Ciò a prescindere dal fatto che io ormai non vado quasi più dal medico perché la mia ipocondria si è trasformata in patofobia ed evito come la peste anche le analisi. Poi, non so nemmeno perché, la mia scelta è caduta invece su "Il giorno in più".

Il protagonista è un trentenne, Giacomo, che vive giornate sempre uguali, attraversa la vita rimanendo sempre in superficie, finché non fa un incontro casuale con una sconosciuta e, per la prima volta, decide di assumersi un rischio, anche quello di apparire ridicolo, e parte all'inseguimento di un sogno che alla fine sarà coronato da successo.
Ho l'impressione comunque che i romanzi di Volo si somiglino un po' tutti e che abbiano sempre per protagonisti personaggi irrisolti poco più che trentenni che ad un certo punto trovano il coraggio di vivere la propria vita e di fare delle scelte.

Certo profondità non ce n'è e anche lo stile lascia a desiderare, soprattutto se, come è successo a me, si passa a Volo subito dopo  Haruki Murakami di cui ho da poco finito di leggere la prima parte di 1Q84. 

Credo che i romanzi di Volo si possano mettere sullo stesso piano di quelli della Sveva Casati Modignani o della Kinsella, insomma una declinazione moderna del romanzo rosa.

Ad ogni modo considerato che nel mio presente c'è una situazione di empasse mi sono sentita in sintonia con il personaggio di Giacomo.

Mi riconosco in lui quando dice "Questo è sempre stato il mio pensiero sulle donne: ho sempre creduto che se stavo con una avrei perso tutte le altre. Sono stato così in tutto. Nello sport, per esempio,ho fatto karatè, ping-pong, calcio, basket. Non mi sono mai focalizzato su un'attività sola. Ho scavato sempre mille buche, forse per questo non ho mai trovato niente."  
Devo ammettere che anch'io avevo questa sensazione di perdita ogniqualvolta iniziavo una storia con un uomo e che anch'io non riesco a focalizzarmi su una sola attività e mi disperdo in mille rivoli, aiutata in ciò anche dalla navigazione in internet e dai social network. 
E mi trovo in sintonia anche con altre osservazioni come quelle sotto riportate:

"Sin da piccolo, mi ero sempre sentito come uno che va a una festa a cui non era stato invitato" 

"La verità è che non ho paura di morire, ma mi scoccia da matti. Mi scoccia che un giorno non ci sarò più. Mi dispiace andarmene da qui. Ma non è paura, è semplicemente fastidio. Morire è una vera stronzata. Darei la vita per non morire."
Banalità che comunque fanno parte della vita e con le quali ci confrontiamo ogni giorno e che causano angoscia, paura, dolore.

Del resto, come ricordavo in uno dei miei precedenti post, lo psichiatra e romanziere Irvin D. Yalom sostiene che i quattro fattori che causano il dolore nell'umana esistenza sono il timore di fallire nelle relazioni umane e quindi di restare soli, l’inevitabilità della morte, la libertà di scegliere e la responsabilità che ne deriva, la consapevolezza della mancanza di significato della vita.
Poi se ne può parlare in maniera più o meno elevata e scriverci intorno storie più complesse e profonde come fanno Yalom e Murakami, o più semplici come Volo.  

Il romanzo è piaciuto anche a mia madre che ha detto che Giacomo mi somiglia molto.

Non so se preoccuparmi considerato che, purtroppo per me, i trent'anni sono ormai un ricordo sbiadito!



giovedì 24 gennaio 2013

L'economia digitale

Sul Corriere della Sera di oggi nell'articolo intitolato "L'economia del Prozac" a firma di Giovanni Sartori si dice che dopo l'economia agricola, la rivoluzione industriale e la società dei servizi è in arrivo una quarta rivoluzione industriale che sembra ancora più radicale di tutte quelle che l’hanno preceduta e che si potrebbe chiamare "rivoluzione digitale". In questo contesto un prodotto viene disegnato su un computer e poi stampato su una stampante 3D che a sua volta produce un conforme oggetto solido fondendo assieme successivi strati di materiali.

E' già un po' di tempo che mi capita di leggere di questa stampante che produce oggetti tridimensionali. Mi sembra che ne abbiano parlato anche in qualche programma televisivo. Ora non ho capito bene come funzioni e quali oggetti si possano stampare oggi e dove si potrebbe arrivare in futuro. Sarà possibile stamparsi un'auto o magari la casa?

Potrebbe accadere davvero che tra non molto tempo invece di andare a comprare un oggetto ce lo stamperemo e/o andremo in un negozio dove ce lo stamperanno? 


Sartori dice di essere troppo vecchio per capirne il funzionamento ma si domanda che fine farà, in questo radioso futuro, l’occupazione o meglio la disoccupazione. 

Ora è certo che se il futuro andrà in questa direzione, ma è troppo presto per dirlo, perché talvolta certe innovazioni che sembrano grandiose non hanno seguito, le implicazioni sull'economia non potranno che essere enormi, appunto si tratterà di una rivoluzione. 

E' ovvio che sarebbe sempre meno necessario il lavoro manuale. Avremmo certamente ancora bisogno di creativi, di tecnici, di professionisti, ma sempre meno di operai. La rivoluzione industriale aumentò la richiesta di manodopera che si trasferì dall'agricoltura all'industria, ma già con la "società dei servizi" la richiesta di manodopera diminuì. Con la "rivoluzione digitale" potrebbe ridursi ai minimi termini. Inoltre crollerebbero i prezzi, perché per produrre lo stesso  oggetto ci vorrebbe molto meno lavoro e meno tempo, e anche meno energia, sia per la produzione che per i trasporti di cui si avrebbe sempre meno bisogno, ricominciando a produrre sul posto, cioè il contrario della globalizzazione. 

Un nuovo modo di produrre coniugato con l'"economia verde" non potrebbe dare origine a un mondo migliore, meno stressante, meno inquinato, ma non per questo in decrescita?

Non mi intendo di economia, ma non è che si risolverebbero un sacco di problemi? 

Certo ci sarebbe il problema di dove impiegare la forza lavoro di cui la società non avrebbe più bisogno. Nel tempo libero?

Ma non si era già detto una trentina di anni fa, con l'avvento dell'era dei computer, che avremmo finito per lavorare meno tutti e per avere molto tempo libero a disposizione? Poi non è avvenuto, anzi. Ma potrebbe accadere in un prossimo futuro. Magari ci sarà una grande esplosione dell'"industria" del tempo libero che, insieme ai  servizi che saranno sempre necessari, assorbirà gran parte della forza lavoro.

Certo bisognerebbe riorganizzare il lavoro, la scuola, la formazione professionale, il tempo libero, e, nel complesso, l'intera società su basi completamente diverse. 

E' un'ipotesi. Certo  potrebbe anche crollare tutto, ma  perché non pensare positivo?

Sartori però non la pensa così e cita David Collinson, autore di "Prozac Leadership" , per il quale la cultura del pensiero positivo, molto di moda negli anni scorsi specialmente negli Stati Uniti, "premiando l’ottimismo ha indebolito la capacità di pensare criticamente, ha anestetizzato la sensibilità al pericolo" e ha finito per essere una delle cause della crisi che attanaglia l'Occidente.


I prossimi anni ci diranno chi ha ragione.

mercoledì 16 gennaio 2013

Fermare il declino

Ho votato per Renzi alle primarie del centro-sinistra, ritenendo che, nonostante l'origine democristiana,  rappresentasse l'unica novità accettabile nel panorama politico italiano. Purtroppo è andata come è andata e, d'altra parte, non si poteva sperare che andasse diversamente. 

Ora sono molto indecisa sul mio voto.

Ho letto i programmi del "M5S" di Beppe Grillo e di "Fare per Fermare il declino",  di Oscar Giannino, molto diversi tra di loro ovviamente, ma io sono un'eclettica e concordo con qualcosa sia dell'uno che dell'altro programma.  

Ho visto invece che il PD  non ha preparato neanche un programma sintetico da scaricare. Sul sito sotto la voce "il nostro programma" si trova "La carta d'intenti", che consiste in generiche affermazioni, e una serie di argomenti che rimandano a proposte risalenti anche al 2010.  Ho anche appreso che il PD presenterà alcuni dinosauri in circoscrizioni elettorali dove sono poco conosciuti e persino alcuni soggetti non particolarmente specchiati. Inoltre è quasi certo un accordo con Monti (Fini-Casini). Se pensano che vada bene così e che il popolo voti per fede facciano pure.

Alcuni amici di Facebook mi consigliano "Fare per fermare il declino".

Ora, anche volendo passar sopra alla tappezzeria con la quale si veste Oscar Giannino, che sicuramente denota qualche problema (!), ci sono diverse proposte di questo movimento che mi piacciono, ma anche altre che mi piacciono molto meno o per niente,  Inoltre il programma non è completo, in particolare non c'è alcun riferimento all'ambiente, che credo sia un fattore determinante anche al fine di combattere la crisi economica.

Ad ogni modo riporto sotto il programma preso dal sito di "Fermare il declino" e in corsivo le mie osservazioni.

Cosa ne pensate?


FERMARE IL DECLINO

I promotori:

Michele Boldrin, Paola Bruno, Sandro Brusco, Alessandro De Nicola, Silvia Enrico, Oscar Giannino, Andrea Moro, Carlo Stagnaro, Luigi Zingales

10 PROPOSTE

1 Ridurre l'ammontare del debito pubblico
2 Ridurre la spesa pubblica di almeno 6 punti percentuali del PIL nell'arco di 5 anni
3 Ridurre la pressione fiscale complessiva di almeno 5 punti in 5 anni,
4 Liberalizzare rapidamente i settori ancora non pienamente concorrenziali
5 Sostenere i livelli di reddito di chi momentaneamente perde il lavoro anziché tutelare il posto di lavoro esistente o le imprese inefficienti
6 Adottare immediatamente una legislazione organica sui conflitti d'interesse
7 Far funzionare la giustizia
8 Liberare le potenzialità di crescita, lavoro e creatività dei giovani e delle donne
9 Ridare alla scuola e all'università il ruolo, perso da tempo, di volani dell'emancipazione socio-economica delle nuove generazioni
10 Introdurre il vero federalismo con l'attribuzione di ruoli chiari e coerenti ai diversi livelli di governo

1
Ridurre l'ammontare del debito pubblico. E' possibile scendere rapidamente sotto la soglia simbolica del 100% del PIL anche attraverso alienazioni del patrimonio pubblico, composto sia da immobili non vincolati sia da imprese o quote di esse.

Anche? E gli altri modi?
Ci sono gli acquirenti?
Inoltre temo che si finirebbe per svendere.
La proposta mi trova poco d'accordo per quanto riguarda gli immobili, ancora meno per quanto riguarda le imprese. Mi pare peraltro che sia un po' di tempo che ci stiamo svendendo tutto quello che c'è di  buono; quanto a quello che non lo è,  non lo vuole nessuno.

Approfondimento
2
Ridurre la spesa pubblica di almeno 6 punti percentuali del PIL nell'arco di 5 anni. La spending review deve costituire il primo passo di un ripensamento complessivo della spesa, a partire dai costi della casta politico-burocratica e dai sussidi alle imprese (inclusi gli organi di informazione). Ripensare in modo organico le grandi voci di spesa, quali sanità e istruzione, introducendo meccanismi competitivi all’interno di quei settori. Riformare il sistema pensionistico per garantire vera equità inter—e intra—generazionale.

Perfettamente d'accordo per quanto riguarda i costi della casta politico-burocratica e i sussidi alla imprese, meno d'accordo sul resto.
Il sistema pensionistico è già stato riformato abbastanza e considerato che non si possono andare a riprendere i soldi elargiti nel passato ai pensionati baby non so cosa altro ancora  si potrebbe fare oggi: rinviare fin da subito tutti i pensionamenti al raggiungimento del 70° anno di età? E i giovani quando comincerebbero a lavorare, alla soglia della vecchiaia?  Quanto alla sanità e all'istruzione vanno certamente rese più efficienti, eliminando tutti gli sprechi, e non solo; non capisco invece  cosa si intenda per meccanismi competitivi all'interno dei settori.

Approfondimento
3
Ridurre la pressione fiscale complessiva di almeno 5 punti in 5 anni, dando la priorità alla riduzione delle imposte sul reddito da lavoro e d'impresa. Semplificare il sistema tributario e combattere l'evasione fiscale destinando il gettito alla riduzione delle imposte.

Perfettamente d'accordo

4
Liberalizzare rapidamente i settori ancora non pienamente concorrenziali quali, a titolo di esempio: trasporti, energia, poste, telecomunicazioni, servizi professionali e banche (inclusi gli assetti proprietari). Privatizzare le imprese pubbliche con modalità e obiettivi pro-concorrenziali nei rispettivi settori. Inserire nella Costituzione il principio della concorrenza come metodo di funzionamento del sistema economico, contro privilegi e monopoli d'ogni sorta. Privatizzare la RAI, abolire canone e tetto pubblicitario, eliminare il duopolio imperfetto su cui il settore si regge favorendo la concorrenza. Affidare i servizi pubblici, incluso quello radiotelevisivo, tramite gara fra imprese concorrenti.

D'accordo in parte. Su trasporti, poste e telecomunicazioni mi sembra che delle privatizzazioni siano già state fatte, ma con risultati poco esaltanti. 

Approfondimento
5
Sostenere i livelli di reddito di chi momentaneamente perde il lavoro anziché tutelare il posto di lavoro esistente o le imprese inefficienti. Tutti i lavoratori, indipendentemente dalla dimensione dell'impresa in cui lavoravano, devono godere di un sussidio di disoccupazione e di strumenti di formazione che permettano e incentivino la ricerca di un nuovo posto di lavoro quando necessario, scoraggiando altresì la cultura della dipendenza dallo Stato. Il pubblico impiego deve essere governato dalle stesse norme che sovrintendono al lavoro privato introducendo maggiore flessibilità sia del rapporto di lavoro che in costanza del rapporto di lavoro.

Perfettamente d'accordo.

6
Adottare immediatamente una legislazione organica sui conflitti d'interesse. Imporre effettiva trasparenza e pubblica verificabilità dei redditi, patrimoni e interessi economici di tutti i funzionari pubblici e di tutte le cariche elettive. Instaurare meccanismi premianti per chi denuncia reati di corruzione. Vanno allontanati dalla gestione di enti pubblici e di imprese quotate gli amministratori che hanno subito condanne penali per reati economici o corruttivi.

Perfettamente d'accordo.

7
Far funzionare la giustizia. Riformare il codice di procedura e la carriera dei magistrati, con netta distinzione dei percorsi e avanzamento basato sulla performance; no agli avanzamenti di carriera dovuti alla sola anzianità. Introdurre e sviluppare forme di specializzazione che siano in grado di far crescere l'efficienza e la prevedibilità delle decisioni. Difendere l'indipendenza di tutta la magistratura, sia inquirente che giudicante. Assicurare la terzietà dei procedimenti disciplinari a carico dei magistrati. Gestione professionale dei tribunali generalizzando i modelli adottati in alcuni di essi. Assicurare la certezza della pena da scontare in un sistema carcerario umanizzato.

Perfettamente d'accordo.

Approfondimento
8
Liberare le potenzialità di crescita, lavoro e creatività dei giovani e delle donne, oggi in gran parte esclusi dal mercato del lavoro e dagli ambiti più rilevanti del potere economico e politico. Non esiste una singola misura in grado di farci raggiungere questo obiettivo; occorre agire per eliminare il dualismo occupazionale, scoraggiare la discriminazione di età e sesso nel mondo del lavoro, offrire strumenti di assicurazione contro la disoccupazione, facilitare la creazione di nuove imprese, permettere effettiva mobilità meritocratica in ogni settore dell’economia e della società e, finalmente, rifondare il sistema educativo.

D'accordo, ma mi paiono più che altro dichiarazioni d'intenti. Si parla di misure senza indicare quali.

9
Ridare alla scuola e all'università il ruolo, perso da tempo, di volani dell'emancipazione socio-economica delle nuove generazioni. Non si tratta di spendere di meno, occorre anzi trovare le risorse per spendere di più in educazione e ricerca. Però, prima di aggiungere benzina nel motore di una macchina che non funziona, occorre farla funzionare bene. Questo significa spendere meglio e più efficacemente le risorse già disponibili. Vanno pertanto introdotti cambiamenti sistemici: la concorrenza fra istituzioni scolastiche e la selezione meritocratica di docenti e studenti devono trasformarsi nelle linee guida di un rinnovato sistema educativo. Va abolito il valore legale del titolo di studio.

Perfettamente d'accordo, tranne che per quanto riguarda l'abolizione del valore legale del titolo di studio.  Il titolo di studio, almeno nel passato, e mi riferisco all'epoca della mia gioventù,  rappresentava una minima garanzia di carriera per le persone che non avevano le giuste entrature, quelli che le avevano potevano anche prescindere dalla laurea. Ora è vero che questo programma ha l'obiettivo di realizzare una società fondata sul merito, ma si sa che ci vuole tempo per cambiare le cose. Rinvierei pertanto la proposta a un secondo tempo, anche se  sono convinta che le lauree del nuovo ordinamento non abbiano lo stesso valore di quelle del vecchio ordinamento,  sopratutto quelle inventate per gli incapaci che in passato una laurea non sarebbero riusciti a prenderla. 

10
Introdurre il vero federalismo con l'attribuzione di ruoli chiari e coerenti ai diversi livelli di governo. Un federalismo che assicuri ampia autonomia sia di spesa che di entrata agli enti locali rilevanti ma che, al tempo stesso, punisca in modo severo gli amministratori di quegli enti che non mantengono il pareggio di bilancio rendendoli responsabili, di fronte ai propri elettori, delle scelte compiute. Totale trasparenza dei bilanci delle pubbliche amministrazioni e delle società partecipate da enti pubblici con l'obbligo della loro pubblicazione sui rispettivi siti Internet. La stessa "questione meridionale" va affrontata in questo contesto, abbandonando la dannosa e fallimentare politica di sussidi seguita nell'ultimo mezzo secolo.

D'accordo.



venerdì 11 gennaio 2013

La sinistra e il merito


Riporto un articolo tratto dall'Huffington Post Italia di stamani in cui si sostiene che  le uniche vere novità di questa campagna elettorale sono venute finora da Renzi e da "Fare per Fermare il Declino". 
Purtroppo nelle liste del PD i renziani sembrano veramente pochi, mentre sono ricomparsi alcuni dinosauri spostati magari in circoscrizioni dove non sono conosciuti, e diversi nominativi nuovi di cui però non si sa niente (ligi funzionari di partito?), quanto a "Fare per Fermare il declino" è un movimento di opinione di cui condivido alcune proposte, soprattutto sulla valorizzazione del merito, ma è certo che non raccoglierà che una minima percentuale di consensi forse insufficienti a entrare in parlamento.

Quello che non riesco a capire della sinistra è perché continui a guardare con sospetto il merito come se si trattasse di un attentato all'uguaglianza e di qualcosa che "profuma" di destra. 

Giusto ovviamente che la sinistra appunti l'attenzione sulla redistribuzione dei redditi e sulla giustizia sociale; mi domando tuttavia perché non ha ancora capito che uguaglianza di diritti significa assicurare le stesse basi di partenza e opportunità a tutti, indipendentemente dal reddito originario, ma che poi, pur assicurando i mezzi per vivere dignitosamente a tutti, è giusto che ottenga di più chi si impegna di più e anche chi ha migliori qualità personali. E se la natura, talvolta è matrigna, non ci si può mica fare niente. 

Se non si mandano avanti i migliori, come avviene negli altri paesi europei, non ci libereremo mai dei tipici malanni che caratterizzano non solo la politica, ma anche la società civile del nostro paese.

 

Destra-Sinistra, Vecchio-Nuovo: Istruzioni per l'uso in campagna elettorale



Nelle ultime settimane si è spesso detto che la tradizionale divisione destra-sinistra non ha più molto senso. Il tema, affrontato sempre più di frequente in editoriali e blog in questo primo scorcio di campagna, nel tentativo di inquadrare i nuovi soggetti politici che stanno scaldando i muscoli in attesa della competizione elettorale, è divenuto di attualità quando Monti lo ha ribadito a chiare lettere nella conferenza stampa nella quale annunciava la propria "salita" in politica. Il punto, però, non è che destra e sinistra non esistono più - sarebbe come dire che non ci sono più le mezze stagioni - ma che i governi sono costretti a perseguire politiche diversificate, una volta patrimonio esclusivo dell'una o dell'altra parte politica, a seconda della situazione economica o politica contingente o della convenienza in chiave elettorale. Fenomeno colto con chiarezza da Nanni Moretti nel film "Aprile" quando esortava D'Alema a "dire qualcosa di sinistra".
Si pensi, ad esempio, alle "lenzuolate" di Bersani che hanno iniziato a introdurre le prime liberalizzazioni. Un tema a prima vista tipicamente di destra, ma che nel contesto italiano, come Giavazzi e Alesina hanno convincentemente spiegato, è piuttosto rivoluzionario e che certamente beneficia soprattutto le classi meno abbienti. D'altro lato, si pensi all'approccio statalista e protezionista di larga parte del PdL in difesa dei dipendenti pubblici che costituivano una larga parte del proprio elettorato.


Queste differenze erano fondamentali nella Prima Repubblica, quando l'ideologia prevaleva su ogni altro argomento politico. Nella Seconda Repubblica, invece, dopo la caduta del muro di Berlino e lo sdoganamento della destra, erano solo un utile pretesto per catturare gli elettori. Com'è noto, Bobbio aveva scritto che destra e sinistra continuavano a differenziarsi per il diverso approccio al tema dell'uguaglianza: la prima mirava alla redistribuzione del reddito, la seconda privilegiava il merito. 
Oggi però sembra chiaro che per aiutare chi è svantaggiato non serve tanto ridistribuire il reddito quanto piuttosto creare quella che in gergo si chiama "eguaglianza di opportunità" per consentire mobilità sociale.

Così, chi è rimasto legato alle tradizionali categorie della politica si trova spiazzato. Mancando questi punti di riferimento, la campagna si sta sviluppando all'insegna del "vecchio" e del "nuovo", soprattutto per intercettare i voti di protesta. Anche queste, però, sembrano spesso definizioni retoriche che lasciano il tempo che trovano. La novità non deriva dal solo fatto che si tratti di un soggetto politico che si presenta per la prima volta alle elezioni o dalla provenienza dalla cosiddetta "società civile" di una parte dei suoi candidati, quanto piuttosto dalle idee che stanno alla base dell'offerta politica.
Ad esempio, il Movimento 5 Stelle, che peraltro esiste da tempo, in fin dei conti riprende taluni temi qualunquistici tipici dell'antipolitica ed altri dei no-global già presenti in altri partiti e gruppi in Italia (dal partito dell'Uomo Qualunque di Giannini ai No-Tav) e di recente anche all'estero (il Partito Pirata in Germania). Lo stesso vale per Rivoluzione Civile di Ingroia che è stato ripudiato da molti intellettuali proprio perché ritenuto "vecchio" nella sostanza e nel metodo. Anche il "nuovo" raggruppamento che si sta formando intorno al Presidente Monti accoglie partiti e candidati che provengono addirittura dalla Prima Repubblica e che si pongono in una linea di continuità con le politiche di rigore fondato sull'imposizione fiscale finora portate avanti dal governo.
A me pare che le uniche vere novità di questa campagna elettorale siano venute finora da Renzi e da Fare per Fermare il Declino, non solo per il comune forte richiamo alla discontinuità con una classe dirigente (politica e amministrativa) che ha portato il paese alla situazione di gravissima crisi nella quale ora si trova, ma anche per le soluzioni offerte. Il progetto, in entrambi casi, si basa su ricette chiare, in alcuni casi con l'indicazione dei provvedimenti da adottare nei primi 100 giorni (non le solite fumose e generiche affermazioni di principio che sostanzialmente equivalgono a dare un assegno in bianco nelle mani di chi governerà): diminuzione del debito pubblico; riduzione della pressione fiscale (soprattutto per ridurre il costo del lavoro); riorganizzazione e "dimagrimento" dello Stato per indirizzare le risorse dove è più necessario (scuola, università, ricerca scientifica); riforme della giustizia per accelerare la durata dei processi; maggiore trasparenza nella gestione dell'amministrazione; ecc..
Le affinità sono notevoli, sia per il metodo sia per le ricette economiche. Non a caso Zingales (uno dei fondatori di Fare per Fermare il Declino, era stato tra i consiglieri economici di Renzi). Ebbene, proprio per la loro "novità", la reazione dell'establishment contro entrambi è stata durissima: da un lato, la vecchia guardia del PD ha fatto muro contro il giovane sfidante e, dopo le recenti primarie per i candidati, ben pochi sono i Renziani rimasti in lista; dall'altro, i partiti e movimenti che pure apparentemente si richiamano agli stessi principi liberali hanno ignorato Fare, addirittura rifiutando ogni confronto sui programmi o cooperazione sul piano elettorale.
A ben vedere, dunque, tutte queste definizioni (destra, sinistra, società civile, nuovo, scelte civiche, ecc.) sono ormai spesso solo proclami elettorali. Occorre guardare alla sostanza dell'offerta politica, altrimenti poi è inutile lamentarsi. Come diceva Goethe, non si è mai ingannati, si inganna se stessi.
Alberto Saravalle, Responsabile Settore Giustizia, Fare per Fermare il Declino
L'Huffington Post
11/01/2013

lunedì 31 dicembre 2012

Il 2012 in immagini


Alcune immagini, drammatiche, ma anche scherzose, dell'anno che ci sta lasciando.
Posted by Picasa

lunedì 10 dicembre 2012

Meritocrazia


Ho deciso di utilizzare questo blog anche per riportare articoli da quotidiani e riviste che mi sembrano interessanti al fine di capire dove vanno l'Italia, l'Europa e il mondo, dal punto di vista politico, sociale e culturale.    

Comincio con questo articolo: 
“«Meritocrazia valore di destra» L’idea che la sinistra deve rottamare” di ROGER ABRAVANEL dal Corriere della Sera del 9 dicembre 2012 (ripreso dal blog "Il Quinto Stato")


Una settimana fa Pier Luigi Bersani ha vinto le primarie del centrosinistra. I suoi elettori dicono che ha fatto riscoprire la meritocrazia nella politica con le primarie del centrosinistra dopo che per anni si è assistito al proliferare di candidati scelti dai partiti (quando non personalmente dal padre padrone) unicamente sulla base della fedeltà invece che sul merito individuale. Adesso il suo compito è di creare una nuova sinistra per cercare di vincere le elezioni e governare con successo.
Creare una nuova sinistra non richiede solo di «rottamare» alcuni dei politici come vorrebbero in molti, ma anche alcune vecchie idee. La prima, e forse la più importante, è stata la risposta data al moderatore del dibattito di Sky tra i contendenti alle primarie che chiedeva a Bersani se fosse «in favore di più meritocrazia». Al che il segretario del Partito democratico ha risposto «va bene più meritocrazia, ma anche più eguaglianza». Il che sottintende che la competizione va bene per i vertici della politica e della economia, ma se estesa alle masse dei lavoratori e degli studenti può portare, per esempio, a licenziamenti di massa e alla perdita del «diritto allo studio». Ne deriva che l’unico modo efficace per ridurre la diseguaglianza è quello di ridistribuire la ricchezza dai ricchi ai poveri.
Nulla di nuovo. Per la sinistra italiana la meritocrazia resta un valore «di destra» e l’egalitarismo continua a restare il principio fondante, contrariamente alle sinistre nordeuropee che da più di vent’anni lo hanno fatto evolvere nella ricerca delle pari opportunità. L’idea era semplice: se uno va avanti solo se è bravo e non perché è furbo o raccomandato da qualcuno che gli deve un favore, la mobilità sociale aumenta perché anche un povero meritevole può salire sull’«ascensore sociale».
Questo sistema di valori è in realtà pienamente accettato dalla sinistra italiana che ha lottato negli ultimi anni molto di più della destra contro i privilegi anticoncorrenza e il non rispetto delle regole. Eppure resta sospettosa quando l’idea della competizione spinta viene estesa dall’élite alle masse. Questo avviene per due motivi. Primo, «il bisogno»: il lavoratore che fa male il proprio lavoro meriterebbe di essere licenziato ma «ha bisogno» del posto di lavoro (per mantenere una moglie che non lavora e i figli precari); e quindi resta l’articolo 18. Secondo: il «diritto acquisito»: il precario della scuola ha acquisito il diritto al posto fisso e quindi è giusto opporsi al primo concorso dopo 10 anni che lo mette in competizione con la nuova generazione di insegnanti. È ovvio perché questi due motivi valgono solo per le masse e non per il top: Matteo Renzi e Pier Luigi Bersani non hanno né il «bisogno» né il «diritto» di diventare presidenti del Consiglio e quindi si accetta una competizione accanita. Ma non si accetta per milioni di lavoratori e studenti. E neanche Matteo Renzi, che pure ha preso posizioni coraggiose e anche controproducenti su pensioni e politica estera ha osato esprimersi chiaramente a favore di una meritocrazia più diffusa su temi come il lavoro e la scuola: ha dichiarato di voler adattare il giusto modello della flexsecurity di Pietro Ichino (quasi scomunicato dal Partito democratico) ma non ha parlato della meritocrazia individuale e, relativamente alla scuola, ci si sarebbe aspettata più enfasi nel sostenere l’esigenza di valutare gli insegnanti per migliorare la qualità dell’insegnamento dove è meno buona.
Il problema è che la sinistra italiana non si rende conto che rispettare i «bisogni» e i «diritti acquisiti» perpetua la spaventosa ineguaglianza della società italiana che abbiamo già descritto nelle pagine di questo quotidiano. Se non si può licenziare un lavoratore che lavora male (proteggendolo con ammortizzatori sociali orientati a reinserirlo rapidamente nel mondo del lavoro), aumenterà l’attuale apartheid tra 12 milioni di lavoratori di fatto inamovibili a livello individuale e 9 milioni licenziabili senza vincolo alcuno.
Se il «diritto allo studio» protegge insegnanti mediocri, ciò va a scapito degli studenti con meno mezzi per i quali la scuola è la unica vera chance di azzerare i privilegi della nascita; continuerà in Italia la discriminazione tra gli studenti del Nord che hanno scuole di livello europeo e quelli del sud che l’Ocse misura essere a livello dell’Uruguay e della Thailandia. Se la sinistra da un lato lotta giustamente contro la corruzione nella sanità, ma dall’altro protegge indiscriminatamente chi ci lavora, in alcune regioni del Centro Sud con sprechi assurdi, incompetenza e pessimo livello di servizio, l’ineguaglianza della qualità del servizio sanitario pubblico tra alcune regioni del Nord e altre del Centro Sud è destinata ad aumentare, in particolare adesso che non si può ricorrere più alla spesa pubblica.
La mancanza di meritocrazia ci ha resi più ineguali, nonostante la pretesa di essere una società basata sulla solidarietà. Ma è anche la principale causa della stagnazione economica degli ultimi 25 anni. L’apartheid del lavoro, oltre a essere ingiusto, ha distrutto la produttività, perché il precario bravo raramente riceve dalle imprese gli investimenti in formazione e in sviluppo professionale, che alla fine ci rimettono in produttività. E l’immettere ogni anno molto meno studenti eccellenti (un terzo) delle società nordeuropee con scuole capaci di seguire i più lenti ma anche di valorizzare i più bravi, non creerà la classe dirigente per fare ripartire l’economia del nuovo millennio.
Convincersi che la meritocrazia porta a più eguaglianza e conseguentemente «rottamare» tanti tabù della vecchia sinistra sarà essenziale a Pier Luigi Bersani per convincere gli elettori del Pd che hanno votato per Matteo Renzi a votare per lui alle prossime elezioni e a vincerle. Ma soprattutto sarà essenziale per governare un Paese fermo da 25 anni.



Per notizie su Roger Abravanel vedere qui e qui.



lunedì 5 novembre 2012

Twitter versus Facebook?

Sono su Facebook nel novembre 2008 e salvo brevi periodi di disaffezione sono sempre stata assidua.

Nell'ottobre 2010 mi sono iscritta anche a Twitter, ma all'inizio non l'ho frequentato molto. Al primo impatto non mi è piaciuto. Tuttavia negli ultimi mesi mi sono ricreduta e non posso più farne a meno. Sembra che la stessa cosa sia accaduta a molti. All'inizio Twitter non piace, poi si diventa dipendenti, più che nei confronti di altri social network.

E' certo che riuscire a dire qualcosa di sensato in 140 caratteri non è semplice e ovviamente ci vuole buona capacità di sintesi.

Ma c'è addirittura chi sostiene che con tale mezzo non sia possibile esternare pensieri complessi.

Tra questi Michele Serra che a Twitter ha dedicato un' Amaca di qualche mese fa affermando che il mezzo genera un linguaggio totalmente binario, o X o Y, o tesi o antitesi, in sostanza uno scontro tra slogan eccitati e frasette monche,  concludendo che Twitter gli fa proprio schifo.

Altri la pensano diversamente.

C'è chi sostiene che dipende dalle persone usare in un modo o in un altro il mezzo cui non si può imputare nulla di per sé, opinione con la quale concordo pienamente.

C'è addirittura chi tira in ballo i grandi, filosofi, letterati, scienziati, che, anche in un passato molto remoto, si sono espressi spesso attraverso il pensiero sintetico. 
E chi non ricorda alcune massime di grandi personaggi, anche se talvolta quelle massime sono state estrapolate da un contesto molto più articolato e complesso?

Insomma Eraclito,Marziale, Pascal, Wilde, Wittgenstein, e via elencando, avrebbero usato ottimamente Twitter.

Infine addirittura l'Accademia della Crusca promuove Twitter e afferma che il social network è una buona palestra di sintesi.

Poi c'è chi spiega le buone maniere su Twitter.

E chi scrive un libro per spiegare ai giornalisti come utilizzarlo.

E ovviamente ci sono anche guide generali all'uso come questa.

Diversi scrittori, giornalisti, politici, opinionisti, hanno deciso di esserci e molti di loro sono assidui, altri come Serra rifiutano il mezzo, tanto che qualcuno ha rispolverato la contrapposizione tra apocalittici e integrati, dal titolo del famoso saggio uscito una cinquantina di anni fa in cui Umberto Eco si occupava del tema della cultura di massa e dei mezzi di comunicazione di massa individuandovi sia aspetti positivi che negativi. E oggi Eco con riferimento a Twitter si potrebbe annoverare tra gli integrati.

Sempre in difesa di Twitter, Riccardo Scandellari, titolare del blog Skande.com, dedicato al marketing non convenzionale, ai social network,  e a tutti i nuovi mezzi di comunicazione, nota da utilizzatore di Twitter di “lunga” data che al contrario di Facebook i deliri di singoli utenti o le speculazioni sono più sotto controllo e un buon numero di utenti vigilanti sono in ascolto, in modo da tenere le informazioni errate (per quelle inutili ci attrezzeremo) sotto controllo e definisce l'amata piattaforma una sorta di intelligenza collettiva autoregolata e difficilmente influenzabile che generi anticorpi contro le informazioni false e tendenziose.

E qui veniamo al contrasto tra Twitter e Facebook.

Mi sembra che chi ama l'uno non sopporti l'altro, un po' come accade tra gattofili e cinofili, perché  chi ama i gatti difficilmente ama anche i cani allo stesso modo e viceversa.  Ma soprattutto noto un certo snobismo da parte degli utenti di Twitter nei confronti di quelli di Facebook, anche se sono in molti ad avere l'account su entrambi.

Vittorio Sgarbi su Twitter invita i cretini a stare su Facebook, ma vedo che, tra una nota d'arte e l'altra, insulta e riceve insulti a raffica con utilizzo di un fraseggio che non so quanto abbia a vedere con l'intelligenza. Ci sono anche tweet sul rimorchio e le corna (altrui).

Ma non è il solo a considerarsi più intelligente perché sta su Twitter.

Sud Sound System, tanto per citarne uno, ha scritto che "Facebook è un secchio mentre Twitter è un torrente".  Mah!

E poi si sa che le osservazioni sull'intelligenza altrui ci sono sempre state e hanno preso e prendono a pretesto qualsiasi cosa.

Ho trovato persino un articolo in cui si riporta uno studio per il quale coloro che utilizzano i browser Chrome  e Firefox sarebbero più intelligenti di quelli che usano Explorer, relegando tra i più sfigati quelli che utilizzano Explorer 6. Sicuramente questi ultimi sono meno attenti all'utilizzo dell'informatica, ma l'intelligenza credo c'entri il giusto.

Del resto sono stati anche fatti studi (e mi piacerebbe sapere chi li finanzia) per arrivare alla conclusione che sono più intelligenti, di volta in volta, i più alti, i fratelli maggiori, i figli unici, i mancini, gli uomini, le donne e via elencando.

Per quanto mi riguarda, uso entrambi i social network che, a mio parere, rispondono ad esigenze diverse.

Credo che il segreto di Twitter stia nel fatto che lo si può modellare secondo le proprie esigenze. C'è chi lo utilizza come fonte di notizie, per divertimento, per lavoro, ecc.

Su Twitter non si va tanto per scambiare opinioni, anche se comunque è possibile farlo,  quanto piuttosto per lasciare i propri tweet e leggere quelli altrui, che forse leggeranno i nostri, e magari li "ritwitteranno", e noi i loro, sperando ciascuno di noi di aumentare il numero dei follower e delle citazioni.

Ma su Twitter si cercano anche notizie sugli argomenti che ci interessano, e magari si ottengono in diretta, non solo seguendo i singoli giornalisti, opinionisti, politici e quant'altro, ma anche perché qualcuno dei nostri following, anche un comune mortale, si trova per caso sul teatro di un evento importante. 

E poi su Twitter si commentano in diretta i talkshow e altri programmi televisivi, così che ormai non ci si può più neanche sbracare sul divano a guardarsi un programma in pace, perché siamo obbligati a interagire!

Da un certo punto di vista Twitter è più divertente di Facebook e si presta maggiormente all'ironia. Sicuramente è anche più narcisistico e meno "social". 

Ovviamente per farsi leggere in 140 caratteri occorre essere lapidari e ironici. Non tutti ci riescono o almeno non sempre.

Inoltre se su Facebook si appare generalmente con il proprio nome e cognome e del resto non avrebbe senso se non ci si mette la propria faccia, su Twitter è più frequente usare nick di fantasia (fake). Così abbiamo Dio, Gesù, il Diavolo, il Triste Mietitore, La Sfiga, e poi personaggi famosi, anche del passato, come Dante Alighieri.

Ogni utente può inserire una bio (biografia) rigorosamente in 140 caratteri e questa è una difficoltà notevole da superare. Ovviamente si può anche non mettere la bio, ma se vogliamo farci leggere è meglio inserirne una accattivante. C'è anche chi insegna come farla.   

La bio di Dio è la seguente: Il Signore Iddio Onnipotente, fondatore e CEO dell'Universo, noto anche come Massimo Fattore. Entra sempre nel bagno delle donne, perché c'è scritto Signore. Dio ha anche un blog. Ha vinto il premio di miglior "fake" nell'edizione 2012 dei "Tweet Award" e in una recente intervista spiega perché ha scelto Twitter.

Ed ecco la bio del Triste Mietitore: Il mio mestiere è deprimente. Lavoro dalla notte dei tempi e non andrò in pensione. Sono il Tristo Mietitore depresso. Sono la Morte. E questo è il suo blog. Tra i Tweet Award diciamo che è arrivato secondo tra i "fake".

Di Gesù poi ce ne sono diversi. Ecco alcune delle loro bio:
1) Sono il re dei raccomandati, il più grande figlio-di-papà della Storia, e vi amo anche se non ve lo meritate! !PorcaMamma Nell'alto dei Cieli
2) Io sono colui che cercherà di salvarvi... invano.
Gerusalemme (pendolare)
3) l'uomo il cui compleanno è noto per essere il più famoso della storia senza festeggiato. Sceso sulla Terra a diffondere il Complemento Oggetto

Questa invece è la bio del Diavolo Ψ (ma sicuramente non è l'unico diavolo e non ho ancora fatto una ricerca sugli altri nomi con i quali è conosciuto)  
Signore indiscusso delle pentole. Da poco iscritto al corso De Agostini Coperchi&Coperchi. Preferirete l'Inferno anche per il clima; Ho i climatizzatori ora!

E questa, della Sfiga:
E' vero, vi vedo benissimo. Io sono quello che vi fa incontrare il 94enne col cappello che guida ai 30 all'ora solo quando avete fretta

E infine quella di Dante Alighieri:
Nel mezzo del mio esilio in Paradiso | m'avvidi che l'italico bordello | facea ai connazional perder 'l sorriso
Per il sommo poeta mi sarei aspettata di meglio, ma qualche suo tweet è veramente carino come questo su Marchionne che ha offeso Firenze:
e' notte di risate, e' notte insonne / Firenze tutta Civitate ride / udendo le stronzate d'un #Marchionne

Personalmente su Twitter mi sento più sciolta, forse perché pochi tra i miei follower mi conoscono nella vita reale, mentre diversi degli amici di Facebook sanno almeno chi sono e alcuni mi conoscono personalmente.

Devo dire che sono iscritta anche a Volunia, che avrebbe dovuto essere un incrocio tra motore di ricerca e socialnetwork, ma non mi pare abbia decollato e comunque al momento non mi interessa, forse più avanti.

E ora c'è anche Universe, ma sarà meglio lasciar perdere.

Mi sono iscritta invece a Overblog, la piattaforma francese che recentemente ha introdotto una nuova forma di blog in cui gli aggiornamenti di stato dei diversi social network diventano i post di un unico blog. Così ho creato il Blog "Diario di Bordo", sul quale non scrivo niente di nuovo, perché di blog ne ho già due e mi sembrano sufficienti, però lo utilizzo per ricucire i frammenti personali che altrimenti risulterebbero dispersi nei vari socialnetwork, compresi anche You Tube e Instagram.

Che non si fa per esserci! Qualche volta penso di dovermi disintossicare.



martedì 9 ottobre 2012

Riconoscersi nei personaggi di Fabio Volo


Incuriosita  dal discredito quasi unanime che Fabio Volo riceve sui social network, nonostante il notevole successo di pubblico, ho deciso di leggere uno dei suoi romanzi.
Ne ho sfogliati alcuni in libreria. Stavo quasi per acquistare "E' una vita che ti aspetto" soprattutto perché mi ero riconosciuta nelle parole che il protagonista rivolge all'amico medico entrando nel suo ambulatorio qualche giorno dopo aver fatto delle analisi: "Cos’è, una malattia grave? Inguaribile? Insomma, che cos’ho? Dimmelo, non tenermi nascosto niente. Devo fare una TAC?".  
Ciò a prescindere dal fatto che io ormai non vado quasi più dal medico perché la mia ipocondria si è trasformata in patofobia ed evito come la peste anche le analisi. Poi, non so nemmeno perché, la mia scelta è caduta invece su "Il giorno in più".

Il protagonista è un trentenne, Giacomo, che vive giornate sempre uguali, attraversa la vita rimanendo sempre in superficie, finché non fa un incontro casuale con una sconosciuta e, per la prima volta, decide di assumersi un rischio, anche quello di apparire ridicolo, e parte all'inseguimento di un sogno che alla fine sarà coronato da successo.
Ho l'impressione comunque che i romanzi di Volo si somiglino un po' tutti e che abbiano sempre per protagonisti personaggi irrisolti poco più che trentenni che ad un certo punto trovano il coraggio di vivere la propria vita e di fare delle scelte.

Certo profondità non ce n'è e anche lo stile lascia a desiderare, soprattutto se, come è successo a me, si passa a Volo subito dopo  Haruki Murakami di cui ho da poco finito di leggere la prima parte di 1Q84. 

Credo che i romanzi di Volo si possano mettere sullo stesso piano di quelli della Sveva Casati Modignani o della Kinsella, insomma una declinazione moderna del romanzo rosa.

Ad ogni modo considerato che nel mio presente c'è una situazione di empasse mi sono sentita in sintonia con il personaggio di Giacomo.

Mi riconosco in lui quando dice "Questo è sempre stato il mio pensiero sulle donne: ho sempre creduto che se stavo con una avrei perso tutte le altre. Sono stato così in tutto. Nello sport, per esempio,ho fatto karatè, ping-pong, calcio, basket. Non mi sono mai focalizzato su un'attività sola. Ho scavato sempre mille buche, forse per questo non ho mai trovato niente."  
Devo ammettere che anch'io avevo questa sensazione di perdita ogniqualvolta iniziavo una storia con un uomo e che anch'io non riesco a focalizzarmi su una sola attività e mi disperdo in mille rivoli, aiutata in ciò anche dalla navigazione in internet e dai social network. 
E mi trovo in sintonia anche con altre osservazioni come quelle sotto riportate:

"Sin da piccolo, mi ero sempre sentito come uno che va a una festa a cui non era stato invitato" 

"La verità è che non ho paura di morire, ma mi scoccia da matti. Mi scoccia che un giorno non ci sarò più. Mi dispiace andarmene da qui. Ma non è paura, è semplicemente fastidio. Morire è una vera stronzata. Darei la vita per non morire."
Banalità che comunque fanno parte della vita e con le quali ci confrontiamo ogni giorno e che causano angoscia, paura, dolore.

Del resto, come ricordavo in uno dei miei precedenti post, lo psichiatra e romanziere Irvin D. Yalom sostiene che i quattro fattori che causano il dolore nell'umana esistenza sono il timore di fallire nelle relazioni umane e quindi di restare soli, l’inevitabilità della morte, la libertà di scegliere e la responsabilità che ne deriva, la consapevolezza della mancanza di significato della vita.
Poi se ne può parlare in maniera più o meno elevata e scriverci intorno storie più complesse e profonde come fanno Yalom e Murakami, o più semplici come Volo.  

Il romanzo è piaciuto anche a mia madre che ha detto che Giacomo mi somiglia molto.

Non so se preoccuparmi considerato che, purtroppo per me, i trent'anni sono ormai un ricordo sbiadito!