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venerdì 11 gennaio 2013

La sinistra e il merito


Riporto un articolo tratto dall'Huffington Post Italia di stamani in cui si sostiene che  le uniche vere novità di questa campagna elettorale sono venute finora da Renzi e da "Fare per Fermare il Declino". 
Purtroppo nelle liste del PD i renziani sembrano veramente pochi, mentre sono ricomparsi alcuni dinosauri spostati magari in circoscrizioni dove non sono conosciuti, e diversi nominativi nuovi di cui però non si sa niente (ligi funzionari di partito?), quanto a "Fare per Fermare il declino" è un movimento di opinione di cui condivido alcune proposte, soprattutto sulla valorizzazione del merito, ma è certo che non raccoglierà che una minima percentuale di consensi forse insufficienti a entrare in parlamento.

Quello che non riesco a capire della sinistra è perché continui a guardare con sospetto il merito come se si trattasse di un attentato all'uguaglianza e di qualcosa che "profuma" di destra. 

Giusto ovviamente che la sinistra appunti l'attenzione sulla redistribuzione dei redditi e sulla giustizia sociale; mi domando tuttavia perché non ha ancora capito che uguaglianza di diritti significa assicurare le stesse basi di partenza e opportunità a tutti, indipendentemente dal reddito originario, ma che poi, pur assicurando i mezzi per vivere dignitosamente a tutti, è giusto che ottenga di più chi si impegna di più e anche chi ha migliori qualità personali. E se la natura, talvolta è matrigna, non ci si può mica fare niente. 

Se non si mandano avanti i migliori, come avviene negli altri paesi europei, non ci libereremo mai dei tipici malanni che caratterizzano non solo la politica, ma anche la società civile del nostro paese.

 

Destra-Sinistra, Vecchio-Nuovo: Istruzioni per l'uso in campagna elettorale



Nelle ultime settimane si è spesso detto che la tradizionale divisione destra-sinistra non ha più molto senso. Il tema, affrontato sempre più di frequente in editoriali e blog in questo primo scorcio di campagna, nel tentativo di inquadrare i nuovi soggetti politici che stanno scaldando i muscoli in attesa della competizione elettorale, è divenuto di attualità quando Monti lo ha ribadito a chiare lettere nella conferenza stampa nella quale annunciava la propria "salita" in politica. Il punto, però, non è che destra e sinistra non esistono più - sarebbe come dire che non ci sono più le mezze stagioni - ma che i governi sono costretti a perseguire politiche diversificate, una volta patrimonio esclusivo dell'una o dell'altra parte politica, a seconda della situazione economica o politica contingente o della convenienza in chiave elettorale. Fenomeno colto con chiarezza da Nanni Moretti nel film "Aprile" quando esortava D'Alema a "dire qualcosa di sinistra".
Si pensi, ad esempio, alle "lenzuolate" di Bersani che hanno iniziato a introdurre le prime liberalizzazioni. Un tema a prima vista tipicamente di destra, ma che nel contesto italiano, come Giavazzi e Alesina hanno convincentemente spiegato, è piuttosto rivoluzionario e che certamente beneficia soprattutto le classi meno abbienti. D'altro lato, si pensi all'approccio statalista e protezionista di larga parte del PdL in difesa dei dipendenti pubblici che costituivano una larga parte del proprio elettorato.


Queste differenze erano fondamentali nella Prima Repubblica, quando l'ideologia prevaleva su ogni altro argomento politico. Nella Seconda Repubblica, invece, dopo la caduta del muro di Berlino e lo sdoganamento della destra, erano solo un utile pretesto per catturare gli elettori. Com'è noto, Bobbio aveva scritto che destra e sinistra continuavano a differenziarsi per il diverso approccio al tema dell'uguaglianza: la prima mirava alla redistribuzione del reddito, la seconda privilegiava il merito. 
Oggi però sembra chiaro che per aiutare chi è svantaggiato non serve tanto ridistribuire il reddito quanto piuttosto creare quella che in gergo si chiama "eguaglianza di opportunità" per consentire mobilità sociale.

Così, chi è rimasto legato alle tradizionali categorie della politica si trova spiazzato. Mancando questi punti di riferimento, la campagna si sta sviluppando all'insegna del "vecchio" e del "nuovo", soprattutto per intercettare i voti di protesta. Anche queste, però, sembrano spesso definizioni retoriche che lasciano il tempo che trovano. La novità non deriva dal solo fatto che si tratti di un soggetto politico che si presenta per la prima volta alle elezioni o dalla provenienza dalla cosiddetta "società civile" di una parte dei suoi candidati, quanto piuttosto dalle idee che stanno alla base dell'offerta politica.
Ad esempio, il Movimento 5 Stelle, che peraltro esiste da tempo, in fin dei conti riprende taluni temi qualunquistici tipici dell'antipolitica ed altri dei no-global già presenti in altri partiti e gruppi in Italia (dal partito dell'Uomo Qualunque di Giannini ai No-Tav) e di recente anche all'estero (il Partito Pirata in Germania). Lo stesso vale per Rivoluzione Civile di Ingroia che è stato ripudiato da molti intellettuali proprio perché ritenuto "vecchio" nella sostanza e nel metodo. Anche il "nuovo" raggruppamento che si sta formando intorno al Presidente Monti accoglie partiti e candidati che provengono addirittura dalla Prima Repubblica e che si pongono in una linea di continuità con le politiche di rigore fondato sull'imposizione fiscale finora portate avanti dal governo.
A me pare che le uniche vere novità di questa campagna elettorale siano venute finora da Renzi e da Fare per Fermare il Declino, non solo per il comune forte richiamo alla discontinuità con una classe dirigente (politica e amministrativa) che ha portato il paese alla situazione di gravissima crisi nella quale ora si trova, ma anche per le soluzioni offerte. Il progetto, in entrambi casi, si basa su ricette chiare, in alcuni casi con l'indicazione dei provvedimenti da adottare nei primi 100 giorni (non le solite fumose e generiche affermazioni di principio che sostanzialmente equivalgono a dare un assegno in bianco nelle mani di chi governerà): diminuzione del debito pubblico; riduzione della pressione fiscale (soprattutto per ridurre il costo del lavoro); riorganizzazione e "dimagrimento" dello Stato per indirizzare le risorse dove è più necessario (scuola, università, ricerca scientifica); riforme della giustizia per accelerare la durata dei processi; maggiore trasparenza nella gestione dell'amministrazione; ecc..
Le affinità sono notevoli, sia per il metodo sia per le ricette economiche. Non a caso Zingales (uno dei fondatori di Fare per Fermare il Declino, era stato tra i consiglieri economici di Renzi). Ebbene, proprio per la loro "novità", la reazione dell'establishment contro entrambi è stata durissima: da un lato, la vecchia guardia del PD ha fatto muro contro il giovane sfidante e, dopo le recenti primarie per i candidati, ben pochi sono i Renziani rimasti in lista; dall'altro, i partiti e movimenti che pure apparentemente si richiamano agli stessi principi liberali hanno ignorato Fare, addirittura rifiutando ogni confronto sui programmi o cooperazione sul piano elettorale.
A ben vedere, dunque, tutte queste definizioni (destra, sinistra, società civile, nuovo, scelte civiche, ecc.) sono ormai spesso solo proclami elettorali. Occorre guardare alla sostanza dell'offerta politica, altrimenti poi è inutile lamentarsi. Come diceva Goethe, non si è mai ingannati, si inganna se stessi.
Alberto Saravalle, Responsabile Settore Giustizia, Fare per Fermare il Declino
L'Huffington Post
11/01/2013

lunedì 10 dicembre 2012

Meritocrazia


Ho deciso di utilizzare questo blog anche per riportare articoli da quotidiani e riviste che mi sembrano interessanti al fine di capire dove vanno l'Italia, l'Europa e il mondo, dal punto di vista politico, sociale e culturale.    

Comincio con questo articolo: 
“«Meritocrazia valore di destra» L’idea che la sinistra deve rottamare” di ROGER ABRAVANEL dal Corriere della Sera del 9 dicembre 2012 (ripreso dal blog "Il Quinto Stato")


Una settimana fa Pier Luigi Bersani ha vinto le primarie del centrosinistra. I suoi elettori dicono che ha fatto riscoprire la meritocrazia nella politica con le primarie del centrosinistra dopo che per anni si è assistito al proliferare di candidati scelti dai partiti (quando non personalmente dal padre padrone) unicamente sulla base della fedeltà invece che sul merito individuale. Adesso il suo compito è di creare una nuova sinistra per cercare di vincere le elezioni e governare con successo.
Creare una nuova sinistra non richiede solo di «rottamare» alcuni dei politici come vorrebbero in molti, ma anche alcune vecchie idee. La prima, e forse la più importante, è stata la risposta data al moderatore del dibattito di Sky tra i contendenti alle primarie che chiedeva a Bersani se fosse «in favore di più meritocrazia». Al che il segretario del Partito democratico ha risposto «va bene più meritocrazia, ma anche più eguaglianza». Il che sottintende che la competizione va bene per i vertici della politica e della economia, ma se estesa alle masse dei lavoratori e degli studenti può portare, per esempio, a licenziamenti di massa e alla perdita del «diritto allo studio». Ne deriva che l’unico modo efficace per ridurre la diseguaglianza è quello di ridistribuire la ricchezza dai ricchi ai poveri.
Nulla di nuovo. Per la sinistra italiana la meritocrazia resta un valore «di destra» e l’egalitarismo continua a restare il principio fondante, contrariamente alle sinistre nordeuropee che da più di vent’anni lo hanno fatto evolvere nella ricerca delle pari opportunità. L’idea era semplice: se uno va avanti solo se è bravo e non perché è furbo o raccomandato da qualcuno che gli deve un favore, la mobilità sociale aumenta perché anche un povero meritevole può salire sull’«ascensore sociale».
Questo sistema di valori è in realtà pienamente accettato dalla sinistra italiana che ha lottato negli ultimi anni molto di più della destra contro i privilegi anticoncorrenza e il non rispetto delle regole. Eppure resta sospettosa quando l’idea della competizione spinta viene estesa dall’élite alle masse. Questo avviene per due motivi. Primo, «il bisogno»: il lavoratore che fa male il proprio lavoro meriterebbe di essere licenziato ma «ha bisogno» del posto di lavoro (per mantenere una moglie che non lavora e i figli precari); e quindi resta l’articolo 18. Secondo: il «diritto acquisito»: il precario della scuola ha acquisito il diritto al posto fisso e quindi è giusto opporsi al primo concorso dopo 10 anni che lo mette in competizione con la nuova generazione di insegnanti. È ovvio perché questi due motivi valgono solo per le masse e non per il top: Matteo Renzi e Pier Luigi Bersani non hanno né il «bisogno» né il «diritto» di diventare presidenti del Consiglio e quindi si accetta una competizione accanita. Ma non si accetta per milioni di lavoratori e studenti. E neanche Matteo Renzi, che pure ha preso posizioni coraggiose e anche controproducenti su pensioni e politica estera ha osato esprimersi chiaramente a favore di una meritocrazia più diffusa su temi come il lavoro e la scuola: ha dichiarato di voler adattare il giusto modello della flexsecurity di Pietro Ichino (quasi scomunicato dal Partito democratico) ma non ha parlato della meritocrazia individuale e, relativamente alla scuola, ci si sarebbe aspettata più enfasi nel sostenere l’esigenza di valutare gli insegnanti per migliorare la qualità dell’insegnamento dove è meno buona.
Il problema è che la sinistra italiana non si rende conto che rispettare i «bisogni» e i «diritti acquisiti» perpetua la spaventosa ineguaglianza della società italiana che abbiamo già descritto nelle pagine di questo quotidiano. Se non si può licenziare un lavoratore che lavora male (proteggendolo con ammortizzatori sociali orientati a reinserirlo rapidamente nel mondo del lavoro), aumenterà l’attuale apartheid tra 12 milioni di lavoratori di fatto inamovibili a livello individuale e 9 milioni licenziabili senza vincolo alcuno.
Se il «diritto allo studio» protegge insegnanti mediocri, ciò va a scapito degli studenti con meno mezzi per i quali la scuola è la unica vera chance di azzerare i privilegi della nascita; continuerà in Italia la discriminazione tra gli studenti del Nord che hanno scuole di livello europeo e quelli del sud che l’Ocse misura essere a livello dell’Uruguay e della Thailandia. Se la sinistra da un lato lotta giustamente contro la corruzione nella sanità, ma dall’altro protegge indiscriminatamente chi ci lavora, in alcune regioni del Centro Sud con sprechi assurdi, incompetenza e pessimo livello di servizio, l’ineguaglianza della qualità del servizio sanitario pubblico tra alcune regioni del Nord e altre del Centro Sud è destinata ad aumentare, in particolare adesso che non si può ricorrere più alla spesa pubblica.
La mancanza di meritocrazia ci ha resi più ineguali, nonostante la pretesa di essere una società basata sulla solidarietà. Ma è anche la principale causa della stagnazione economica degli ultimi 25 anni. L’apartheid del lavoro, oltre a essere ingiusto, ha distrutto la produttività, perché il precario bravo raramente riceve dalle imprese gli investimenti in formazione e in sviluppo professionale, che alla fine ci rimettono in produttività. E l’immettere ogni anno molto meno studenti eccellenti (un terzo) delle società nordeuropee con scuole capaci di seguire i più lenti ma anche di valorizzare i più bravi, non creerà la classe dirigente per fare ripartire l’economia del nuovo millennio.
Convincersi che la meritocrazia porta a più eguaglianza e conseguentemente «rottamare» tanti tabù della vecchia sinistra sarà essenziale a Pier Luigi Bersani per convincere gli elettori del Pd che hanno votato per Matteo Renzi a votare per lui alle prossime elezioni e a vincerle. Ma soprattutto sarà essenziale per governare un Paese fermo da 25 anni.



Per notizie su Roger Abravanel vedere qui e qui.



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venerdì 11 gennaio 2013

La sinistra e il merito


Riporto un articolo tratto dall'Huffington Post Italia di stamani in cui si sostiene che  le uniche vere novità di questa campagna elettorale sono venute finora da Renzi e da "Fare per Fermare il Declino". 
Purtroppo nelle liste del PD i renziani sembrano veramente pochi, mentre sono ricomparsi alcuni dinosauri spostati magari in circoscrizioni dove non sono conosciuti, e diversi nominativi nuovi di cui però non si sa niente (ligi funzionari di partito?), quanto a "Fare per Fermare il declino" è un movimento di opinione di cui condivido alcune proposte, soprattutto sulla valorizzazione del merito, ma è certo che non raccoglierà che una minima percentuale di consensi forse insufficienti a entrare in parlamento.

Quello che non riesco a capire della sinistra è perché continui a guardare con sospetto il merito come se si trattasse di un attentato all'uguaglianza e di qualcosa che "profuma" di destra. 

Giusto ovviamente che la sinistra appunti l'attenzione sulla redistribuzione dei redditi e sulla giustizia sociale; mi domando tuttavia perché non ha ancora capito che uguaglianza di diritti significa assicurare le stesse basi di partenza e opportunità a tutti, indipendentemente dal reddito originario, ma che poi, pur assicurando i mezzi per vivere dignitosamente a tutti, è giusto che ottenga di più chi si impegna di più e anche chi ha migliori qualità personali. E se la natura, talvolta è matrigna, non ci si può mica fare niente. 

Se non si mandano avanti i migliori, come avviene negli altri paesi europei, non ci libereremo mai dei tipici malanni che caratterizzano non solo la politica, ma anche la società civile del nostro paese.

 

Destra-Sinistra, Vecchio-Nuovo: Istruzioni per l'uso in campagna elettorale



Nelle ultime settimane si è spesso detto che la tradizionale divisione destra-sinistra non ha più molto senso. Il tema, affrontato sempre più di frequente in editoriali e blog in questo primo scorcio di campagna, nel tentativo di inquadrare i nuovi soggetti politici che stanno scaldando i muscoli in attesa della competizione elettorale, è divenuto di attualità quando Monti lo ha ribadito a chiare lettere nella conferenza stampa nella quale annunciava la propria "salita" in politica. Il punto, però, non è che destra e sinistra non esistono più - sarebbe come dire che non ci sono più le mezze stagioni - ma che i governi sono costretti a perseguire politiche diversificate, una volta patrimonio esclusivo dell'una o dell'altra parte politica, a seconda della situazione economica o politica contingente o della convenienza in chiave elettorale. Fenomeno colto con chiarezza da Nanni Moretti nel film "Aprile" quando esortava D'Alema a "dire qualcosa di sinistra".
Si pensi, ad esempio, alle "lenzuolate" di Bersani che hanno iniziato a introdurre le prime liberalizzazioni. Un tema a prima vista tipicamente di destra, ma che nel contesto italiano, come Giavazzi e Alesina hanno convincentemente spiegato, è piuttosto rivoluzionario e che certamente beneficia soprattutto le classi meno abbienti. D'altro lato, si pensi all'approccio statalista e protezionista di larga parte del PdL in difesa dei dipendenti pubblici che costituivano una larga parte del proprio elettorato.


Queste differenze erano fondamentali nella Prima Repubblica, quando l'ideologia prevaleva su ogni altro argomento politico. Nella Seconda Repubblica, invece, dopo la caduta del muro di Berlino e lo sdoganamento della destra, erano solo un utile pretesto per catturare gli elettori. Com'è noto, Bobbio aveva scritto che destra e sinistra continuavano a differenziarsi per il diverso approccio al tema dell'uguaglianza: la prima mirava alla redistribuzione del reddito, la seconda privilegiava il merito. 
Oggi però sembra chiaro che per aiutare chi è svantaggiato non serve tanto ridistribuire il reddito quanto piuttosto creare quella che in gergo si chiama "eguaglianza di opportunità" per consentire mobilità sociale.

Così, chi è rimasto legato alle tradizionali categorie della politica si trova spiazzato. Mancando questi punti di riferimento, la campagna si sta sviluppando all'insegna del "vecchio" e del "nuovo", soprattutto per intercettare i voti di protesta. Anche queste, però, sembrano spesso definizioni retoriche che lasciano il tempo che trovano. La novità non deriva dal solo fatto che si tratti di un soggetto politico che si presenta per la prima volta alle elezioni o dalla provenienza dalla cosiddetta "società civile" di una parte dei suoi candidati, quanto piuttosto dalle idee che stanno alla base dell'offerta politica.
Ad esempio, il Movimento 5 Stelle, che peraltro esiste da tempo, in fin dei conti riprende taluni temi qualunquistici tipici dell'antipolitica ed altri dei no-global già presenti in altri partiti e gruppi in Italia (dal partito dell'Uomo Qualunque di Giannini ai No-Tav) e di recente anche all'estero (il Partito Pirata in Germania). Lo stesso vale per Rivoluzione Civile di Ingroia che è stato ripudiato da molti intellettuali proprio perché ritenuto "vecchio" nella sostanza e nel metodo. Anche il "nuovo" raggruppamento che si sta formando intorno al Presidente Monti accoglie partiti e candidati che provengono addirittura dalla Prima Repubblica e che si pongono in una linea di continuità con le politiche di rigore fondato sull'imposizione fiscale finora portate avanti dal governo.
A me pare che le uniche vere novità di questa campagna elettorale siano venute finora da Renzi e da Fare per Fermare il Declino, non solo per il comune forte richiamo alla discontinuità con una classe dirigente (politica e amministrativa) che ha portato il paese alla situazione di gravissima crisi nella quale ora si trova, ma anche per le soluzioni offerte. Il progetto, in entrambi casi, si basa su ricette chiare, in alcuni casi con l'indicazione dei provvedimenti da adottare nei primi 100 giorni (non le solite fumose e generiche affermazioni di principio che sostanzialmente equivalgono a dare un assegno in bianco nelle mani di chi governerà): diminuzione del debito pubblico; riduzione della pressione fiscale (soprattutto per ridurre il costo del lavoro); riorganizzazione e "dimagrimento" dello Stato per indirizzare le risorse dove è più necessario (scuola, università, ricerca scientifica); riforme della giustizia per accelerare la durata dei processi; maggiore trasparenza nella gestione dell'amministrazione; ecc..
Le affinità sono notevoli, sia per il metodo sia per le ricette economiche. Non a caso Zingales (uno dei fondatori di Fare per Fermare il Declino, era stato tra i consiglieri economici di Renzi). Ebbene, proprio per la loro "novità", la reazione dell'establishment contro entrambi è stata durissima: da un lato, la vecchia guardia del PD ha fatto muro contro il giovane sfidante e, dopo le recenti primarie per i candidati, ben pochi sono i Renziani rimasti in lista; dall'altro, i partiti e movimenti che pure apparentemente si richiamano agli stessi principi liberali hanno ignorato Fare, addirittura rifiutando ogni confronto sui programmi o cooperazione sul piano elettorale.
A ben vedere, dunque, tutte queste definizioni (destra, sinistra, società civile, nuovo, scelte civiche, ecc.) sono ormai spesso solo proclami elettorali. Occorre guardare alla sostanza dell'offerta politica, altrimenti poi è inutile lamentarsi. Come diceva Goethe, non si è mai ingannati, si inganna se stessi.
Alberto Saravalle, Responsabile Settore Giustizia, Fare per Fermare il Declino
L'Huffington Post
11/01/2013

lunedì 10 dicembre 2012

Meritocrazia


Ho deciso di utilizzare questo blog anche per riportare articoli da quotidiani e riviste che mi sembrano interessanti al fine di capire dove vanno l'Italia, l'Europa e il mondo, dal punto di vista politico, sociale e culturale.    

Comincio con questo articolo: 
“«Meritocrazia valore di destra» L’idea che la sinistra deve rottamare” di ROGER ABRAVANEL dal Corriere della Sera del 9 dicembre 2012 (ripreso dal blog "Il Quinto Stato")


Una settimana fa Pier Luigi Bersani ha vinto le primarie del centrosinistra. I suoi elettori dicono che ha fatto riscoprire la meritocrazia nella politica con le primarie del centrosinistra dopo che per anni si è assistito al proliferare di candidati scelti dai partiti (quando non personalmente dal padre padrone) unicamente sulla base della fedeltà invece che sul merito individuale. Adesso il suo compito è di creare una nuova sinistra per cercare di vincere le elezioni e governare con successo.
Creare una nuova sinistra non richiede solo di «rottamare» alcuni dei politici come vorrebbero in molti, ma anche alcune vecchie idee. La prima, e forse la più importante, è stata la risposta data al moderatore del dibattito di Sky tra i contendenti alle primarie che chiedeva a Bersani se fosse «in favore di più meritocrazia». Al che il segretario del Partito democratico ha risposto «va bene più meritocrazia, ma anche più eguaglianza». Il che sottintende che la competizione va bene per i vertici della politica e della economia, ma se estesa alle masse dei lavoratori e degli studenti può portare, per esempio, a licenziamenti di massa e alla perdita del «diritto allo studio». Ne deriva che l’unico modo efficace per ridurre la diseguaglianza è quello di ridistribuire la ricchezza dai ricchi ai poveri.
Nulla di nuovo. Per la sinistra italiana la meritocrazia resta un valore «di destra» e l’egalitarismo continua a restare il principio fondante, contrariamente alle sinistre nordeuropee che da più di vent’anni lo hanno fatto evolvere nella ricerca delle pari opportunità. L’idea era semplice: se uno va avanti solo se è bravo e non perché è furbo o raccomandato da qualcuno che gli deve un favore, la mobilità sociale aumenta perché anche un povero meritevole può salire sull’«ascensore sociale».
Questo sistema di valori è in realtà pienamente accettato dalla sinistra italiana che ha lottato negli ultimi anni molto di più della destra contro i privilegi anticoncorrenza e il non rispetto delle regole. Eppure resta sospettosa quando l’idea della competizione spinta viene estesa dall’élite alle masse. Questo avviene per due motivi. Primo, «il bisogno»: il lavoratore che fa male il proprio lavoro meriterebbe di essere licenziato ma «ha bisogno» del posto di lavoro (per mantenere una moglie che non lavora e i figli precari); e quindi resta l’articolo 18. Secondo: il «diritto acquisito»: il precario della scuola ha acquisito il diritto al posto fisso e quindi è giusto opporsi al primo concorso dopo 10 anni che lo mette in competizione con la nuova generazione di insegnanti. È ovvio perché questi due motivi valgono solo per le masse e non per il top: Matteo Renzi e Pier Luigi Bersani non hanno né il «bisogno» né il «diritto» di diventare presidenti del Consiglio e quindi si accetta una competizione accanita. Ma non si accetta per milioni di lavoratori e studenti. E neanche Matteo Renzi, che pure ha preso posizioni coraggiose e anche controproducenti su pensioni e politica estera ha osato esprimersi chiaramente a favore di una meritocrazia più diffusa su temi come il lavoro e la scuola: ha dichiarato di voler adattare il giusto modello della flexsecurity di Pietro Ichino (quasi scomunicato dal Partito democratico) ma non ha parlato della meritocrazia individuale e, relativamente alla scuola, ci si sarebbe aspettata più enfasi nel sostenere l’esigenza di valutare gli insegnanti per migliorare la qualità dell’insegnamento dove è meno buona.
Il problema è che la sinistra italiana non si rende conto che rispettare i «bisogni» e i «diritti acquisiti» perpetua la spaventosa ineguaglianza della società italiana che abbiamo già descritto nelle pagine di questo quotidiano. Se non si può licenziare un lavoratore che lavora male (proteggendolo con ammortizzatori sociali orientati a reinserirlo rapidamente nel mondo del lavoro), aumenterà l’attuale apartheid tra 12 milioni di lavoratori di fatto inamovibili a livello individuale e 9 milioni licenziabili senza vincolo alcuno.
Se il «diritto allo studio» protegge insegnanti mediocri, ciò va a scapito degli studenti con meno mezzi per i quali la scuola è la unica vera chance di azzerare i privilegi della nascita; continuerà in Italia la discriminazione tra gli studenti del Nord che hanno scuole di livello europeo e quelli del sud che l’Ocse misura essere a livello dell’Uruguay e della Thailandia. Se la sinistra da un lato lotta giustamente contro la corruzione nella sanità, ma dall’altro protegge indiscriminatamente chi ci lavora, in alcune regioni del Centro Sud con sprechi assurdi, incompetenza e pessimo livello di servizio, l’ineguaglianza della qualità del servizio sanitario pubblico tra alcune regioni del Nord e altre del Centro Sud è destinata ad aumentare, in particolare adesso che non si può ricorrere più alla spesa pubblica.
La mancanza di meritocrazia ci ha resi più ineguali, nonostante la pretesa di essere una società basata sulla solidarietà. Ma è anche la principale causa della stagnazione economica degli ultimi 25 anni. L’apartheid del lavoro, oltre a essere ingiusto, ha distrutto la produttività, perché il precario bravo raramente riceve dalle imprese gli investimenti in formazione e in sviluppo professionale, che alla fine ci rimettono in produttività. E l’immettere ogni anno molto meno studenti eccellenti (un terzo) delle società nordeuropee con scuole capaci di seguire i più lenti ma anche di valorizzare i più bravi, non creerà la classe dirigente per fare ripartire l’economia del nuovo millennio.
Convincersi che la meritocrazia porta a più eguaglianza e conseguentemente «rottamare» tanti tabù della vecchia sinistra sarà essenziale a Pier Luigi Bersani per convincere gli elettori del Pd che hanno votato per Matteo Renzi a votare per lui alle prossime elezioni e a vincerle. Ma soprattutto sarà essenziale per governare un Paese fermo da 25 anni.



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