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venerdì 18 ottobre 2013

In margine alle polemiche suscitate dalle affermazioni di Odifreddi sull'Olocausto. Si deve vietare il negazionismo per legge?

Continua la polemica scatenata dall’articolo del matematico e opinionista Piergiorgio Odifreddi dal titolo "Stabilire la verità storica per legge" per il quale è stato accusato di essere un negazionista dell'Olocausto.

In realtà nell’articolo ci sono solo alcune considerazioni sui funerali negati a Priebke e sul decreto approvato in questi giorni in Senato in cui si equipara a un reato la negazione dell’Olocausto.

In sostanza Odifreddi afferma che la salma di un uomo senza vita è pura cosa inanimata senza nessun valore almeno che non si aderisca alla  visione superstiziosa e magica propagandata con evidente successo dalla Chiesa cattolica e della quale sarebbero succubi gli appartenenti agli opposti fanatismi di destra e di sinistra che si sono scontrati sulla salma di Priebke. 

Quindi sul reato di negazionismo afferma che "affidarsi non alla storia, ma alla legge, per stabilire cosa è successo nel passato è tipico dei sistemi autoritari alla 1984, e non a caso Orwell parla al proposito di psicoreati, perseguiti da una psicopolizia.

Infine conclude l'articolo sottolineando che il Popolo delle Libertà, la Lega, Fratelli d’Italia e il Movimento a 5 Stelle, votano compatti con il Partito Democratico e Sel a proposito della Shoah, perché il fascismo di ieri non fa più paura, e schierarsi contro di esso è vuota demagogia, ma il fascismo di oggi è vivo e vegeto, e combatte la sua battaglia non alle Fosse Ardeatine, ma a Lampedusa.

Ma ciò che ha scatenato la polemica è in particolare la risposta (citata qui) al commento di un lettore, tale Hommequirit, che definisce il processo di Norimberga un’opera di propaganda. Odifreddi si dichiara d’accordo affermando che se la guerra fosse andata diversamente sarebbero stati gli alleati a essere processati per crimini di guerra, quindi prosegue con una dichiarazione che non è apertamente negazionista, ma esprime forti dubbi su quanto “il ministero della propaganda alleata” ci ha presentato come verità storica.

Che se le cose fossero andate diversamente ci sarebbe stata una Norimberga al contrario lo penso anch'io, anche se questo non rende meno efferati i crimini dei nazisti.  

Ma per quanto riguarda le camere a gas, anche se è vero che la storia dei vinti è stata sempre scritta dai vincitori, non si può pensare che siano falsità le testimonianze dei sopravvissuti e avere dei dubbi vuol dire che non si  crede a quanto questi hanno raccontato e si offende la memoria di chi non è tornato.

Purtroppo c'è il rischio che con il tempo i revisionisti prendano campo.

Pertanto occorre tenere viva la memoria di quegli orrori. Come disse Primo Levi "quando non ci saranno più i testimoni diretti di questa tragedia toccherà agli insegnanti e alla società, alle famiglie, ripetere questa storia senza punti interrogativi, perché così è stata".

Eppure già non mancano oggi gli storici negazionisti, come David Irving e Robert Faurisson. 

Ora ritengo che sostenere certe tesi di fronte all'evidenza di tante testimonianze o è malafede (e in sostanza appoggio delle tesi naziste) o è idiozia. Ma si  deve consentire la libertà di espressione anche agli idioti o si può vietare per legge l'idiozia? Sono solo domande che mi faccio perché non so rispondere. 

Nel 1980 il linguista statunitense Noam Chomsky, sebbene contrario alle tesi esposte, e suscitando molte polemiche, curò la prefazione dell'opera di Faurisson "Tesi difensiva contro coloro che mi accusano di falsificare la storia. La questione delle camere a gas", sostenendo il principio della libertà di espressione di tutti, e quindi anche di Faurisson.

Ritornando a Odifreddi mi sembra inaccettabile anche l’affermazione sull’equiparazione di un defunto a cosa senza valore. Da agnostica ritengo che il rispetto o il non rispetto, a seconda dei casi, nei confronti di una salma non sia per forza connesso alla religione, ma dipenda anche da ben altri fattori. L’umanità seppellisce o brucia i propri morti dal paleolitico, per una credenza magica nell’aldilà, forse, ma anche per rispetto di ciò che i morti hanno rappresentato in vita. La tomba di un defunto, se questi in vita, nel bene o nel male, ha rappresentato un'idea, può divenire anche un luogo che attira seguaci di quell’idea e quindi, anche per motivi di ordine pubblico, non era il caso che Priebke, che non fu un fondatore del nazismo, ma solo uno zelante e convinto esecutore di ordini ( ma non per questo meno responsabile delle sue azioni), venisse sepolto a Roma o nelle vicinanze, meglio non si sapesse dove, meglio in Germania (e mi domando perché i figli non vengano a prenderselo). Una tomba può essere un monumento alla memoria di grandi personaggi del passato (perché infatti il cimitero del Père-Lachaise nel quale sono sepolti molti personaggi illustri è uno dei luoghi più visitati di Parigi?), ma anche ovviamente un ritrovo per nostalgici di idee aberranti.

Non mi piace poi nemmeno la conclusione dell’articolo perché non credo si possa definire fascista chi manifesta una qualche preoccupazione per gli innumerevoli sbarchi di disperati sulle nostre coste (con questo non sono d’accordo neanche con le idee di Grillo sul reato di immigrazione clandestina, che peraltro i fatti hanno dimostrato non servire a niente). Tra costoro ci saranno certamente tanti fascisti e razzisti, ma è certo che ci sono anche persone di sentimenti democratici che tuttavia si pongono il problema di come arginare questo fenomeno.

Credo invece si debba riflettere senza isterismi sull’opportunità di equiparare a un reato la negazione dell’Olocausto, anche se molti paesi hanno norme analoghe. Credo che non serva in primo luogo a sradicare l’idea nazista che purtroppo ha ancora dei seguaci. Inoltre mi domando se si possa avere dei dubbi in materia senza essere nazisti, se si possa ugualmente condannare l’ideologia nazista che sarebbe stata aberrante anche senza le camere a gas. E peraltro non mi risulta che Odifreddi sia diventato fascista o nazista. L’anno scorso aveva scatenato un’altra polemica affermando che le stragi commesse dagli israeliani non sono meno gravi di quelle dei nazisti. Si può non essere d’accordo con affermazioni del genere, ma non è che l’Olocausto impedisca di criticare le azioni di Israele che ha occupato terre che erano di altri innescando in Medioriente uno scontro senza fine.

La XII^ disposizione finale della Costituzione italiana vieta, giustamente, la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista e la legge attuativa (n. 645 del 1952) prevede, sempre giustamente,  la condanna anche per chi pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche, oppure  idee o metodi razzisti, con pene aggravate se i fatti previsti sono commessi a mezzo stampa. Tuttavia mi chiedo se  manifestare dei dubbi in ordine all'Olocausto sia la stessa cosa che incitare alla violenza e all'odio razziale, o esaltare ideologie aberranti. Ci sono degli storici che hanno manifestato dei dubbi e che ho già definito idioti, ma per questo dovrebbero andare tutti in galera? 

Mi domando se la famosa frase di Voltaire "Non sono d'accordo con te, ma darei la vita per consentirti di esprimere le tue idee" si possa applicare anche a chi manifesta dubbi sull’Olocausto, purché non ne derivi l'esaltazione del nazismo.

A seguito della bagarre Odifreddi pubblica un successivo articolo dal titolo "Cos'è laverità" nel quale si scatena contro i giornalisti che l'hanno criticato, che sarebbero allo stesso livello di gran parte della popolazione italiana che, secondo la recente rilevazione Ocse non arriva al livello minimo di alfabetizzazione per comprendere un testo scritto, e il mitico “popolo della rete” che grida all’untore, e al quale non interessa  verificare cosa una persona possa aver detto, e meno che mai cercare di capirlo, ma interessa solo ripetere ciò che appare nei 150 caratteri che costituiscono ormai il limite massimo dell’attenzione e dell’approfondimento.

I caratteri sono solo 140, ma personalmente ritengo che si possano dire cose sensate anche in pochi caratteri, poi è ovvio che per  approfondire occorra più spazio. E' altresì innegabile che molti si buttano a scrivere senza neanche aver letto, ma non si può generalizzare e parlare di “mitico popolo della rete”, come non si può nemmeno affermare che la maggioranza delle persone sono quasi analfabeti e si formano idee non sui libri di storia ma sui film di Hollywood.

Quel che ho sempre rilevato in Odifreddi, nonostante ne condivida alcune idee sulla religione cattolica e sulle religioni in genere, che non mi portano tuttavia a negare qualsiasi possibilità al di là del puro materialismo accettando acriticamente l’ateismo come fosse una religione, è l’estrema presunzione e arroganza per le quali comunque, devo rilevare, è in buona compagnia. 



mercoledì 8 agosto 2012

Il problema Spinoza


Ho da poco finito di leggere  “Il problema Spinoza” di Irvin D. Yalom, psichiatra, psicoterapeuta e romanziere statunitense, e devo dire che era diverso tempo che non leggevo un romanzo che mi appassionasse dall'inizio alla fine.  

Durante l'occupazione tedesca dell’Olanda l'intera biblioteca del filosofo di origine ebraica Baruch Spinoza  è requisita da un'unità ai comandi di Alfred Rosenberg, fondatore e teorico del movimento nazista, condannato a morte al processo di Norimberga: la scritta "Il problema Spinoza" appare nel rapporto del nazista che la confiscò.

Prendendo  spunto da quest'episodio Yalom costruisce il suo romanzo immaginando che il teorico nazista sia stato ossessionato per tutta la vita dal filosofo ebreo del XVII° secolo.

L’espediente narrativo fa incontrare a Rosenberg il filosofo ebreo all’epoca dei suoi studi quando, in conseguenza di alcune sue affermazioni violentemente antisemite, è costretto dal preside di origine ebraiche Epstein a imparare a memoria alcuni passi dell’autobiografia di Goethe nei quali  l’autore del Faust, profondamente venerato dall'adolescente quale massimo poeta tedesco e simbolo dell'anima germanica, si dichiara grande ammiratore di Spinoza.

Ma anche se non c'è cura per chi è ormai ossessionato dal razzismo, tuttavia da allora si insinua nella mente di Rosenberg un tarlo: come può aver raggiunto tali sublimi altezze un appartenente a una razza inferiore? E questo tarlo lo accompagnerà per tutta la vita.

I capitoli si succedono alternando la storia dell’uno e dell’altro personaggio, come due vite parallele, e la trovata rende la narrazione più vivida anche se forse un po’ snervante, perché si seguono le vicende di un personaggio fino a un punto critico e a quel punto occorre calarsi nelle vicende dell’altro.

Rosenberg si arrovella sul "problema Spinoza" cercandovi una soluzione che non troverà. 

E' vero che Spinoza è un ebreo sui generis, bandito dalla comunità ebraica di Amsterdam perché considera l'ebraismo una forma di superstizione. Tuttavia allo stesso modo il filosofo rifiuta qualsiasi altra religione in nome della ragione e della ricerca di Dio, che non è fatto a immagine e somiglianza dell’uomo, ma che è tutt'uno con la natura. Il filosofo è un precursore dell’illuminismo e nelle sue teorie politiche ci sono già i germi del concetto di democrazia. Pertanto le teorie politiche di Spinoza non potevano piacere a Rosenberg che forse però si riconosce nel rifiuto delle religioni, anche se, a suo modo, anche il nazismo, di cui Rosenberg fu fondatore e teorico, era una religione basata sul volk (popolo) e sul sangue nonché sugli antichi miti nordici e come le religioni invadeva ogni aspetto della vita dei singoli.

Ma a mio parere l'autore unisce i protagonisti di queste vite parallele sulla base della reciproca difficoltà a esternare i propri sentimenti, a sentirsi parte di un'umanità che invece si limitano a osservare. Sia l’uno che l’altro vorrebbero amare ed essere amati, ma non possono, anche se l'autore li mette entrambi in contatto con due personaggi, di pura invenzione, con i quali riescono a mettere a nudo, almeno in parte, il loro animo, uno psicanalista nel caso di Rosenberg, un esponente della comunità ebraica nel caso di Spinoza.

Rosenberg appare come un individuo interiormente privo di interesse nei confronti dell'altro, e anche l'interesse per il filosofo sembra dominato da un unico interrogativo, comprendere il paradosso per cui un esponente di una razza inferiore possa aver raggiunto tali livelli di pensiero.

E che dire di Spinoza che interpreta in maniera geometrica anche passioni ed emozioni?

Nel romanzo gli è attribuito un unico amore, quello per la figlia del suo maestro Van den Enden dalla quale fu però rifiutato, episodio sul quale concordano anche i biografi, tanto che qualcuno si è domandato se da tale rifiuto derivi la  sua estrema misoginia che gli fa affermare che le donne sono incapaci di puro pensare, concetto tipicamente medioevale in un pensatore per altri versi già così moderno.

Ma mentre Spinoza sublima la sua incapacità di stabilire veri rapporti umani nelle vette del pensiero filosofico, Rosenberg scarica le sue frustrazioni e le sue insicurezze che derivano in larga parte dal non sentirsi amato e dal timore di non avere l’approvazione altrui nell’odio per gli ebrei che è il suo pensiero dominante, anche se in questo odio tuttavia c’è lo spazio per l’ammirazione di un filosofo di origine ebraica, seppur allontanato dalla sua comunità.

Come ho letto in questo articolo che ha per oggetto un altro dei romanzi di Yalom, "Love’s Executioner", che credo non sia stato tradotto in italiano, per l'autore il timore di fallire nelle relazioni umane e quindi di restare soli è uno dei quattro fattori che causano il dolore nell'umana esistenza. Gli altri sono: l’inevitabilità della morte, la libertà di scegliere e la responsabilità che ne deriva, la consapevolezza della mancanza di significato della vita.

Ma Yalom ha scritto altri due romanzi in cui protagonisti sono dei filosofi, "La cura Schopenhauer" e "Le lacrime di Nietzsche" e ciò mi fa venire in mente che da qualche anno la filosofia si è proposta come alternativa alla psicoterapia.

Veramente non so come la pensi lo psicoterapeuta Yalom in merito, ma attraverso questo romanzo non solo sono entrata  nel vivo della filosofia di Spinoza, ho creduto di comprendere il personaggio e le sue idee molto più di quando l'ho studiato al liceo, tanto che, diversamente da allora,  mi è venuta voglia di leggerne gli scritti, in particolare i due citati nel romanzo, l’ Etica e il Trattato teologico-filosofico, (nonostante le sue affermazioni sulle donne!), ma sono riuscita a vedere in maniera più chiara anche alcune questioni che mi riguardano.
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venerdì 18 ottobre 2013

In margine alle polemiche suscitate dalle affermazioni di Odifreddi sull'Olocausto. Si deve vietare il negazionismo per legge?

Continua la polemica scatenata dall’articolo del matematico e opinionista Piergiorgio Odifreddi dal titolo "Stabilire la verità storica per legge" per il quale è stato accusato di essere un negazionista dell'Olocausto.

In realtà nell’articolo ci sono solo alcune considerazioni sui funerali negati a Priebke e sul decreto approvato in questi giorni in Senato in cui si equipara a un reato la negazione dell’Olocausto.

In sostanza Odifreddi afferma che la salma di un uomo senza vita è pura cosa inanimata senza nessun valore almeno che non si aderisca alla  visione superstiziosa e magica propagandata con evidente successo dalla Chiesa cattolica e della quale sarebbero succubi gli appartenenti agli opposti fanatismi di destra e di sinistra che si sono scontrati sulla salma di Priebke. 

Quindi sul reato di negazionismo afferma che "affidarsi non alla storia, ma alla legge, per stabilire cosa è successo nel passato è tipico dei sistemi autoritari alla 1984, e non a caso Orwell parla al proposito di psicoreati, perseguiti da una psicopolizia.

Infine conclude l'articolo sottolineando che il Popolo delle Libertà, la Lega, Fratelli d’Italia e il Movimento a 5 Stelle, votano compatti con il Partito Democratico e Sel a proposito della Shoah, perché il fascismo di ieri non fa più paura, e schierarsi contro di esso è vuota demagogia, ma il fascismo di oggi è vivo e vegeto, e combatte la sua battaglia non alle Fosse Ardeatine, ma a Lampedusa.

Ma ciò che ha scatenato la polemica è in particolare la risposta (citata qui) al commento di un lettore, tale Hommequirit, che definisce il processo di Norimberga un’opera di propaganda. Odifreddi si dichiara d’accordo affermando che se la guerra fosse andata diversamente sarebbero stati gli alleati a essere processati per crimini di guerra, quindi prosegue con una dichiarazione che non è apertamente negazionista, ma esprime forti dubbi su quanto “il ministero della propaganda alleata” ci ha presentato come verità storica.

Che se le cose fossero andate diversamente ci sarebbe stata una Norimberga al contrario lo penso anch'io, anche se questo non rende meno efferati i crimini dei nazisti.  

Ma per quanto riguarda le camere a gas, anche se è vero che la storia dei vinti è stata sempre scritta dai vincitori, non si può pensare che siano falsità le testimonianze dei sopravvissuti e avere dei dubbi vuol dire che non si  crede a quanto questi hanno raccontato e si offende la memoria di chi non è tornato.

Purtroppo c'è il rischio che con il tempo i revisionisti prendano campo.

Pertanto occorre tenere viva la memoria di quegli orrori. Come disse Primo Levi "quando non ci saranno più i testimoni diretti di questa tragedia toccherà agli insegnanti e alla società, alle famiglie, ripetere questa storia senza punti interrogativi, perché così è stata".

Eppure già non mancano oggi gli storici negazionisti, come David Irving e Robert Faurisson. 

Ora ritengo che sostenere certe tesi di fronte all'evidenza di tante testimonianze o è malafede (e in sostanza appoggio delle tesi naziste) o è idiozia. Ma si  deve consentire la libertà di espressione anche agli idioti o si può vietare per legge l'idiozia? Sono solo domande che mi faccio perché non so rispondere. 

Nel 1980 il linguista statunitense Noam Chomsky, sebbene contrario alle tesi esposte, e suscitando molte polemiche, curò la prefazione dell'opera di Faurisson "Tesi difensiva contro coloro che mi accusano di falsificare la storia. La questione delle camere a gas", sostenendo il principio della libertà di espressione di tutti, e quindi anche di Faurisson.

Ritornando a Odifreddi mi sembra inaccettabile anche l’affermazione sull’equiparazione di un defunto a cosa senza valore. Da agnostica ritengo che il rispetto o il non rispetto, a seconda dei casi, nei confronti di una salma non sia per forza connesso alla religione, ma dipenda anche da ben altri fattori. L’umanità seppellisce o brucia i propri morti dal paleolitico, per una credenza magica nell’aldilà, forse, ma anche per rispetto di ciò che i morti hanno rappresentato in vita. La tomba di un defunto, se questi in vita, nel bene o nel male, ha rappresentato un'idea, può divenire anche un luogo che attira seguaci di quell’idea e quindi, anche per motivi di ordine pubblico, non era il caso che Priebke, che non fu un fondatore del nazismo, ma solo uno zelante e convinto esecutore di ordini ( ma non per questo meno responsabile delle sue azioni), venisse sepolto a Roma o nelle vicinanze, meglio non si sapesse dove, meglio in Germania (e mi domando perché i figli non vengano a prenderselo). Una tomba può essere un monumento alla memoria di grandi personaggi del passato (perché infatti il cimitero del Père-Lachaise nel quale sono sepolti molti personaggi illustri è uno dei luoghi più visitati di Parigi?), ma anche ovviamente un ritrovo per nostalgici di idee aberranti.

Non mi piace poi nemmeno la conclusione dell’articolo perché non credo si possa definire fascista chi manifesta una qualche preoccupazione per gli innumerevoli sbarchi di disperati sulle nostre coste (con questo non sono d’accordo neanche con le idee di Grillo sul reato di immigrazione clandestina, che peraltro i fatti hanno dimostrato non servire a niente). Tra costoro ci saranno certamente tanti fascisti e razzisti, ma è certo che ci sono anche persone di sentimenti democratici che tuttavia si pongono il problema di come arginare questo fenomeno.

Credo invece si debba riflettere senza isterismi sull’opportunità di equiparare a un reato la negazione dell’Olocausto, anche se molti paesi hanno norme analoghe. Credo che non serva in primo luogo a sradicare l’idea nazista che purtroppo ha ancora dei seguaci. Inoltre mi domando se si possa avere dei dubbi in materia senza essere nazisti, se si possa ugualmente condannare l’ideologia nazista che sarebbe stata aberrante anche senza le camere a gas. E peraltro non mi risulta che Odifreddi sia diventato fascista o nazista. L’anno scorso aveva scatenato un’altra polemica affermando che le stragi commesse dagli israeliani non sono meno gravi di quelle dei nazisti. Si può non essere d’accordo con affermazioni del genere, ma non è che l’Olocausto impedisca di criticare le azioni di Israele che ha occupato terre che erano di altri innescando in Medioriente uno scontro senza fine.

La XII^ disposizione finale della Costituzione italiana vieta, giustamente, la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista e la legge attuativa (n. 645 del 1952) prevede, sempre giustamente,  la condanna anche per chi pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche, oppure  idee o metodi razzisti, con pene aggravate se i fatti previsti sono commessi a mezzo stampa. Tuttavia mi chiedo se  manifestare dei dubbi in ordine all'Olocausto sia la stessa cosa che incitare alla violenza e all'odio razziale, o esaltare ideologie aberranti. Ci sono degli storici che hanno manifestato dei dubbi e che ho già definito idioti, ma per questo dovrebbero andare tutti in galera? 

Mi domando se la famosa frase di Voltaire "Non sono d'accordo con te, ma darei la vita per consentirti di esprimere le tue idee" si possa applicare anche a chi manifesta dubbi sull’Olocausto, purché non ne derivi l'esaltazione del nazismo.

A seguito della bagarre Odifreddi pubblica un successivo articolo dal titolo "Cos'è laverità" nel quale si scatena contro i giornalisti che l'hanno criticato, che sarebbero allo stesso livello di gran parte della popolazione italiana che, secondo la recente rilevazione Ocse non arriva al livello minimo di alfabetizzazione per comprendere un testo scritto, e il mitico “popolo della rete” che grida all’untore, e al quale non interessa  verificare cosa una persona possa aver detto, e meno che mai cercare di capirlo, ma interessa solo ripetere ciò che appare nei 150 caratteri che costituiscono ormai il limite massimo dell’attenzione e dell’approfondimento.

I caratteri sono solo 140, ma personalmente ritengo che si possano dire cose sensate anche in pochi caratteri, poi è ovvio che per  approfondire occorra più spazio. E' altresì innegabile che molti si buttano a scrivere senza neanche aver letto, ma non si può generalizzare e parlare di “mitico popolo della rete”, come non si può nemmeno affermare che la maggioranza delle persone sono quasi analfabeti e si formano idee non sui libri di storia ma sui film di Hollywood.

Quel che ho sempre rilevato in Odifreddi, nonostante ne condivida alcune idee sulla religione cattolica e sulle religioni in genere, che non mi portano tuttavia a negare qualsiasi possibilità al di là del puro materialismo accettando acriticamente l’ateismo come fosse una religione, è l’estrema presunzione e arroganza per le quali comunque, devo rilevare, è in buona compagnia. 



mercoledì 8 agosto 2012

Il problema Spinoza


Ho da poco finito di leggere  “Il problema Spinoza” di Irvin D. Yalom, psichiatra, psicoterapeuta e romanziere statunitense, e devo dire che era diverso tempo che non leggevo un romanzo che mi appassionasse dall'inizio alla fine.  

Durante l'occupazione tedesca dell’Olanda l'intera biblioteca del filosofo di origine ebraica Baruch Spinoza  è requisita da un'unità ai comandi di Alfred Rosenberg, fondatore e teorico del movimento nazista, condannato a morte al processo di Norimberga: la scritta "Il problema Spinoza" appare nel rapporto del nazista che la confiscò.

Prendendo  spunto da quest'episodio Yalom costruisce il suo romanzo immaginando che il teorico nazista sia stato ossessionato per tutta la vita dal filosofo ebreo del XVII° secolo.

L’espediente narrativo fa incontrare a Rosenberg il filosofo ebreo all’epoca dei suoi studi quando, in conseguenza di alcune sue affermazioni violentemente antisemite, è costretto dal preside di origine ebraiche Epstein a imparare a memoria alcuni passi dell’autobiografia di Goethe nei quali  l’autore del Faust, profondamente venerato dall'adolescente quale massimo poeta tedesco e simbolo dell'anima germanica, si dichiara grande ammiratore di Spinoza.

Ma anche se non c'è cura per chi è ormai ossessionato dal razzismo, tuttavia da allora si insinua nella mente di Rosenberg un tarlo: come può aver raggiunto tali sublimi altezze un appartenente a una razza inferiore? E questo tarlo lo accompagnerà per tutta la vita.

I capitoli si succedono alternando la storia dell’uno e dell’altro personaggio, come due vite parallele, e la trovata rende la narrazione più vivida anche se forse un po’ snervante, perché si seguono le vicende di un personaggio fino a un punto critico e a quel punto occorre calarsi nelle vicende dell’altro.

Rosenberg si arrovella sul "problema Spinoza" cercandovi una soluzione che non troverà. 

E' vero che Spinoza è un ebreo sui generis, bandito dalla comunità ebraica di Amsterdam perché considera l'ebraismo una forma di superstizione. Tuttavia allo stesso modo il filosofo rifiuta qualsiasi altra religione in nome della ragione e della ricerca di Dio, che non è fatto a immagine e somiglianza dell’uomo, ma che è tutt'uno con la natura. Il filosofo è un precursore dell’illuminismo e nelle sue teorie politiche ci sono già i germi del concetto di democrazia. Pertanto le teorie politiche di Spinoza non potevano piacere a Rosenberg che forse però si riconosce nel rifiuto delle religioni, anche se, a suo modo, anche il nazismo, di cui Rosenberg fu fondatore e teorico, era una religione basata sul volk (popolo) e sul sangue nonché sugli antichi miti nordici e come le religioni invadeva ogni aspetto della vita dei singoli.

Ma a mio parere l'autore unisce i protagonisti di queste vite parallele sulla base della reciproca difficoltà a esternare i propri sentimenti, a sentirsi parte di un'umanità che invece si limitano a osservare. Sia l’uno che l’altro vorrebbero amare ed essere amati, ma non possono, anche se l'autore li mette entrambi in contatto con due personaggi, di pura invenzione, con i quali riescono a mettere a nudo, almeno in parte, il loro animo, uno psicanalista nel caso di Rosenberg, un esponente della comunità ebraica nel caso di Spinoza.

Rosenberg appare come un individuo interiormente privo di interesse nei confronti dell'altro, e anche l'interesse per il filosofo sembra dominato da un unico interrogativo, comprendere il paradosso per cui un esponente di una razza inferiore possa aver raggiunto tali livelli di pensiero.

E che dire di Spinoza che interpreta in maniera geometrica anche passioni ed emozioni?

Nel romanzo gli è attribuito un unico amore, quello per la figlia del suo maestro Van den Enden dalla quale fu però rifiutato, episodio sul quale concordano anche i biografi, tanto che qualcuno si è domandato se da tale rifiuto derivi la  sua estrema misoginia che gli fa affermare che le donne sono incapaci di puro pensare, concetto tipicamente medioevale in un pensatore per altri versi già così moderno.

Ma mentre Spinoza sublima la sua incapacità di stabilire veri rapporti umani nelle vette del pensiero filosofico, Rosenberg scarica le sue frustrazioni e le sue insicurezze che derivano in larga parte dal non sentirsi amato e dal timore di non avere l’approvazione altrui nell’odio per gli ebrei che è il suo pensiero dominante, anche se in questo odio tuttavia c’è lo spazio per l’ammirazione di un filosofo di origine ebraica, seppur allontanato dalla sua comunità.

Come ho letto in questo articolo che ha per oggetto un altro dei romanzi di Yalom, "Love’s Executioner", che credo non sia stato tradotto in italiano, per l'autore il timore di fallire nelle relazioni umane e quindi di restare soli è uno dei quattro fattori che causano il dolore nell'umana esistenza. Gli altri sono: l’inevitabilità della morte, la libertà di scegliere e la responsabilità che ne deriva, la consapevolezza della mancanza di significato della vita.

Ma Yalom ha scritto altri due romanzi in cui protagonisti sono dei filosofi, "La cura Schopenhauer" e "Le lacrime di Nietzsche" e ciò mi fa venire in mente che da qualche anno la filosofia si è proposta come alternativa alla psicoterapia.

Veramente non so come la pensi lo psicoterapeuta Yalom in merito, ma attraverso questo romanzo non solo sono entrata  nel vivo della filosofia di Spinoza, ho creduto di comprendere il personaggio e le sue idee molto più di quando l'ho studiato al liceo, tanto che, diversamente da allora,  mi è venuta voglia di leggerne gli scritti, in particolare i due citati nel romanzo, l’ Etica e il Trattato teologico-filosofico, (nonostante le sue affermazioni sulle donne!), ma sono riuscita a vedere in maniera più chiara anche alcune questioni che mi riguardano.