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venerdì 13 dicembre 2013

La crisi, la cura europea e le proteste

La situazione mi sembra un tantino complicata. 

Era inevitabile che qualcuno cominciasse a scendere in piazza. Le motivazioni per protestare non mancano. La classe politica è screditata, la crisi economica non accenna a risolversi. 

Sono in molti a definire pessime le cure che l'Unione Europea, o meglio, le sue istituzioni finanziarie impongono ai paesi aderenti. 

Intanto negli Stati Uniti si adottano politiche opposte, anche perché la Federal  Reserve stampa moneta, e le cose vanno molto meglio. 

Così molti, non solo in Italia, additano l'Europa come causa della crisi e i partiti e i movimenti anti europei acquistano sempre più consensi. Ma c'è ovviamente che la pensa diversamente. 

Nella trasmissione Servizio Pubblico appena conclusa, il giornalista Federico Rampini, pur sottolineando che le misure messe in atto in Europa sono sbagliate, affermava che non si può dare colpa all'Europa di certi mali endemici italiani. 

Non è colpa dell'Europa se l'Italia non cresce da 20 anni, non abbiamo certo importato dalla Germania la corruzione della classe politica, né l'atavica incompetenza e inefficienza del ceto politico-amministrativo che non è stato nemmeno in grado di spendere i contributi concessi dall'Europa o magari li ha fatti gestire dalla mafia, dalla camorra  e dalla 'ndrangheta. 

Per questi motivi Rampini sosteneva che non possiamo perdere l'aggancio con l'Europa perché precipiteremmo nei nostri mali atavici e non ci riprenderemmo più, che quindi l'Europa sarebbe la via maestra. 

Ora non ci sono dubbi che criminalità organizzata, inefficienza, corruzione, ma anche la scarsa capacità di certa classe imprenditoriale italiana che ora piange, ma che in passato non è stata capace di rinnovarsi e di far fronte alle sfide di un mondo in evoluzione, sono mali tipicamente interni e che non hanno niente a che vedere con l'Europa. 

Tuttavia mi sembra  contraddittorio affermare che le politiche dell'Unione Europea non sono in grado di dare risposte alla crisi, che anzi l'aggravano, e poi concludere che comunque l'Europa è la via maestra. Sarebbe necessario e urgente rivedere il modo di stare nell'Unione, ma non mi pare che il governo in carica abbia alcuna intenzione di farsi sentire in merito e del resto non ne avrebbe neanche l'autorevolezza. 

Intanto la crisi morde e la gente giustamente protesta. 

Poi certo tra chi protesta c'è di tutto, anche quelli che minacciano di bruciare i libri, quelli che fanno il saluto romano e quelli che inneggiano alla mafia sostenendo che la mafia li fa star bene. 

Pertanto gravi rischi di strumentalizzazioni e anche di derive pericolose ci sono. 

Credo tuttavia che la maggioranza di coloro che scendono in strada siano persone che vogliono solo manifestare il loro sdegno per una classe politica la cui deriva etica e la cui inefficienza non hanno uguali in Europa e altre che sono veramente disperate perché non riescono più a vivere dignitosamente. 

Purtroppo non mi sembra che per il momento dai palazzi del potere si dimostri di aver capito qualcosa, mentre stampa e televisione appuntano l'attenzione più su certi episodi, certamente gravi, che sulle vere motivazioni della protesta.

giovedì 14 novembre 2013

Diritti acquisiti e privilegi acquisiti

Stavo facendo altre cose mentre ascoltavo distrattamente il talk show "La Gabbia", quindi non so se ho capito bene, ma mi pare che sia partiti parlando dei molteplici incarichi di Antonio Mastrapasqua, Presidente INPS, per arrivare a dire che bisogna cominciare con il ridurre le pensioni da 3.000 euro (lorde). 

Mi pare che ci sia molta confusione in giro e si sa che la confusione serve sempre a qualcuno. Credo che si stia confondendo tra diritti acquisiti e privilegi acquisiti e che si stia cercando di inserire tra i ricchi persone che tali non sono, anche se certamente  si trovano in una posizione migliore rispetto ai precari e ai disoccupati. Come si fa a considerare privilegi stipendi o pensioni da 3.000 euro lorde, che quindi al netto sono poco più di 2.000 euro? Eppure diversi politici ma anche economisti e opinionisti vari, fanno discorsi di questo genere. I politici peraltro dovrebbero impegnarsi a risolvere i problemi cominciando con il fare i tagli che dovrebbero essere fatti, in primis ai loro privilegi e a quelli di manager come Mastrapasqua (che avrà sicuramente il dono dell'ubiquità per sedersi su tutte le poltrone che ricopre!), se non altro per motivi di giustizia sociale. Politici che hanno sguazzato per anni in questo sistema malato ora stanno facendo della pura demagogia cercando di aizzare coloro che stanno veramente male contro la classe media per deviarli da loro stessi e dai loro amici che vivono di veri privilegi cui corrisponde scarso e a volte nullo impegno personale. Basti pensare agli alti manager che hanno portato alla rovina gli enti che dovevano gestire e hanno per questo ottenuto buone uscite milionarie e pensioni vergognose cui si aggiungono altre prebende e vitalizi vari.

Poiché non si ha alcuna intenzione non solo di eliminare i privilegi, che si definiscono diritti acquisiti nel momento stesso in cui si toccano i veri diritti acquisiti (i diritti di coloro che in base alla legge vigente prima della riforma Fornero avrebbero potuto andare in pensione entro un anno o poco più non erano acquisiti, altrimenti non ci sarebbero stati gli esodati, mentre i privilegi di certi alti manager dello Stato sono, guarda caso, acquisiti e non si possono toccare), ma neanche di razionalizzare le spese della Pubblica Amministrazione, né di rendere quest’ultima più efficiente, né di eliminare gli enti inutili rimasti in piedi nonostante dovessero essere chiusi già negli anni’70 del secolo scorso, allora è ovvio che bisogna andare a prendere i soldi dove è più facile trovarli. Inoltre additare al pubblico ludibrio un funzionario di banca o un dirigente di un qualche Ente rende anche in termini di voti. Si sa che l’odio di classe si esplica maggiormente verso il vicino di casa laureato che svolge mansioni dirigenziali e prende uno stipendio certamente maggiore di quello medio, ma non stratosferico, o verso il pensionato da 3.000 euro lordi, che comunque aveva un titolo di studio e ha svolto il suo lavoro per almeno 40 anni (le pensioni baby che erano, quelle si, anche se minime, una vergogna sono state abolite al tempo del governo Dini e un po’ di tempo da allora  è passato), che verso il “grand commis” dello Stato che non si avrà mai occasione di incontrare e frequentare. Chi ha il potere è furbo, oltre che disonesto, e conta sull’ignoranza e il livore dei tanti a cui continua a darla a intendere.

Ci stiamo forse dimenticando anche di due principi sanciti dalla nostra Costituzione.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società (art.4, comma 2)
Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa(art.36, comma 1).

Da questi due articoli si ricava che tutti hanno il dovere di svolgere un'attività per contribuire al progresso della società cui corrisponde il diritto a una retribuzione dignitosa, ma anche che questa retribuzione deve essere proporzionale all'impegno e quindi anche che chi più si impegna merita di più, entro certi limiti ovviamente. Un rapporto di 1 a 10 è giusto, di 1 a 400 è vergognoso.   

Si sta anche dicendo che è ingiusto il calcolo della pensione con il sistema retributivo (tutti quelli che ci sono già andati o che sono in procinto di andarci), ma a mio parere l’ingiustizia vera sta nel fatto che ci siano pensioni da fame. Non è che da anziani si spende meno che da giovani (le spese per i bisogni primari, ma anche per il vestiario, la cultura, i viaggi e il c.d. superfluo che comunque rende piacevole la vita sono le stesse, e quando si diventa davvero vecchi, se ci si arriva, si devono considerare anche le maggiori spese sanitarie, tanto oltre un certo reddito si paga quasi tutto, o quelle per un aiuto in casa).

Quello che si dovrebbe fare è porre veramente un limite ai privilegi e tagliare tutto ciò che è inutile. Sono ansiosa di vedere cosa farà il nuovo Commissario per la razionalizzazione della spesa, Carlo Cottarelli (e mi domando se di un Commissario c'era necessità, tenuto anche conto degli scarsi risultati del precedente Enrico Bondi, nominato da Monti, e mi sfugge se ce ne sono stati altri), al quale intanto è stato fissato un corrispettivo di € 300.000, va bene lorde, ridotte a 260.000 ( più di 4 volte quanto prende un c.d. ricco secondo i parametri di certi nostri politici che hanno scoperto le ingiustizie), perché il suddetto, bontà sua, ha rinunciato a qualcosa (siamo tutti commossi!). Cottarelli ha già presentato il proprio programma di lavoro al Comitato interministeriale per la Revisione della spesa  che si riunirà nei prossimi giorni per esaminarlo, bla, bla, bla…

Poi ci sarebbe da parlare delle Province (è di pochi giorni fa la bocciatura della Corte dei Conti del disegno di legge Delrio) sulle quali mi riservo di fare un post a parte, ma intanto mi domando anche se siano necessarie 20 Regioni, per non parlare di come hanno speso i nostri soldi in questi anni. Quasi tutte sono state toccate da scandali con interi consigli regionali indagati e diversi consiglieri e assessori arrestati. Sembra che soprattutto il peculato (utilizzo di denaro pubblico per spese private, dai pranzi di nozze alle scacciacani) fosse la norma.

Intanto in Parlamento si sta litigando sul D.D.L di stabilità sul quale sono stati presentati vagoni di emendamenti. C’è stata pure la proposta di vendere le spiagge avanzata sia dal PDL, ma anche da un gruppo di parlamentari PD, anche se poi è stata ritirata. Si, credo che la strada sia proprio quella di vendere il vendibile, magari anche il Colosseo o il Ponte Vecchio a Firenze o il Palazzo Ducale a Venezia, di cedere anche tutte le nostre industrie strategiche, di privatizzare tutti i servizi pubblici, di mettere altre tasse (dopo la Tares, che doveva essere sostituita dalla Trise, è saltata fuori la Tuc!), e di far diventare povera la classe media (e poi vediamo chi entra ancora in un negozio a comprare qualcosa che non sia strettamente necessario alla sopravvivenza). L’importante è che i soliti continuino a fare la vita di prima, rubando e sprecando, anche a costo di vendere a saldo l’intero paese ai privati, possibilmente stranieri. Del resto chiamare lo straniero è stato il nostro sport nazionale  dalla caduta dell’impero romano in poi.



venerdì 4 ottobre 2013

"Non so niente di te" di Paola Mastrocola - Le pecore, l'economia, il senso della vita.

Non avevo mai letto niente di Paola Mastrocola finché non mi è capitato tra le mani il suo ultimo romanzo, “Non so niente di te”. La lettura del risvolto di copertina dove si parla di un brillante giovane economista che conduce un centinaio di pecore a una conferenza mi ha indotto a  pensare che per lo meno si doveva trattare  di un racconto originale e devo dire che le aspettative non sono andate deluse, anche se lo stile di scrittura talvolta appare un po' trascurato.

Altra cosa abbastanza intrigante il fatto che l’autrice parla di eventi dei nostri giorni come se scrivesse in un tempo futuro, diciamo intorno al 2060. Non si lancia tuttavia a fornirci informazioni circa l’evoluzione degli eventi, ovvero in sostanza a fare previsioni. Abbiamo superato la crisi economica attuale? Probabilmente si; l'Occidente c'è ancora (nel romanzo si parla di Stati Occidentali, ma non so se con questo termine si voglia alludere a un'unione di stati) e ci sono pure gli economisti che sembra continuino a guadagnare discretamente e a essere considerati, ma di come sia il mondo del 2060 l'autrice non ci dice molto se non che la  tecnologia ha continuato a svilupparsi, perché sms e sistemi come Skype sono tanto obsoleti che devono essere spiegati ai lettori, mentre i libri di carta sono ormai una rarità.

Il romanzo può avere più chiavi di lettura.

La primo riguarda i rapporti tra genitori e figli, un'altra, le scelte della vita, un'altra ancora, l'evoluzione della nostra società.

Molto spesso i genitori ripongono eccessive speranze nei figli o, ancora peggio, impongono a questi desideri e interessi che sono loro propri, senza preoccuparsi se i figli desiderino invece altro.   

Il protagonista del romanzo, Filippo Cantirami, detto Fil, sembrerebbe avere davanti a sé la strada spianata; i genitori, il padre avvocato di successo, la madre, arredatrice per diletto, appartengono alla borghesia agiata, pertanto con la possibilità di pagare al figlio gli studi giusti, le specializzazioni all’estero, e poi di instradarlo in un lavoro, anzi di fornirgli ben tre alternative in un momento in cui la maggior parte dei giovani, anche laureati, hanno davanti a sé, sempre che gli vada bene, un lavoro precario chissà per quanti anni.

Il padre ha deciso per il figlio la carriera di economista, tanto che fin da piccolo gli legge gli articoli del “Financial Times” e lo invita a discuterne. Che il figlio possa avere altri interessi non gli viene neanche in mente. Solo la zia Giuliana, detta Giù, una donna un po’ particolare con la quale Fil ha un’intesa speciale, si permette di chiedere “ma sei sicuro, Fil?”, ma poi non ha il coraggio di approfondire.

E Fil si adegua, si iscrive a Economia e poi parte per Oxford a fare un master cui dovrebbe seguire una specializzazione a Stanford, ma dopo qualche tempo comincia a essere insofferente e un giorno, quando gli manca poco alla conclusione del master, decide di abbandonare tutto, ma non ha il coraggio di dirlo ai genitori.  Così fa un patto con l’amico Jeremy: lui andrà a Stanford al posto suo, Fil gli passerà i soldi che gli mandano i genitori per il mantenimento e in cambio Jeremy gli invierà dei resoconti dettagliati della propria vita nel college californiano in modo che Fil possa propinarli ai genitori come suoi. Intanto Fil si è trovato un lavoro da aiuto pastore presso i possedimenti di un duca nei dintorni di Oxford. Ci passerà tre anni, continuando tuttavia a studiare economia, ma per conto suo, leggendo i classici, non solo dell’economia, riflettendo, prendendo appunti, senza però gli obblighi delle lezioni, degli esami, della corsa per primeggiare. Con l'amico Jeremy appronta anche una ricerca sulla crisi dei mercati che è considerata interessante. Ed è per illustrarla che insieme all'amico è invitato in uno dei più prestigiosi collegi di Oxford. Solo che lui se ne dimentica e quando l'amico lo cerca per ricordarglielo lui è con le pecore e non trova altro modo che portarsele dietro. E' così che di fronte all'allibito pubblico in attesa della conferenza irrompono centinaia di pecore. Come nulla fosse Fil si affianca al collega  che ha già preso posto al tavolo della conferenza e inizia a illustrare la ricerca che ha realizzato insieme a lui o, meglio, di cui è stato l'ispiratore. Per caso è presente una sua ex fidanzata che informa la sorella di lui. Da quel momento i genitori che lo credono a specializzarsi negli Stati Uniti e la zia Giuliana con la quale Filippo, detto Fil, ha sempre avuto una particolare intesa, partono alla ricerca del congiunto e del motivo della sua azione, per lo meno stravagante. - Forse una forma di protesta ?-, si chiedono perplessi e preoccupati i genitori. La ricerca li condurrà in pochi giorni da Standford, dove Fil non ha mai vissuto, alla località nei dintorni di Oxford, dove si è fermato negli ultimi tre anni, apprendendo che Fil non ha mai iniziato la specializzazione a Stanford e nemmeno concluso il master a Oxford, ma ha fatto per tre anni l'aiuto pastore, mentre il suo posto a Stanford è stato preso dall'amico, Jeremy. Scopriranno quindi di non sapere nulla di lui. Sono ansiosi comunque di parlargli, di sapere cosa gli sia successo, ma non lo troveranno nemmeno a Oxford, perché, il giorno prima del loro arrivo, Fil è partito per un paesino della Norvegia alla ricerca di una ragazza che ha incontrato per caso una sera e con i genitori si farà vivo solo diverso tempo dopo. In quel minuscolo paese rimarrà per tutta la vita, sposerà la ragazza, avrà un figlio, farà l'impiegato in una ditta di merluzzi, insomma una vita "normale", ben lontana dai desideri e dalle ambizioni che i genitori avevano sognato per lui. Solo alla sua morte, quando al funerale arriveranno dagli Stati Uniti alcuni professori universitari e tra di essi, il vecchio amico Jeremy, si scoprirà che Fil ha continuato a studiare economia e ha anche scritto un libro "Ceiling Theory" che è stato considerato una pietra miliare nel settore.

E cosa dice questa teoria?

In poche parole dice che bisogna mettere un cielo-tetto alla crescita. Non si può continuare così, a dismisura.Le ultime due generazioni sono cresciute meno delle precedenti, anzi l'ultima non cresce perché è partita altissima. È come per i tonni con le acciughe. I tonni devono smettere di mangiare troppe acciughe altrimenti si estingueranno perché non avranno più niente da mangiare. Ogni Stato deve imparare a dire: bene, io sono partito di qui e arrivo fin qui, grazie, mi basta, gli altri arrivino dove possono arrivare, essendo partiti da dove sono partiti. Certo che se partono da più in basso fanno più strada. Se io parto dall'arrivo, sono già arrivato, e quindi di strada non ne faccio, neanche mezzo metro.  Vale per le persone come per gli Stati. Se uno è già arrivato, dove deve andare? Magari si ferma un po'. Magari gli viene voglia di smettere di correre... Arrivare, il segreto sta nel significato etimologico di questo verbo: se uno ha già toccato la riva, ovvio che poi sta fermo. Sono gli altri che navigano ancora a vele spiegate. Fil pensa a una gara di corsa campestre con gli Stati Arrivati che si riposano ai bordi della pista e aspettano che via via arrivino gli altri e tutti si siedano a riposarsi, una specie di Dejuner sull'erba collettivo, planetario. 

E fine della storia!

Infatti se rallentare può essere una scelta nella vita di un individuo non credo si possa applicare agli Stati. Questi se si fermano declinano per sempre o almeno per molti anni o secoli prima che ci possa essere una ripresa. Basti pensare alle antiche civiltà decadute. Probabilmente, è vero, avevano raggiunto il massimo quando altre si affacciavano alla storia con quella voglia di combattere e di conquistare che loro avevano perso. E' nell'ordine naturale delle cose, ma fermarsi conduce inesorabilmente al declino, alla decrescita che non è mai felice. Se pertanto nel 2060 l’Occidente conterà ancora qualcosa non sarà per aver applicato qualcosa di simile alla Ceiling Theorie, salvo che all'improvviso tutta l'umanità non raggiunga un livello di coscienza superiore.

Quanto alle scelte individuali, quella di Fil, ma anche quella di Giuliana, immalinconiscono un po’, sanno di vite irrisolte, di rinunce.

Fil oltre ad avere una mente brillante ama la sua materia, altrimenti perché avrebbe continuato a studiarla? E quindi?

Giuliana a suo tempo ha deciso di non concludere l’università rinunciando alla carriera di architetto per finire a fare la custode in una biblioteca, dove però dal suo gabbiotto gode di una vista spettacolare sulla città, non si è costruita neanche una famiglia, non ha una storia e quando incontra una persona con la quale riconosce una corrispondenza di sentimenti non decide di fermarsi ma si accontenta di andarlo a trovare ogni tanto che, intendiamoci, può essere anche una soluzione ottimale, in sostanza persegue un suo modo “lento” di vivere.

Ma ha senso sprecare il proprio talento per vivere più lentamente, per trovare il tempo di guardare il colore del mare che cambia, e, nei giorni più tersi, riuscire a scorgere persino il polverio di gocce che l'aria alzava dalle onde, un attimo prima di lasciarle andare sugli scogli, magari continuando anche a studiare, riflettere, creare, ma senza fare di ciò il centro della propria vita? E soprattutto è giusto? Certo è anche vero che oggi se ti dedichi a qualcosa, e vuoi avere successo, quel qualcosa ti prende la vita intera e anche questo non è giusto. Bisognerebbe saper trovare un equilibrio, ma non è facile.

giovedì 24 gennaio 2013

L'economia digitale

Sul Corriere della Sera di oggi nell'articolo intitolato "L'economia del Prozac" a firma di Giovanni Sartori si dice che dopo l'economia agricola, la rivoluzione industriale e la società dei servizi è in arrivo una quarta rivoluzione industriale che sembra ancora più radicale di tutte quelle che l’hanno preceduta e che si potrebbe chiamare "rivoluzione digitale". In questo contesto un prodotto viene disegnato su un computer e poi stampato su una stampante 3D che a sua volta produce un conforme oggetto solido fondendo assieme successivi strati di materiali.

E' già un po' di tempo che mi capita di leggere di questa stampante che produce oggetti tridimensionali. Mi sembra che ne abbiano parlato anche in qualche programma televisivo. Ora non ho capito bene come funzioni e quali oggetti si possano stampare oggi e dove si potrebbe arrivare in futuro. Sarà possibile stamparsi un'auto o magari la casa?

Potrebbe accadere davvero che tra non molto tempo invece di andare a comprare un oggetto ce lo stamperemo e/o andremo in un negozio dove ce lo stamperanno? 


Sartori dice di essere troppo vecchio per capirne il funzionamento ma si domanda che fine farà, in questo radioso futuro, l’occupazione o meglio la disoccupazione. 

Ora è certo che se il futuro andrà in questa direzione, ma è troppo presto per dirlo, perché talvolta certe innovazioni che sembrano grandiose non hanno seguito, le implicazioni sull'economia non potranno che essere enormi, appunto si tratterà di una rivoluzione. 

E' ovvio che sarebbe sempre meno necessario il lavoro manuale. Avremmo certamente ancora bisogno di creativi, di tecnici, di professionisti, ma sempre meno di operai. La rivoluzione industriale aumentò la richiesta di manodopera che si trasferì dall'agricoltura all'industria, ma già con la "società dei servizi" la richiesta di manodopera diminuì. Con la "rivoluzione digitale" potrebbe ridursi ai minimi termini. Inoltre crollerebbero i prezzi, perché per produrre lo stesso  oggetto ci vorrebbe molto meno lavoro e meno tempo, e anche meno energia, sia per la produzione che per i trasporti di cui si avrebbe sempre meno bisogno, ricominciando a produrre sul posto, cioè il contrario della globalizzazione. 

Un nuovo modo di produrre coniugato con l'"economia verde" non potrebbe dare origine a un mondo migliore, meno stressante, meno inquinato, ma non per questo in decrescita?

Non mi intendo di economia, ma non è che si risolverebbero un sacco di problemi? 

Certo ci sarebbe il problema di dove impiegare la forza lavoro di cui la società non avrebbe più bisogno. Nel tempo libero?

Ma non si era già detto una trentina di anni fa, con l'avvento dell'era dei computer, che avremmo finito per lavorare meno tutti e per avere molto tempo libero a disposizione? Poi non è avvenuto, anzi. Ma potrebbe accadere in un prossimo futuro. Magari ci sarà una grande esplosione dell'"industria" del tempo libero che, insieme ai  servizi che saranno sempre necessari, assorbirà gran parte della forza lavoro.

Certo bisognerebbe riorganizzare il lavoro, la scuola, la formazione professionale, il tempo libero, e, nel complesso, l'intera società su basi completamente diverse. 

E' un'ipotesi. Certo  potrebbe anche crollare tutto, ma  perché non pensare positivo?

Sartori però non la pensa così e cita David Collinson, autore di "Prozac Leadership" , per il quale la cultura del pensiero positivo, molto di moda negli anni scorsi specialmente negli Stati Uniti, "premiando l’ottimismo ha indebolito la capacità di pensare criticamente, ha anestetizzato la sensibilità al pericolo" e ha finito per essere una delle cause della crisi che attanaglia l'Occidente.


I prossimi anni ci diranno chi ha ragione.

venerdì 13 luglio 2012

E' necessario un esame di coscienza


In questo articolo del Corriere della Sera si pone in risalto la facilità con cui noi italiani tendiamo ad autoassolverci facendo ricadere la colpa sempre su altri.

E' ormai generale l’attribuzione delle responsabilità ai politici, peraltro da noi eletti, cosa che l’autore non nega e certamente non potrebbe.

E' ben evidente che i politici non hanno saputo assolvere al loro compito, che hanno pensato solo all’interesse proprio e delle lobby di riferimento finendo per  togliere credibilità alle Istituzioni. E' sotto gli occhi di tutti la dissipazione delle risorse pubbliche in spese inutili a favore della casta, per non parlare delle vere e proprie ruberie.

Detto ciò, però, non ha torto l'autore quando sostiene che vasti strati della popolazione italiana, interi ceti sociali, hanno contribuito a scavare la fossa nella quale siamo precipitati, e pertanto dovrebbero farsi l’esame di coscienza domandandosi se non hanno contribuito alla rovina del  paese e anche alla propria.  

Tanto per fare un esempio c’era per caso qualcuno cui faceva schifo andare in pensione ben prima dei sessant’anni, talvolta poco dopo i quaranta? Quanti insegnanti facevano anche gli avvocati, gli ingegneri, ecc., curando magari poco l’attività pubblica a favore di quella privata? Tutte queste persone che dopo la pensione ottenuta in età ancora giovanile hanno continuato ovviamente  a svolgere la loro professione, si sono assicurati anche  un vitalizio, seppur minimo, a spese dello Stato, cioè di noi tutti.

Certo c'era una legge che lo permetteva e molti ne hanno approfittato, senza porsi il problema, senza pensare che tutto ciò non poteva continuare all'infinito senza che i nodi venissero al pettine.

Né si possono trascurare le inefficienze di una Pubblica Amministrazione che avrebbe dovuto essere riformata almeno trent'anni fa.

Gli stipendi sono stati sempre bassi, ma per tanti anni sono stati integrati da straordinari e incentivi a pioggia, questi ultimi distribuiti spesso per meriti che poco avevano a vedere con il lavoro.

Intanto la scuola diventava sempre più facile e sfornava incompetenti con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

Tuttavia mi pare che ci sia anche un’esagerazione da parte di quanti stanno cercando di fare dei pubblici dipendenti il capro espiatorio di tutto quanto sta succedendo. Credo infatti che anche nella Pubblica Amministrazione, accanto a scansafatiche e disonesti, ci siano ottime professionalità, spesso misconosciute perché si è sempre dato maggior risalto ad altri tipi di merito,  e comunque tante persone che hanno fatto sempre il loro dovere e che ora si sentono gettato addosso un discredito che non meriterebbero.

Poi bisogna considerare che anche l'imprenditoria non sempre si è dimostrata all'altezza della situazione e che in linea generale nel privato come nel pubblico la classe dirigente ha lasciato a desiderare.

Sicuramente è necessaria una riflessione da parte di tutti, ma soprattutto un drastico cambiamento di rotta, se non è troppo tardi.

sabato 19 maggio 2012

Barbarie e simboli


Siamo tutti sconvolti dall'attentato all'Istituto Morvillo Falcone  di Brindisi, proprio nella giornata in cui arrivava a Brindisi la Carovana della Legalità contro le mafie.  Il nome della scuola, la coincidenza dell'arrivo della Carovana, l'arresto nei giorni scorsi di diversi aderenti alla sacra corona unita e l'attentato alla macchina del presidente dell' associazione antiracket della vicina cittadina di Mesagne, fanno pensare che esecutori e mandanti facciano parte dell'associazione mafiosa pugliese. Ma tutti questi elementi potrebbero anche essere solo coincidenze. Del resto ci si può anche domandare se serva alla mafia un attentato del genere che convoglia nella zona un grande spiegamento di forze di polizia. E' certo che non era ancora successo che il crimine organizzato arrivasse a un tale livello di barbarie: mettere una bomba davanti a una scuola con l'intento, realizzato purtroppo, di uccidere. Ma eventualmente a chi altri potrebbe servire? Al momento non ci sono rivendicazioni. Ed è presto per fare qualsiasi considerazione. Però c'è già chi dice che un crimine così orrendo potrebbe determinare l'introduzione di leggi restrittive della libertà.

E' certo che stiamo vivendo un periodo molto difficile e pericoloso, e non solo in Italia,  con gravi problemi economici, e non solo, ai quali per il momento non si sono trovate soluzioni adeguate.

La crisi economica che covava da tempo, esplosa nel 2008 negli Stati Uniti, con il fallimento della Lehman Brothers, e da tempo spostatasi nell'eurozona, che ha visto il default dell'Islanda, e poi via via le situazioni precarie di Grecia, Portogallo, Spagna e infine dell'Italia, sta diventando ogni giorno più preoccupante e ha costretto un po' tutti a familiarizzare con termini come spread che probabilmente fino a poco tempo fa conoscevano solo gli addetti ai lavori. Sui giornali si comincia a parlare di ciò che fino a qualche mese fa sarebbe stato considerato eresia, ovvero l'uscita di alcuni paesi dall'Euro, compreso il nostro. E' molto probabile che il primo a uscirne o comunque a fare default sarà la Grecia dove le recenti elezioni non hanno permesso di costituire un nuovo governo, tanto che si rivoterà a giugno. Ma se l'Europa cacciasse la Grecia, a prescindere dalle esplosioni di violenza che potrebbero esserne la conseguenza in quel paese, potrebbe derivarne il fallimento dell'Europa stessa. Non dimentichiamo che la Grecia è anche un simbolo. Là è nata la democrazia, compreso il termine stesso, anche se ci sono voluti più di due millenni, fino all'Illuminismo e alla Rivoluzione Francese, perché il concetto si facesse strada e divenisse acquisizione generale almeno nel mondo occidentale.    

E parlando di simboli non dimentichiamo che questo 2012, bisestile, e per alcuni l'anno dell'apocalisse, è iniziato   con il naufragio di una nave da crociera che si chiamava Concordia e i cui 13 ponti erano intitolati a 13 nazioni europee: Olanda, Svezia, Belgio, Grecia, Italia, Gran Bretagna, Irlanda, Portogallo, Francia, Germania, Spagna, Austria, e Polonia. Ovviamente l'incidente è stato determinato dall'irresponsabilità di un comandante e forse anche della compagnia Costa stessa che spingeva i propri comandanti a fare il famoso "inchino" di fronte alle coste per motivi turistici, anche se è evidente che detti motivi di gennaio, all'Isola del Giglio, non potevano esserci, e pertanto non voglio certo accogliere le assurde teorie di alcuni dietrologi, ma solo parlare di coincidenze significative che assurgono a simbolo.


  

mercoledì 25 aprile 2012

Resistenza oggi - Governi e mercati

Non è sufficiente ricordarsi una volta l'anno dell'anniversario della liberazione.

La libertà, sia quella individuale, interiore, sia quella politica, si conquista ogni giorno. E i suoi nemici sono sempre in agguato. Per quanto riguarda la libertà "politica" oggi il pericolo, a mio parere, viene dai "mercati finanziari" e dai governi che ad essi sono asserviti. Con la scusa dei mercati i governi impongono ai popoli una politica di c.d. rigore che tale è solo per i più, ma non per chi detiene le leve del potere, e pertanto si traduce in ingiustizia sociale.

Oggi Monti, nel suo discorso alle celebrazioni ufficiali della ricorrenza del 25 aprile, ha tracciato un parallelo tra la Resistenza e l’attuale fase di crisi economica: “Riusciremo a superare le difficoltà economiche e sociali - ha detto - se tutti, forze politiche, economiche, sociali e produttive, lavoreremo nell’interesse del paese e del bene comune”. “Come l’Italia riuscì a liberarsi dall’occupazione nazifascista" – ha aggiunto – ora deve imparare a liberarsi da alcuni modi di pensare e di vivere  che le hanno finora impedito di pensare al futuro delle prossime generazioni.

Sono del parere che se è vero che qualcosa deve cambiare nella mentalità di tutti, ma soprattutto in quella delle caste al potere, le misure imposte dal nostro governo e anche dagli altri governi europei non ci eviteranno di cadere nel baratro, con le conseguenze che si può immaginare anche su quella parvenza di libertà che ancora ci rimane.

I tanto evocati mercati, ai quali sembra si debba sacrificare come agli antichi dei, non reagiscono in un modo o in un altro a seconda delle politiche dei governi ma casualmente  o, peggio, con l'obiettivo di determinare le politiche dai governi. Quel che è certo è che le c.d. politiche di austerità, introdotte per placare il Moloch dei mercati, sono imposte dai governi su pressione di organismi non eletti, come la BCE e il FMI. Ho l'impressione che utilizzando questi astratti mercati si potrebbe arrivare  al punto di far fallire uno Stato che si dimostrasse riottoso.

L’investitore miliardario statunitense George Soros ha detto che un periodo di grande difficoltà attende l’Europa, anche se sopravvive alla crisi e che lui, se dovesse investire, scommetterebbe contro l’euro. Infine con riferimento alle elezioni francesi ha anche detto che, nel caso fosse eletto, il socialista Francois Hollande non potrebbe mettere in discussione l’ortodossia finanziaria perché esporrebbe il paese ad un attacco dei mercati.

Qualcuno ha parlato di terza guerra mondiale combattuta non con le armi convenzionali o nucleari, ma con quelle della finanza.

martedì 24 aprile 2012

La crisi e gli economisti sgomenti


Stiamo vivendo una grave crisi economica, sociale, politica, ma anche una crisi etica, di valori.
Il governo si concentra sull'economia e per farla ripartire sembra non trovare altra soluzione che i tagli alla spesa pubblica e nuove tasse. Sui primi sono tutti d'accordo, purché colpiscano gli altri. Basta fare un giro su Facebook. Secondo alcuni la panacea di ogni male sarebbe licenziare. Gente arrabbiatissima, licenzierebbero il mondo, ma soprattutto i dipendenti degli enti pubblici, che, si sa, sono troppi e tutti lavativi. Probabilmente sono anche troppi, alcuni sono pure lavativi, ma molti sono male utilizzati.
Molti si indignano giustamente per gli sprechi della politica, e di motivi ce ne sono. Addirittura con il finanziamento pubblico ci si compravano i diamanti!
Però pochi si indignano per il fatto che lo stipendio di un grande manager è di 300/400 volte superiore a uno stipendio medio, per non parlare delle mega liquidazioni da cifre astronomiche. 
Quel che è certo è che gli stipendi medi sia nel pubblico che nel privato sono i più bassi d'Europa, mentre il costo del lavoro è relativamente alto, anche perché nel privato siamo costretti a competere con i paesi del terzo mondo. Le nostre imprese sono realtà piccole, talvolta piccolissime, gestioni familiari, ove non c'è capacità di innovazione tecnologica, non si spende nella ricerca, non si valorizza il merito (ho l'impressione che anche nel privato si preferisca gli "yes man" o i figli e i parenti scemi cui comunque un posto in azienda va assicurato), e così non si riesce a imporre al mondo prodotti innovativi, tranne che in pochi settori d'eccellenza, e subiamo la concorrenza dei paesi emergenti che finiranno per superarci, se non lo hanno già fatto, appunto anche per il più basso costo della loro manodopera. Le grandi imprese sono pochissime, in passato mi sembra ce ne fossero di più, poi non si sa che fine abbiano fatto e perché. Governi di destra e di sinistra hanno poi sfasciato la scuola sempre più facile, non selettiva, che sforna sempre più incompetenti. La classe dirigente, politica e imprenditoriale, non è all'altezza della situazione, quando non è anche corrotta e collusa con le mafie.
Certo la crisi è mondiale e non si sa quando, se,  e come ne usciremo.
Il paradigma neoliberista invoca la riduzione della spesa degli Stati, l'aumento della flessibilità del mercato di lavoro, l'ulteriore liberalizzazione del commercio dei beni e servizi, le politiche di austerity che acuiscono il conflitto sociale, il salvataggio delle banche a tutti i costi, la fiducia nei mercati, cioè in quella finanza che ha creato il disastro, tutte misure che serviranno solo a produrre recessione e non risolveranno il problema, anzi.
Jeremy Rifkin afferma che la crisi deriva dal problema energetico e  propugna la terza rivoluzione industriale basata sulle energie rinnovabili (tra l'altro dice  l'Italia potrebbe essere nelle energie rinnovabili quello che l'Arabia Saudita è stata per il petrolio).
Serge Latouche e altri propugnano la decrescita felice.

Comincia comunque a diffondersi una sensibilità diversa, alternativa al neoliberismo, secondo la quale è necessario porre delle regole alla finanza globale in nome di una società più equa.
Così nel febbraio 2011, in Francia nasce un'associazione "Les économistes atterés", tradotto in economisti sgomenti, o forse meglio letteralmente atterriti.
Essi considerano che le basi teoriche di queste politiche neoliberiste debbano essere messe in discussione, perché basate su false certezze. Per loro sono possibili altre scelte. Sostengono che sono le diseguaglianze sociali a determinare l'abbassamento spaventoso della domanda interna che causa la chiusura delle fabbriche  e che, unita alla delocalizzazione della rimanente produzione industriale in paesi dove il lavoro costa meno e le imposte sono inferiori o nulle, produce deindustrializzazione, disoccupazione, soprattutto tra le giovani generazioni, oltre i limiti naturali e sopportabili e quindi ulteriore impoverimento in un circolo vizioso interminabile.
Per questo scopo hanno pubblicato un manifesto, appunto "Le manifeste deséconomistes atterrés" (Il manifesto degli economisti sgomenti o forse atterriti) ove non solo si rilevano dieci false certezze del paradigma neoliberista, ma si propongono ventidue controproposte.


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venerdì 13 dicembre 2013

La crisi, la cura europea e le proteste

La situazione mi sembra un tantino complicata. 

Era inevitabile che qualcuno cominciasse a scendere in piazza. Le motivazioni per protestare non mancano. La classe politica è screditata, la crisi economica non accenna a risolversi. 

Sono in molti a definire pessime le cure che l'Unione Europea, o meglio, le sue istituzioni finanziarie impongono ai paesi aderenti. 

Intanto negli Stati Uniti si adottano politiche opposte, anche perché la Federal  Reserve stampa moneta, e le cose vanno molto meglio. 

Così molti, non solo in Italia, additano l'Europa come causa della crisi e i partiti e i movimenti anti europei acquistano sempre più consensi. Ma c'è ovviamente che la pensa diversamente. 

Nella trasmissione Servizio Pubblico appena conclusa, il giornalista Federico Rampini, pur sottolineando che le misure messe in atto in Europa sono sbagliate, affermava che non si può dare colpa all'Europa di certi mali endemici italiani. 

Non è colpa dell'Europa se l'Italia non cresce da 20 anni, non abbiamo certo importato dalla Germania la corruzione della classe politica, né l'atavica incompetenza e inefficienza del ceto politico-amministrativo che non è stato nemmeno in grado di spendere i contributi concessi dall'Europa o magari li ha fatti gestire dalla mafia, dalla camorra  e dalla 'ndrangheta. 

Per questi motivi Rampini sosteneva che non possiamo perdere l'aggancio con l'Europa perché precipiteremmo nei nostri mali atavici e non ci riprenderemmo più, che quindi l'Europa sarebbe la via maestra. 

Ora non ci sono dubbi che criminalità organizzata, inefficienza, corruzione, ma anche la scarsa capacità di certa classe imprenditoriale italiana che ora piange, ma che in passato non è stata capace di rinnovarsi e di far fronte alle sfide di un mondo in evoluzione, sono mali tipicamente interni e che non hanno niente a che vedere con l'Europa. 

Tuttavia mi sembra  contraddittorio affermare che le politiche dell'Unione Europea non sono in grado di dare risposte alla crisi, che anzi l'aggravano, e poi concludere che comunque l'Europa è la via maestra. Sarebbe necessario e urgente rivedere il modo di stare nell'Unione, ma non mi pare che il governo in carica abbia alcuna intenzione di farsi sentire in merito e del resto non ne avrebbe neanche l'autorevolezza. 

Intanto la crisi morde e la gente giustamente protesta. 

Poi certo tra chi protesta c'è di tutto, anche quelli che minacciano di bruciare i libri, quelli che fanno il saluto romano e quelli che inneggiano alla mafia sostenendo che la mafia li fa star bene. 

Pertanto gravi rischi di strumentalizzazioni e anche di derive pericolose ci sono. 

Credo tuttavia che la maggioranza di coloro che scendono in strada siano persone che vogliono solo manifestare il loro sdegno per una classe politica la cui deriva etica e la cui inefficienza non hanno uguali in Europa e altre che sono veramente disperate perché non riescono più a vivere dignitosamente. 

Purtroppo non mi sembra che per il momento dai palazzi del potere si dimostri di aver capito qualcosa, mentre stampa e televisione appuntano l'attenzione più su certi episodi, certamente gravi, che sulle vere motivazioni della protesta.

giovedì 14 novembre 2013

Diritti acquisiti e privilegi acquisiti

Stavo facendo altre cose mentre ascoltavo distrattamente il talk show "La Gabbia", quindi non so se ho capito bene, ma mi pare che sia partiti parlando dei molteplici incarichi di Antonio Mastrapasqua, Presidente INPS, per arrivare a dire che bisogna cominciare con il ridurre le pensioni da 3.000 euro (lorde). 

Mi pare che ci sia molta confusione in giro e si sa che la confusione serve sempre a qualcuno. Credo che si stia confondendo tra diritti acquisiti e privilegi acquisiti e che si stia cercando di inserire tra i ricchi persone che tali non sono, anche se certamente  si trovano in una posizione migliore rispetto ai precari e ai disoccupati. Come si fa a considerare privilegi stipendi o pensioni da 3.000 euro lorde, che quindi al netto sono poco più di 2.000 euro? Eppure diversi politici ma anche economisti e opinionisti vari, fanno discorsi di questo genere. I politici peraltro dovrebbero impegnarsi a risolvere i problemi cominciando con il fare i tagli che dovrebbero essere fatti, in primis ai loro privilegi e a quelli di manager come Mastrapasqua (che avrà sicuramente il dono dell'ubiquità per sedersi su tutte le poltrone che ricopre!), se non altro per motivi di giustizia sociale. Politici che hanno sguazzato per anni in questo sistema malato ora stanno facendo della pura demagogia cercando di aizzare coloro che stanno veramente male contro la classe media per deviarli da loro stessi e dai loro amici che vivono di veri privilegi cui corrisponde scarso e a volte nullo impegno personale. Basti pensare agli alti manager che hanno portato alla rovina gli enti che dovevano gestire e hanno per questo ottenuto buone uscite milionarie e pensioni vergognose cui si aggiungono altre prebende e vitalizi vari.

Poiché non si ha alcuna intenzione non solo di eliminare i privilegi, che si definiscono diritti acquisiti nel momento stesso in cui si toccano i veri diritti acquisiti (i diritti di coloro che in base alla legge vigente prima della riforma Fornero avrebbero potuto andare in pensione entro un anno o poco più non erano acquisiti, altrimenti non ci sarebbero stati gli esodati, mentre i privilegi di certi alti manager dello Stato sono, guarda caso, acquisiti e non si possono toccare), ma neanche di razionalizzare le spese della Pubblica Amministrazione, né di rendere quest’ultima più efficiente, né di eliminare gli enti inutili rimasti in piedi nonostante dovessero essere chiusi già negli anni’70 del secolo scorso, allora è ovvio che bisogna andare a prendere i soldi dove è più facile trovarli. Inoltre additare al pubblico ludibrio un funzionario di banca o un dirigente di un qualche Ente rende anche in termini di voti. Si sa che l’odio di classe si esplica maggiormente verso il vicino di casa laureato che svolge mansioni dirigenziali e prende uno stipendio certamente maggiore di quello medio, ma non stratosferico, o verso il pensionato da 3.000 euro lordi, che comunque aveva un titolo di studio e ha svolto il suo lavoro per almeno 40 anni (le pensioni baby che erano, quelle si, anche se minime, una vergogna sono state abolite al tempo del governo Dini e un po’ di tempo da allora  è passato), che verso il “grand commis” dello Stato che non si avrà mai occasione di incontrare e frequentare. Chi ha il potere è furbo, oltre che disonesto, e conta sull’ignoranza e il livore dei tanti a cui continua a darla a intendere.

Ci stiamo forse dimenticando anche di due principi sanciti dalla nostra Costituzione.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società (art.4, comma 2)
Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa(art.36, comma 1).

Da questi due articoli si ricava che tutti hanno il dovere di svolgere un'attività per contribuire al progresso della società cui corrisponde il diritto a una retribuzione dignitosa, ma anche che questa retribuzione deve essere proporzionale all'impegno e quindi anche che chi più si impegna merita di più, entro certi limiti ovviamente. Un rapporto di 1 a 10 è giusto, di 1 a 400 è vergognoso.   

Si sta anche dicendo che è ingiusto il calcolo della pensione con il sistema retributivo (tutti quelli che ci sono già andati o che sono in procinto di andarci), ma a mio parere l’ingiustizia vera sta nel fatto che ci siano pensioni da fame. Non è che da anziani si spende meno che da giovani (le spese per i bisogni primari, ma anche per il vestiario, la cultura, i viaggi e il c.d. superfluo che comunque rende piacevole la vita sono le stesse, e quando si diventa davvero vecchi, se ci si arriva, si devono considerare anche le maggiori spese sanitarie, tanto oltre un certo reddito si paga quasi tutto, o quelle per un aiuto in casa).

Quello che si dovrebbe fare è porre veramente un limite ai privilegi e tagliare tutto ciò che è inutile. Sono ansiosa di vedere cosa farà il nuovo Commissario per la razionalizzazione della spesa, Carlo Cottarelli (e mi domando se di un Commissario c'era necessità, tenuto anche conto degli scarsi risultati del precedente Enrico Bondi, nominato da Monti, e mi sfugge se ce ne sono stati altri), al quale intanto è stato fissato un corrispettivo di € 300.000, va bene lorde, ridotte a 260.000 ( più di 4 volte quanto prende un c.d. ricco secondo i parametri di certi nostri politici che hanno scoperto le ingiustizie), perché il suddetto, bontà sua, ha rinunciato a qualcosa (siamo tutti commossi!). Cottarelli ha già presentato il proprio programma di lavoro al Comitato interministeriale per la Revisione della spesa  che si riunirà nei prossimi giorni per esaminarlo, bla, bla, bla…

Poi ci sarebbe da parlare delle Province (è di pochi giorni fa la bocciatura della Corte dei Conti del disegno di legge Delrio) sulle quali mi riservo di fare un post a parte, ma intanto mi domando anche se siano necessarie 20 Regioni, per non parlare di come hanno speso i nostri soldi in questi anni. Quasi tutte sono state toccate da scandali con interi consigli regionali indagati e diversi consiglieri e assessori arrestati. Sembra che soprattutto il peculato (utilizzo di denaro pubblico per spese private, dai pranzi di nozze alle scacciacani) fosse la norma.

Intanto in Parlamento si sta litigando sul D.D.L di stabilità sul quale sono stati presentati vagoni di emendamenti. C’è stata pure la proposta di vendere le spiagge avanzata sia dal PDL, ma anche da un gruppo di parlamentari PD, anche se poi è stata ritirata. Si, credo che la strada sia proprio quella di vendere il vendibile, magari anche il Colosseo o il Ponte Vecchio a Firenze o il Palazzo Ducale a Venezia, di cedere anche tutte le nostre industrie strategiche, di privatizzare tutti i servizi pubblici, di mettere altre tasse (dopo la Tares, che doveva essere sostituita dalla Trise, è saltata fuori la Tuc!), e di far diventare povera la classe media (e poi vediamo chi entra ancora in un negozio a comprare qualcosa che non sia strettamente necessario alla sopravvivenza). L’importante è che i soliti continuino a fare la vita di prima, rubando e sprecando, anche a costo di vendere a saldo l’intero paese ai privati, possibilmente stranieri. Del resto chiamare lo straniero è stato il nostro sport nazionale  dalla caduta dell’impero romano in poi.



venerdì 4 ottobre 2013

"Non so niente di te" di Paola Mastrocola - Le pecore, l'economia, il senso della vita.

Non avevo mai letto niente di Paola Mastrocola finché non mi è capitato tra le mani il suo ultimo romanzo, “Non so niente di te”. La lettura del risvolto di copertina dove si parla di un brillante giovane economista che conduce un centinaio di pecore a una conferenza mi ha indotto a  pensare che per lo meno si doveva trattare  di un racconto originale e devo dire che le aspettative non sono andate deluse, anche se lo stile di scrittura talvolta appare un po' trascurato.

Altra cosa abbastanza intrigante il fatto che l’autrice parla di eventi dei nostri giorni come se scrivesse in un tempo futuro, diciamo intorno al 2060. Non si lancia tuttavia a fornirci informazioni circa l’evoluzione degli eventi, ovvero in sostanza a fare previsioni. Abbiamo superato la crisi economica attuale? Probabilmente si; l'Occidente c'è ancora (nel romanzo si parla di Stati Occidentali, ma non so se con questo termine si voglia alludere a un'unione di stati) e ci sono pure gli economisti che sembra continuino a guadagnare discretamente e a essere considerati, ma di come sia il mondo del 2060 l'autrice non ci dice molto se non che la  tecnologia ha continuato a svilupparsi, perché sms e sistemi come Skype sono tanto obsoleti che devono essere spiegati ai lettori, mentre i libri di carta sono ormai una rarità.

Il romanzo può avere più chiavi di lettura.

La primo riguarda i rapporti tra genitori e figli, un'altra, le scelte della vita, un'altra ancora, l'evoluzione della nostra società.

Molto spesso i genitori ripongono eccessive speranze nei figli o, ancora peggio, impongono a questi desideri e interessi che sono loro propri, senza preoccuparsi se i figli desiderino invece altro.   

Il protagonista del romanzo, Filippo Cantirami, detto Fil, sembrerebbe avere davanti a sé la strada spianata; i genitori, il padre avvocato di successo, la madre, arredatrice per diletto, appartengono alla borghesia agiata, pertanto con la possibilità di pagare al figlio gli studi giusti, le specializzazioni all’estero, e poi di instradarlo in un lavoro, anzi di fornirgli ben tre alternative in un momento in cui la maggior parte dei giovani, anche laureati, hanno davanti a sé, sempre che gli vada bene, un lavoro precario chissà per quanti anni.

Il padre ha deciso per il figlio la carriera di economista, tanto che fin da piccolo gli legge gli articoli del “Financial Times” e lo invita a discuterne. Che il figlio possa avere altri interessi non gli viene neanche in mente. Solo la zia Giuliana, detta Giù, una donna un po’ particolare con la quale Fil ha un’intesa speciale, si permette di chiedere “ma sei sicuro, Fil?”, ma poi non ha il coraggio di approfondire.

E Fil si adegua, si iscrive a Economia e poi parte per Oxford a fare un master cui dovrebbe seguire una specializzazione a Stanford, ma dopo qualche tempo comincia a essere insofferente e un giorno, quando gli manca poco alla conclusione del master, decide di abbandonare tutto, ma non ha il coraggio di dirlo ai genitori.  Così fa un patto con l’amico Jeremy: lui andrà a Stanford al posto suo, Fil gli passerà i soldi che gli mandano i genitori per il mantenimento e in cambio Jeremy gli invierà dei resoconti dettagliati della propria vita nel college californiano in modo che Fil possa propinarli ai genitori come suoi. Intanto Fil si è trovato un lavoro da aiuto pastore presso i possedimenti di un duca nei dintorni di Oxford. Ci passerà tre anni, continuando tuttavia a studiare economia, ma per conto suo, leggendo i classici, non solo dell’economia, riflettendo, prendendo appunti, senza però gli obblighi delle lezioni, degli esami, della corsa per primeggiare. Con l'amico Jeremy appronta anche una ricerca sulla crisi dei mercati che è considerata interessante. Ed è per illustrarla che insieme all'amico è invitato in uno dei più prestigiosi collegi di Oxford. Solo che lui se ne dimentica e quando l'amico lo cerca per ricordarglielo lui è con le pecore e non trova altro modo che portarsele dietro. E' così che di fronte all'allibito pubblico in attesa della conferenza irrompono centinaia di pecore. Come nulla fosse Fil si affianca al collega  che ha già preso posto al tavolo della conferenza e inizia a illustrare la ricerca che ha realizzato insieme a lui o, meglio, di cui è stato l'ispiratore. Per caso è presente una sua ex fidanzata che informa la sorella di lui. Da quel momento i genitori che lo credono a specializzarsi negli Stati Uniti e la zia Giuliana con la quale Filippo, detto Fil, ha sempre avuto una particolare intesa, partono alla ricerca del congiunto e del motivo della sua azione, per lo meno stravagante. - Forse una forma di protesta ?-, si chiedono perplessi e preoccupati i genitori. La ricerca li condurrà in pochi giorni da Standford, dove Fil non ha mai vissuto, alla località nei dintorni di Oxford, dove si è fermato negli ultimi tre anni, apprendendo che Fil non ha mai iniziato la specializzazione a Stanford e nemmeno concluso il master a Oxford, ma ha fatto per tre anni l'aiuto pastore, mentre il suo posto a Stanford è stato preso dall'amico, Jeremy. Scopriranno quindi di non sapere nulla di lui. Sono ansiosi comunque di parlargli, di sapere cosa gli sia successo, ma non lo troveranno nemmeno a Oxford, perché, il giorno prima del loro arrivo, Fil è partito per un paesino della Norvegia alla ricerca di una ragazza che ha incontrato per caso una sera e con i genitori si farà vivo solo diverso tempo dopo. In quel minuscolo paese rimarrà per tutta la vita, sposerà la ragazza, avrà un figlio, farà l'impiegato in una ditta di merluzzi, insomma una vita "normale", ben lontana dai desideri e dalle ambizioni che i genitori avevano sognato per lui. Solo alla sua morte, quando al funerale arriveranno dagli Stati Uniti alcuni professori universitari e tra di essi, il vecchio amico Jeremy, si scoprirà che Fil ha continuato a studiare economia e ha anche scritto un libro "Ceiling Theory" che è stato considerato una pietra miliare nel settore.

E cosa dice questa teoria?

In poche parole dice che bisogna mettere un cielo-tetto alla crescita. Non si può continuare così, a dismisura.Le ultime due generazioni sono cresciute meno delle precedenti, anzi l'ultima non cresce perché è partita altissima. È come per i tonni con le acciughe. I tonni devono smettere di mangiare troppe acciughe altrimenti si estingueranno perché non avranno più niente da mangiare. Ogni Stato deve imparare a dire: bene, io sono partito di qui e arrivo fin qui, grazie, mi basta, gli altri arrivino dove possono arrivare, essendo partiti da dove sono partiti. Certo che se partono da più in basso fanno più strada. Se io parto dall'arrivo, sono già arrivato, e quindi di strada non ne faccio, neanche mezzo metro.  Vale per le persone come per gli Stati. Se uno è già arrivato, dove deve andare? Magari si ferma un po'. Magari gli viene voglia di smettere di correre... Arrivare, il segreto sta nel significato etimologico di questo verbo: se uno ha già toccato la riva, ovvio che poi sta fermo. Sono gli altri che navigano ancora a vele spiegate. Fil pensa a una gara di corsa campestre con gli Stati Arrivati che si riposano ai bordi della pista e aspettano che via via arrivino gli altri e tutti si siedano a riposarsi, una specie di Dejuner sull'erba collettivo, planetario. 

E fine della storia!

Infatti se rallentare può essere una scelta nella vita di un individuo non credo si possa applicare agli Stati. Questi se si fermano declinano per sempre o almeno per molti anni o secoli prima che ci possa essere una ripresa. Basti pensare alle antiche civiltà decadute. Probabilmente, è vero, avevano raggiunto il massimo quando altre si affacciavano alla storia con quella voglia di combattere e di conquistare che loro avevano perso. E' nell'ordine naturale delle cose, ma fermarsi conduce inesorabilmente al declino, alla decrescita che non è mai felice. Se pertanto nel 2060 l’Occidente conterà ancora qualcosa non sarà per aver applicato qualcosa di simile alla Ceiling Theorie, salvo che all'improvviso tutta l'umanità non raggiunga un livello di coscienza superiore.

Quanto alle scelte individuali, quella di Fil, ma anche quella di Giuliana, immalinconiscono un po’, sanno di vite irrisolte, di rinunce.

Fil oltre ad avere una mente brillante ama la sua materia, altrimenti perché avrebbe continuato a studiarla? E quindi?

Giuliana a suo tempo ha deciso di non concludere l’università rinunciando alla carriera di architetto per finire a fare la custode in una biblioteca, dove però dal suo gabbiotto gode di una vista spettacolare sulla città, non si è costruita neanche una famiglia, non ha una storia e quando incontra una persona con la quale riconosce una corrispondenza di sentimenti non decide di fermarsi ma si accontenta di andarlo a trovare ogni tanto che, intendiamoci, può essere anche una soluzione ottimale, in sostanza persegue un suo modo “lento” di vivere.

Ma ha senso sprecare il proprio talento per vivere più lentamente, per trovare il tempo di guardare il colore del mare che cambia, e, nei giorni più tersi, riuscire a scorgere persino il polverio di gocce che l'aria alzava dalle onde, un attimo prima di lasciarle andare sugli scogli, magari continuando anche a studiare, riflettere, creare, ma senza fare di ciò il centro della propria vita? E soprattutto è giusto? Certo è anche vero che oggi se ti dedichi a qualcosa, e vuoi avere successo, quel qualcosa ti prende la vita intera e anche questo non è giusto. Bisognerebbe saper trovare un equilibrio, ma non è facile.

giovedì 24 gennaio 2013

L'economia digitale

Sul Corriere della Sera di oggi nell'articolo intitolato "L'economia del Prozac" a firma di Giovanni Sartori si dice che dopo l'economia agricola, la rivoluzione industriale e la società dei servizi è in arrivo una quarta rivoluzione industriale che sembra ancora più radicale di tutte quelle che l’hanno preceduta e che si potrebbe chiamare "rivoluzione digitale". In questo contesto un prodotto viene disegnato su un computer e poi stampato su una stampante 3D che a sua volta produce un conforme oggetto solido fondendo assieme successivi strati di materiali.

E' già un po' di tempo che mi capita di leggere di questa stampante che produce oggetti tridimensionali. Mi sembra che ne abbiano parlato anche in qualche programma televisivo. Ora non ho capito bene come funzioni e quali oggetti si possano stampare oggi e dove si potrebbe arrivare in futuro. Sarà possibile stamparsi un'auto o magari la casa?

Potrebbe accadere davvero che tra non molto tempo invece di andare a comprare un oggetto ce lo stamperemo e/o andremo in un negozio dove ce lo stamperanno? 


Sartori dice di essere troppo vecchio per capirne il funzionamento ma si domanda che fine farà, in questo radioso futuro, l’occupazione o meglio la disoccupazione. 

Ora è certo che se il futuro andrà in questa direzione, ma è troppo presto per dirlo, perché talvolta certe innovazioni che sembrano grandiose non hanno seguito, le implicazioni sull'economia non potranno che essere enormi, appunto si tratterà di una rivoluzione. 

E' ovvio che sarebbe sempre meno necessario il lavoro manuale. Avremmo certamente ancora bisogno di creativi, di tecnici, di professionisti, ma sempre meno di operai. La rivoluzione industriale aumentò la richiesta di manodopera che si trasferì dall'agricoltura all'industria, ma già con la "società dei servizi" la richiesta di manodopera diminuì. Con la "rivoluzione digitale" potrebbe ridursi ai minimi termini. Inoltre crollerebbero i prezzi, perché per produrre lo stesso  oggetto ci vorrebbe molto meno lavoro e meno tempo, e anche meno energia, sia per la produzione che per i trasporti di cui si avrebbe sempre meno bisogno, ricominciando a produrre sul posto, cioè il contrario della globalizzazione. 

Un nuovo modo di produrre coniugato con l'"economia verde" non potrebbe dare origine a un mondo migliore, meno stressante, meno inquinato, ma non per questo in decrescita?

Non mi intendo di economia, ma non è che si risolverebbero un sacco di problemi? 

Certo ci sarebbe il problema di dove impiegare la forza lavoro di cui la società non avrebbe più bisogno. Nel tempo libero?

Ma non si era già detto una trentina di anni fa, con l'avvento dell'era dei computer, che avremmo finito per lavorare meno tutti e per avere molto tempo libero a disposizione? Poi non è avvenuto, anzi. Ma potrebbe accadere in un prossimo futuro. Magari ci sarà una grande esplosione dell'"industria" del tempo libero che, insieme ai  servizi che saranno sempre necessari, assorbirà gran parte della forza lavoro.

Certo bisognerebbe riorganizzare il lavoro, la scuola, la formazione professionale, il tempo libero, e, nel complesso, l'intera società su basi completamente diverse. 

E' un'ipotesi. Certo  potrebbe anche crollare tutto, ma  perché non pensare positivo?

Sartori però non la pensa così e cita David Collinson, autore di "Prozac Leadership" , per il quale la cultura del pensiero positivo, molto di moda negli anni scorsi specialmente negli Stati Uniti, "premiando l’ottimismo ha indebolito la capacità di pensare criticamente, ha anestetizzato la sensibilità al pericolo" e ha finito per essere una delle cause della crisi che attanaglia l'Occidente.


I prossimi anni ci diranno chi ha ragione.

venerdì 13 luglio 2012

E' necessario un esame di coscienza


In questo articolo del Corriere della Sera si pone in risalto la facilità con cui noi italiani tendiamo ad autoassolverci facendo ricadere la colpa sempre su altri.

E' ormai generale l’attribuzione delle responsabilità ai politici, peraltro da noi eletti, cosa che l’autore non nega e certamente non potrebbe.

E' ben evidente che i politici non hanno saputo assolvere al loro compito, che hanno pensato solo all’interesse proprio e delle lobby di riferimento finendo per  togliere credibilità alle Istituzioni. E' sotto gli occhi di tutti la dissipazione delle risorse pubbliche in spese inutili a favore della casta, per non parlare delle vere e proprie ruberie.

Detto ciò, però, non ha torto l'autore quando sostiene che vasti strati della popolazione italiana, interi ceti sociali, hanno contribuito a scavare la fossa nella quale siamo precipitati, e pertanto dovrebbero farsi l’esame di coscienza domandandosi se non hanno contribuito alla rovina del  paese e anche alla propria.  

Tanto per fare un esempio c’era per caso qualcuno cui faceva schifo andare in pensione ben prima dei sessant’anni, talvolta poco dopo i quaranta? Quanti insegnanti facevano anche gli avvocati, gli ingegneri, ecc., curando magari poco l’attività pubblica a favore di quella privata? Tutte queste persone che dopo la pensione ottenuta in età ancora giovanile hanno continuato ovviamente  a svolgere la loro professione, si sono assicurati anche  un vitalizio, seppur minimo, a spese dello Stato, cioè di noi tutti.

Certo c'era una legge che lo permetteva e molti ne hanno approfittato, senza porsi il problema, senza pensare che tutto ciò non poteva continuare all'infinito senza che i nodi venissero al pettine.

Né si possono trascurare le inefficienze di una Pubblica Amministrazione che avrebbe dovuto essere riformata almeno trent'anni fa.

Gli stipendi sono stati sempre bassi, ma per tanti anni sono stati integrati da straordinari e incentivi a pioggia, questi ultimi distribuiti spesso per meriti che poco avevano a vedere con il lavoro.

Intanto la scuola diventava sempre più facile e sfornava incompetenti con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

Tuttavia mi pare che ci sia anche un’esagerazione da parte di quanti stanno cercando di fare dei pubblici dipendenti il capro espiatorio di tutto quanto sta succedendo. Credo infatti che anche nella Pubblica Amministrazione, accanto a scansafatiche e disonesti, ci siano ottime professionalità, spesso misconosciute perché si è sempre dato maggior risalto ad altri tipi di merito,  e comunque tante persone che hanno fatto sempre il loro dovere e che ora si sentono gettato addosso un discredito che non meriterebbero.

Poi bisogna considerare che anche l'imprenditoria non sempre si è dimostrata all'altezza della situazione e che in linea generale nel privato come nel pubblico la classe dirigente ha lasciato a desiderare.

Sicuramente è necessaria una riflessione da parte di tutti, ma soprattutto un drastico cambiamento di rotta, se non è troppo tardi.

sabato 19 maggio 2012

Barbarie e simboli


Siamo tutti sconvolti dall'attentato all'Istituto Morvillo Falcone  di Brindisi, proprio nella giornata in cui arrivava a Brindisi la Carovana della Legalità contro le mafie.  Il nome della scuola, la coincidenza dell'arrivo della Carovana, l'arresto nei giorni scorsi di diversi aderenti alla sacra corona unita e l'attentato alla macchina del presidente dell' associazione antiracket della vicina cittadina di Mesagne, fanno pensare che esecutori e mandanti facciano parte dell'associazione mafiosa pugliese. Ma tutti questi elementi potrebbero anche essere solo coincidenze. Del resto ci si può anche domandare se serva alla mafia un attentato del genere che convoglia nella zona un grande spiegamento di forze di polizia. E' certo che non era ancora successo che il crimine organizzato arrivasse a un tale livello di barbarie: mettere una bomba davanti a una scuola con l'intento, realizzato purtroppo, di uccidere. Ma eventualmente a chi altri potrebbe servire? Al momento non ci sono rivendicazioni. Ed è presto per fare qualsiasi considerazione. Però c'è già chi dice che un crimine così orrendo potrebbe determinare l'introduzione di leggi restrittive della libertà.

E' certo che stiamo vivendo un periodo molto difficile e pericoloso, e non solo in Italia,  con gravi problemi economici, e non solo, ai quali per il momento non si sono trovate soluzioni adeguate.

La crisi economica che covava da tempo, esplosa nel 2008 negli Stati Uniti, con il fallimento della Lehman Brothers, e da tempo spostatasi nell'eurozona, che ha visto il default dell'Islanda, e poi via via le situazioni precarie di Grecia, Portogallo, Spagna e infine dell'Italia, sta diventando ogni giorno più preoccupante e ha costretto un po' tutti a familiarizzare con termini come spread che probabilmente fino a poco tempo fa conoscevano solo gli addetti ai lavori. Sui giornali si comincia a parlare di ciò che fino a qualche mese fa sarebbe stato considerato eresia, ovvero l'uscita di alcuni paesi dall'Euro, compreso il nostro. E' molto probabile che il primo a uscirne o comunque a fare default sarà la Grecia dove le recenti elezioni non hanno permesso di costituire un nuovo governo, tanto che si rivoterà a giugno. Ma se l'Europa cacciasse la Grecia, a prescindere dalle esplosioni di violenza che potrebbero esserne la conseguenza in quel paese, potrebbe derivarne il fallimento dell'Europa stessa. Non dimentichiamo che la Grecia è anche un simbolo. Là è nata la democrazia, compreso il termine stesso, anche se ci sono voluti più di due millenni, fino all'Illuminismo e alla Rivoluzione Francese, perché il concetto si facesse strada e divenisse acquisizione generale almeno nel mondo occidentale.    

E parlando di simboli non dimentichiamo che questo 2012, bisestile, e per alcuni l'anno dell'apocalisse, è iniziato   con il naufragio di una nave da crociera che si chiamava Concordia e i cui 13 ponti erano intitolati a 13 nazioni europee: Olanda, Svezia, Belgio, Grecia, Italia, Gran Bretagna, Irlanda, Portogallo, Francia, Germania, Spagna, Austria, e Polonia. Ovviamente l'incidente è stato determinato dall'irresponsabilità di un comandante e forse anche della compagnia Costa stessa che spingeva i propri comandanti a fare il famoso "inchino" di fronte alle coste per motivi turistici, anche se è evidente che detti motivi di gennaio, all'Isola del Giglio, non potevano esserci, e pertanto non voglio certo accogliere le assurde teorie di alcuni dietrologi, ma solo parlare di coincidenze significative che assurgono a simbolo.


  

mercoledì 25 aprile 2012

Resistenza oggi - Governi e mercati

Non è sufficiente ricordarsi una volta l'anno dell'anniversario della liberazione.

La libertà, sia quella individuale, interiore, sia quella politica, si conquista ogni giorno. E i suoi nemici sono sempre in agguato. Per quanto riguarda la libertà "politica" oggi il pericolo, a mio parere, viene dai "mercati finanziari" e dai governi che ad essi sono asserviti. Con la scusa dei mercati i governi impongono ai popoli una politica di c.d. rigore che tale è solo per i più, ma non per chi detiene le leve del potere, e pertanto si traduce in ingiustizia sociale.

Oggi Monti, nel suo discorso alle celebrazioni ufficiali della ricorrenza del 25 aprile, ha tracciato un parallelo tra la Resistenza e l’attuale fase di crisi economica: “Riusciremo a superare le difficoltà economiche e sociali - ha detto - se tutti, forze politiche, economiche, sociali e produttive, lavoreremo nell’interesse del paese e del bene comune”. “Come l’Italia riuscì a liberarsi dall’occupazione nazifascista" – ha aggiunto – ora deve imparare a liberarsi da alcuni modi di pensare e di vivere  che le hanno finora impedito di pensare al futuro delle prossime generazioni.

Sono del parere che se è vero che qualcosa deve cambiare nella mentalità di tutti, ma soprattutto in quella delle caste al potere, le misure imposte dal nostro governo e anche dagli altri governi europei non ci eviteranno di cadere nel baratro, con le conseguenze che si può immaginare anche su quella parvenza di libertà che ancora ci rimane.

I tanto evocati mercati, ai quali sembra si debba sacrificare come agli antichi dei, non reagiscono in un modo o in un altro a seconda delle politiche dei governi ma casualmente  o, peggio, con l'obiettivo di determinare le politiche dai governi. Quel che è certo è che le c.d. politiche di austerità, introdotte per placare il Moloch dei mercati, sono imposte dai governi su pressione di organismi non eletti, come la BCE e il FMI. Ho l'impressione che utilizzando questi astratti mercati si potrebbe arrivare  al punto di far fallire uno Stato che si dimostrasse riottoso.

L’investitore miliardario statunitense George Soros ha detto che un periodo di grande difficoltà attende l’Europa, anche se sopravvive alla crisi e che lui, se dovesse investire, scommetterebbe contro l’euro. Infine con riferimento alle elezioni francesi ha anche detto che, nel caso fosse eletto, il socialista Francois Hollande non potrebbe mettere in discussione l’ortodossia finanziaria perché esporrebbe il paese ad un attacco dei mercati.

Qualcuno ha parlato di terza guerra mondiale combattuta non con le armi convenzionali o nucleari, ma con quelle della finanza.

martedì 24 aprile 2012

La crisi e gli economisti sgomenti


Stiamo vivendo una grave crisi economica, sociale, politica, ma anche una crisi etica, di valori.
Il governo si concentra sull'economia e per farla ripartire sembra non trovare altra soluzione che i tagli alla spesa pubblica e nuove tasse. Sui primi sono tutti d'accordo, purché colpiscano gli altri. Basta fare un giro su Facebook. Secondo alcuni la panacea di ogni male sarebbe licenziare. Gente arrabbiatissima, licenzierebbero il mondo, ma soprattutto i dipendenti degli enti pubblici, che, si sa, sono troppi e tutti lavativi. Probabilmente sono anche troppi, alcuni sono pure lavativi, ma molti sono male utilizzati.
Molti si indignano giustamente per gli sprechi della politica, e di motivi ce ne sono. Addirittura con il finanziamento pubblico ci si compravano i diamanti!
Però pochi si indignano per il fatto che lo stipendio di un grande manager è di 300/400 volte superiore a uno stipendio medio, per non parlare delle mega liquidazioni da cifre astronomiche. 
Quel che è certo è che gli stipendi medi sia nel pubblico che nel privato sono i più bassi d'Europa, mentre il costo del lavoro è relativamente alto, anche perché nel privato siamo costretti a competere con i paesi del terzo mondo. Le nostre imprese sono realtà piccole, talvolta piccolissime, gestioni familiari, ove non c'è capacità di innovazione tecnologica, non si spende nella ricerca, non si valorizza il merito (ho l'impressione che anche nel privato si preferisca gli "yes man" o i figli e i parenti scemi cui comunque un posto in azienda va assicurato), e così non si riesce a imporre al mondo prodotti innovativi, tranne che in pochi settori d'eccellenza, e subiamo la concorrenza dei paesi emergenti che finiranno per superarci, se non lo hanno già fatto, appunto anche per il più basso costo della loro manodopera. Le grandi imprese sono pochissime, in passato mi sembra ce ne fossero di più, poi non si sa che fine abbiano fatto e perché. Governi di destra e di sinistra hanno poi sfasciato la scuola sempre più facile, non selettiva, che sforna sempre più incompetenti. La classe dirigente, politica e imprenditoriale, non è all'altezza della situazione, quando non è anche corrotta e collusa con le mafie.
Certo la crisi è mondiale e non si sa quando, se,  e come ne usciremo.
Il paradigma neoliberista invoca la riduzione della spesa degli Stati, l'aumento della flessibilità del mercato di lavoro, l'ulteriore liberalizzazione del commercio dei beni e servizi, le politiche di austerity che acuiscono il conflitto sociale, il salvataggio delle banche a tutti i costi, la fiducia nei mercati, cioè in quella finanza che ha creato il disastro, tutte misure che serviranno solo a produrre recessione e non risolveranno il problema, anzi.
Jeremy Rifkin afferma che la crisi deriva dal problema energetico e  propugna la terza rivoluzione industriale basata sulle energie rinnovabili (tra l'altro dice  l'Italia potrebbe essere nelle energie rinnovabili quello che l'Arabia Saudita è stata per il petrolio).
Serge Latouche e altri propugnano la decrescita felice.

Comincia comunque a diffondersi una sensibilità diversa, alternativa al neoliberismo, secondo la quale è necessario porre delle regole alla finanza globale in nome di una società più equa.
Così nel febbraio 2011, in Francia nasce un'associazione "Les économistes atterés", tradotto in economisti sgomenti, o forse meglio letteralmente atterriti.
Essi considerano che le basi teoriche di queste politiche neoliberiste debbano essere messe in discussione, perché basate su false certezze. Per loro sono possibili altre scelte. Sostengono che sono le diseguaglianze sociali a determinare l'abbassamento spaventoso della domanda interna che causa la chiusura delle fabbriche  e che, unita alla delocalizzazione della rimanente produzione industriale in paesi dove il lavoro costa meno e le imposte sono inferiori o nulle, produce deindustrializzazione, disoccupazione, soprattutto tra le giovani generazioni, oltre i limiti naturali e sopportabili e quindi ulteriore impoverimento in un circolo vizioso interminabile.
Per questo scopo hanno pubblicato un manifesto, appunto "Le manifeste deséconomistes atterrés" (Il manifesto degli economisti sgomenti o forse atterriti) ove non solo si rilevano dieci false certezze del paradigma neoliberista, ma si propongono ventidue controproposte.