Visualizzazione post con etichetta letteratura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta letteratura. Mostra tutti i post

venerdì 4 ottobre 2013

"Non so niente di te" di Paola Mastrocola - Le pecore, l'economia, il senso della vita.

Non avevo mai letto niente di Paola Mastrocola finché non mi è capitato tra le mani il suo ultimo romanzo, “Non so niente di te”. La lettura del risvolto di copertina dove si parla di un brillante giovane economista che conduce un centinaio di pecore a una conferenza mi ha indotto a  pensare che per lo meno si doveva trattare  di un racconto originale e devo dire che le aspettative non sono andate deluse, anche se lo stile di scrittura talvolta appare un po' trascurato.

Altra cosa abbastanza intrigante il fatto che l’autrice parla di eventi dei nostri giorni come se scrivesse in un tempo futuro, diciamo intorno al 2060. Non si lancia tuttavia a fornirci informazioni circa l’evoluzione degli eventi, ovvero in sostanza a fare previsioni. Abbiamo superato la crisi economica attuale? Probabilmente si; l'Occidente c'è ancora (nel romanzo si parla di Stati Occidentali, ma non so se con questo termine si voglia alludere a un'unione di stati) e ci sono pure gli economisti che sembra continuino a guadagnare discretamente e a essere considerati, ma di come sia il mondo del 2060 l'autrice non ci dice molto se non che la  tecnologia ha continuato a svilupparsi, perché sms e sistemi come Skype sono tanto obsoleti che devono essere spiegati ai lettori, mentre i libri di carta sono ormai una rarità.

Il romanzo può avere più chiavi di lettura.

La primo riguarda i rapporti tra genitori e figli, un'altra, le scelte della vita, un'altra ancora, l'evoluzione della nostra società.

Molto spesso i genitori ripongono eccessive speranze nei figli o, ancora peggio, impongono a questi desideri e interessi che sono loro propri, senza preoccuparsi se i figli desiderino invece altro.   

Il protagonista del romanzo, Filippo Cantirami, detto Fil, sembrerebbe avere davanti a sé la strada spianata; i genitori, il padre avvocato di successo, la madre, arredatrice per diletto, appartengono alla borghesia agiata, pertanto con la possibilità di pagare al figlio gli studi giusti, le specializzazioni all’estero, e poi di instradarlo in un lavoro, anzi di fornirgli ben tre alternative in un momento in cui la maggior parte dei giovani, anche laureati, hanno davanti a sé, sempre che gli vada bene, un lavoro precario chissà per quanti anni.

Il padre ha deciso per il figlio la carriera di economista, tanto che fin da piccolo gli legge gli articoli del “Financial Times” e lo invita a discuterne. Che il figlio possa avere altri interessi non gli viene neanche in mente. Solo la zia Giuliana, detta Giù, una donna un po’ particolare con la quale Fil ha un’intesa speciale, si permette di chiedere “ma sei sicuro, Fil?”, ma poi non ha il coraggio di approfondire.

E Fil si adegua, si iscrive a Economia e poi parte per Oxford a fare un master cui dovrebbe seguire una specializzazione a Stanford, ma dopo qualche tempo comincia a essere insofferente e un giorno, quando gli manca poco alla conclusione del master, decide di abbandonare tutto, ma non ha il coraggio di dirlo ai genitori.  Così fa un patto con l’amico Jeremy: lui andrà a Stanford al posto suo, Fil gli passerà i soldi che gli mandano i genitori per il mantenimento e in cambio Jeremy gli invierà dei resoconti dettagliati della propria vita nel college californiano in modo che Fil possa propinarli ai genitori come suoi. Intanto Fil si è trovato un lavoro da aiuto pastore presso i possedimenti di un duca nei dintorni di Oxford. Ci passerà tre anni, continuando tuttavia a studiare economia, ma per conto suo, leggendo i classici, non solo dell’economia, riflettendo, prendendo appunti, senza però gli obblighi delle lezioni, degli esami, della corsa per primeggiare. Con l'amico Jeremy appronta anche una ricerca sulla crisi dei mercati che è considerata interessante. Ed è per illustrarla che insieme all'amico è invitato in uno dei più prestigiosi collegi di Oxford. Solo che lui se ne dimentica e quando l'amico lo cerca per ricordarglielo lui è con le pecore e non trova altro modo che portarsele dietro. E' così che di fronte all'allibito pubblico in attesa della conferenza irrompono centinaia di pecore. Come nulla fosse Fil si affianca al collega  che ha già preso posto al tavolo della conferenza e inizia a illustrare la ricerca che ha realizzato insieme a lui o, meglio, di cui è stato l'ispiratore. Per caso è presente una sua ex fidanzata che informa la sorella di lui. Da quel momento i genitori che lo credono a specializzarsi negli Stati Uniti e la zia Giuliana con la quale Filippo, detto Fil, ha sempre avuto una particolare intesa, partono alla ricerca del congiunto e del motivo della sua azione, per lo meno stravagante. - Forse una forma di protesta ?-, si chiedono perplessi e preoccupati i genitori. La ricerca li condurrà in pochi giorni da Standford, dove Fil non ha mai vissuto, alla località nei dintorni di Oxford, dove si è fermato negli ultimi tre anni, apprendendo che Fil non ha mai iniziato la specializzazione a Stanford e nemmeno concluso il master a Oxford, ma ha fatto per tre anni l'aiuto pastore, mentre il suo posto a Stanford è stato preso dall'amico, Jeremy. Scopriranno quindi di non sapere nulla di lui. Sono ansiosi comunque di parlargli, di sapere cosa gli sia successo, ma non lo troveranno nemmeno a Oxford, perché, il giorno prima del loro arrivo, Fil è partito per un paesino della Norvegia alla ricerca di una ragazza che ha incontrato per caso una sera e con i genitori si farà vivo solo diverso tempo dopo. In quel minuscolo paese rimarrà per tutta la vita, sposerà la ragazza, avrà un figlio, farà l'impiegato in una ditta di merluzzi, insomma una vita "normale", ben lontana dai desideri e dalle ambizioni che i genitori avevano sognato per lui. Solo alla sua morte, quando al funerale arriveranno dagli Stati Uniti alcuni professori universitari e tra di essi, il vecchio amico Jeremy, si scoprirà che Fil ha continuato a studiare economia e ha anche scritto un libro "Ceiling Theory" che è stato considerato una pietra miliare nel settore.

E cosa dice questa teoria?

In poche parole dice che bisogna mettere un cielo-tetto alla crescita. Non si può continuare così, a dismisura.Le ultime due generazioni sono cresciute meno delle precedenti, anzi l'ultima non cresce perché è partita altissima. È come per i tonni con le acciughe. I tonni devono smettere di mangiare troppe acciughe altrimenti si estingueranno perché non avranno più niente da mangiare. Ogni Stato deve imparare a dire: bene, io sono partito di qui e arrivo fin qui, grazie, mi basta, gli altri arrivino dove possono arrivare, essendo partiti da dove sono partiti. Certo che se partono da più in basso fanno più strada. Se io parto dall'arrivo, sono già arrivato, e quindi di strada non ne faccio, neanche mezzo metro.  Vale per le persone come per gli Stati. Se uno è già arrivato, dove deve andare? Magari si ferma un po'. Magari gli viene voglia di smettere di correre... Arrivare, il segreto sta nel significato etimologico di questo verbo: se uno ha già toccato la riva, ovvio che poi sta fermo. Sono gli altri che navigano ancora a vele spiegate. Fil pensa a una gara di corsa campestre con gli Stati Arrivati che si riposano ai bordi della pista e aspettano che via via arrivino gli altri e tutti si siedano a riposarsi, una specie di Dejuner sull'erba collettivo, planetario. 

E fine della storia!

Infatti se rallentare può essere una scelta nella vita di un individuo non credo si possa applicare agli Stati. Questi se si fermano declinano per sempre o almeno per molti anni o secoli prima che ci possa essere una ripresa. Basti pensare alle antiche civiltà decadute. Probabilmente, è vero, avevano raggiunto il massimo quando altre si affacciavano alla storia con quella voglia di combattere e di conquistare che loro avevano perso. E' nell'ordine naturale delle cose, ma fermarsi conduce inesorabilmente al declino, alla decrescita che non è mai felice. Se pertanto nel 2060 l’Occidente conterà ancora qualcosa non sarà per aver applicato qualcosa di simile alla Ceiling Theorie, salvo che all'improvviso tutta l'umanità non raggiunga un livello di coscienza superiore.

Quanto alle scelte individuali, quella di Fil, ma anche quella di Giuliana, immalinconiscono un po’, sanno di vite irrisolte, di rinunce.

Fil oltre ad avere una mente brillante ama la sua materia, altrimenti perché avrebbe continuato a studiarla? E quindi?

Giuliana a suo tempo ha deciso di non concludere l’università rinunciando alla carriera di architetto per finire a fare la custode in una biblioteca, dove però dal suo gabbiotto gode di una vista spettacolare sulla città, non si è costruita neanche una famiglia, non ha una storia e quando incontra una persona con la quale riconosce una corrispondenza di sentimenti non decide di fermarsi ma si accontenta di andarlo a trovare ogni tanto che, intendiamoci, può essere anche una soluzione ottimale, in sostanza persegue un suo modo “lento” di vivere.

Ma ha senso sprecare il proprio talento per vivere più lentamente, per trovare il tempo di guardare il colore del mare che cambia, e, nei giorni più tersi, riuscire a scorgere persino il polverio di gocce che l'aria alzava dalle onde, un attimo prima di lasciarle andare sugli scogli, magari continuando anche a studiare, riflettere, creare, ma senza fare di ciò il centro della propria vita? E soprattutto è giusto? Certo è anche vero che oggi se ti dedichi a qualcosa, e vuoi avere successo, quel qualcosa ti prende la vita intera e anche questo non è giusto. Bisognerebbe saper trovare un equilibrio, ma non è facile.

mercoledì 17 luglio 2013

Zia Mame - Sensibilità camp e omosessualità?

Ho appena finito di leggere "Zia Mame" di Patrick Dennis, pseudonimo dietro il quale si nasconde Edward Everett Tunner III, autore che mi era perfettamente sconosciuto.

Il romanzo è scritto in prima persona e il ragazzino orfano di entrambi i genitori che viene affidato alle cure dell'insolita zia si chiama Patrick Dennis, come lo pseudonimo dell'autore, ma non è chiaro se le vicende descritte siano vere o frutto di fantasia. Per la trama leggere qui. 

Nel 2009, anno in cui fu ripubblicato  in Italia da Adelphi a oltre cinquanta anni dalla sua prima uscita nel 1956 presso Bompiani, se ne parlò molto definendolo un capolavoro.

Lo comprai allora, ma presa da altre letture e interessi me ne ero quasi dimenticata.  L'ho preso in mano qualche giorno fa e a lettura conclusa devo dire che francamente non mi è sembrato così brillante e divertente come la critica lo aveva definito.  

Non nego che alcune parti del romanzo siano esilaranti e che il personaggio dell'eccentrica e affascinante Zia Mame resti impresso. Particolarmente riuscita mi pare anche la descrizione dell'alta società americana tra la fine degli anni 20 del '900 e il secondo dopoguerra con le mode culturali che l'attraversano.  

Tuttavia sia perché in alcune parti l'eccentricità della signora sembra sconfinare nella balordaggine,  sia perché alcune vicende oltre che totalmente inverosimili risultano anche un po' prolisse, non sono riuscita a divertirmi fino in fondo, anche se la scrittura è ironica e brillante almeno per buona parte del romanzo. Forse sarebbe stato necessario un buon taglio ad alcune parti.

Piuttosto pesante ma certamente interessante il saggio Zia Mame e “Cedie” di Matteo Codignola, editor di Adelphi, inserito in appendice. Attraverso di esso ho appreso che il romanzo sarebbe un capolavoro Camp (secondo wikipedia il termine  si riferisce all'uso deliberato, consapevole e sofisticato del kitsch nell'arte, nell'abbigliamento, negli atteggiamenti), e poiché la sensibilità Camp è stata messa in relazione con l'omosessualità  sarebbe anche un manifesto della cultura omosessuale. Addirittura Zia Mame sarebbe un'icona gay. Ma quando mai? La signora mi è sempre parsa assolutamente eterosessuale. Forse non sono entrata nello spirito del romanzo.




sabato 8 giugno 2013

Se

Se (Lettera al figlio, 1910)

Con questa lettera, datata 1910, Rudyard Kipling cercò di insegnare al figlio a distinguere fra il bene e il male

Se riesci a conservare il controllo quando tutti
Intorno a te lo perdono e te ne fanno una colpa;
Se riesci ad aver fiducia in te quando tutti
Ne dubitano, ma anche a tener conto del dubbio;
Se riesci ad aspettare e non stancarti di aspettare,
O se mentono a tuo riguardo, a non ricambiare in menzogne,
O se ti odiano, a non lasciarti prendere dall'odio,
E tuttavia a non sembrare troppo buono e a non parlare troppo saggio;

Se riesci a sognare e a non fare del sogno il tuo padrone;
Se riesci a pensare e a non fare del pensiero il tuo scopo;
Se riesci a far fronte al Trionfo e alla Rovina
E trattare allo stesso modo quei due impostori;
Se riesci a sopportare di udire la verità che hai detto
Distorta da furfanti per ingannare gli sciocchi
O a contemplare le cose cui hai dedicato la vita, infrante,
E piegarti a ricostruirle con strumenti logori;

Se riesci a fare un mucchio di tutte le tue vincite
E rischiarle in un colpo solo a testa e croce,
E perdere e ricominciare di nuovo dal principio
E non dire una parola sulla perdita;
Se riesci a costringere cuore, tendini e nervi
A servire al tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tener duro quando in te non resta altro
Tranne la Volontà che dice loro: "Tieni duro!".

Se riesci a parlare con la folla e a conservare la tua virtù,
E a camminare con i Re senza perdere il contatto con la gente,
Se non riesce a ferirti il nemico né l'amico più caro,
Se tutti contano per te, ma nessuno troppo;
Se riesci a occupare il minuto inesorabile
Dando valore a ogni minuto che passa,
Tua è la Terra e tutto ciò che è in essa,
E - quel che è di più - sei un Uomo, figlio mio!

Rudyard Kipling

Credo che questa poesia possa essere di aiuto specialmente in certi momenti della vita in cui sembra che tutto sia perduto e che sia inutile combattere, o in cui ci sentiamo confusi e il traguardo sembra allontanarsi.

lunedì 3 giugno 2013

La noia

Sulla noia credo di aver riempito pagine dei miei diari di quando ero giovane e non c'erano internet, i blog  e i social network per lamentarsi.

Mi annoiavo allora, mi annoio oggi. Per un po' mi diverto a fare qualcosa, poi mi interessa sempre meno, quindi l'abbandono. L'ultima trovata: commentare i talk show su Twitter. Più o meno ci ho passato l'inverno e anche la primavera (sempre che ci sia  stata la primavera quest'anno).

Ecco l'ennesimo temporale. Stavo in pensiero, perché mi sembra che ieri non abbia piovuto e nemmeno a oggi, fino a poco fa. 

E poi sono quasi 18 giorni che mi fa male il piede destro a causa di una distorsione. L'ortopedico ha detto che ci vorrà ancora un mese. Ottimo!

Credo di non aver fatto più un viaggio dal 2011 e sempre al 2011 risale l'ultima vacanza al mare.

Anche Ciri, il mio gatto, si annoia.

Del lavoro, meglio non parlare. 

Uomini? L'ultimo risale al periodo 2009-2010.

In un articolo del 28 maggio sul Fatto Quotidiano a firma di Nadia Somma e Mario De Meglie che voleva indagare le motivazioni che inducono gli uomini e pagarsi una prostituta, quale surrogato dell'amore, ho trovato questa frase che credo valga per tutti, uomini e donne:
"Viviamo immersi nelle relazioni, tutte molto diverse tra di loro, alcune più soddisfacenti, altre meno, ma sono le relazioni intime con l’altro sesso (o il proprio) quelle che fanno principalmente da supporto al nostro benessere individuale. Senza nulla togliere al resto del mondo, è principalmente con accanto una compagna o un compagno che abbiamo migliori possibilità di sentirci parte di un qualcosa che sappiamo esserci “nella buona e nella cattiva sorte”, almeno finché la coppia funziona."

Già, ma è proprio vero? Dovrei rifletterci. Francamente se altri si prendessero la briga di trovarmi un uomo potrei riprovare, ma fare qualcosa per cercarne uno è al di là delle mie possibilità, ammesso che ci sia un uomo libero e non completamente guasto da qualche parte.

Per fortuna ci sono i libri. Sto leggendo "City", un romanzo di fantascienza di Clifford D.Simak, ove si parla di un futuro in cui l'umanità è scomparsa, emigrata su Giove, e la specie dominante sulla Terra è quella canina. Per i cani l'uomo è una specie mitologica di cui narrare davanti al focolare, quando le fiamme bruciano alte e il vento spira da Nord. Essi si pongono domande su cosa fosse esattamente un essere umano, come fossero fatte le città e cosa fosse la guerra. Domande senza risposta, come quelle che alcuni di noi si fanno su Atlantide e altre civiltà scomparse o sugli extraterrestri che ci avrebbero visitato in passato e sarebbero stati scambiati per dei. 
Alla fine anche i cani se ne dovranno andare altrove e la Terra sarà ereditata dalle formiche.

E i film. L'altra sera ho trovato su You Tube un film francese del 1996, diretto  da Coline Serreau che ne è anche l'interprete principale, dal titolo "Il pianeta verde" in cui si narra di un pianeta i cui abitanti hanno abbandonato la  tecnologia e vivono in armonia con la natura. Avendo sviluppato tuttavia grandi capacità mentali possono ugualmente viaggiare su altri mondi. 
Così durante l'ultima assemblea plenaria che, come ogni anno, viene convocata sul pianeta, si decide di mandare un inviato sulla Terra per controllare a che punto sia arrivato il processo evolutivo. L'ultima ricognizione risale all'epoca napoleonica e, considerato che gli abitanti del pianeta verde vivono oltre 200 anni, è ancora vivo uno di coloro che vi parteciparono. Nessuno vorrebbe andare perché il pianeta è considerato troppo arretrato. Alla fine si offre volontaria Mila che nasconde un segreto: la madre era una terrestre. 
Il film non è un capolavoro, ma, anche attraverso la comicità, riesce a fare una ingenua critica della civiltà industriale, della burocrazia, dello sfruttamento senza freni delle risorse del pianeta, e di un benessere solo apparente.  Godibile.



Ecco ora c'è qualcuno che mi cerca su Facebook, ma io non ne ho voglia, però chiudere il collegamento è un po' come sbattere la porta in faccia e non si può fare. Ora gli rispondo e gli dico che vado a dormire. Ma perché sono sempre più asociale? Forse perché dopo aver cercato per anni persone con le quali stare bene insieme, un compagno, ma anche degli amici, ormai non ci credo più.

martedì 9 ottobre 2012

Riconoscersi nei personaggi di Fabio Volo


Incuriosita  dal discredito quasi unanime che Fabio Volo riceve sui social network, nonostante il notevole successo di pubblico, ho deciso di leggere uno dei suoi romanzi.
Ne ho sfogliati alcuni in libreria. Stavo quasi per acquistare "E' una vita che ti aspetto" soprattutto perché mi ero riconosciuta nelle parole che il protagonista rivolge all'amico medico entrando nel suo ambulatorio qualche giorno dopo aver fatto delle analisi: "Cos’è, una malattia grave? Inguaribile? Insomma, che cos’ho? Dimmelo, non tenermi nascosto niente. Devo fare una TAC?".  
Ciò a prescindere dal fatto che io ormai non vado quasi più dal medico perché la mia ipocondria si è trasformata in patofobia ed evito come la peste anche le analisi. Poi, non so nemmeno perché, la mia scelta è caduta invece su "Il giorno in più".

Il protagonista è un trentenne, Giacomo, che vive giornate sempre uguali, attraversa la vita rimanendo sempre in superficie, finché non fa un incontro casuale con una sconosciuta e, per la prima volta, decide di assumersi un rischio, anche quello di apparire ridicolo, e parte all'inseguimento di un sogno che alla fine sarà coronato da successo.
Ho l'impressione comunque che i romanzi di Volo si somiglino un po' tutti e che abbiano sempre per protagonisti personaggi irrisolti poco più che trentenni che ad un certo punto trovano il coraggio di vivere la propria vita e di fare delle scelte.

Certo profondità non ce n'è e anche lo stile lascia a desiderare, soprattutto se, come è successo a me, si passa a Volo subito dopo  Haruki Murakami di cui ho da poco finito di leggere la prima parte di 1Q84. 

Credo che i romanzi di Volo si possano mettere sullo stesso piano di quelli della Sveva Casati Modignani o della Kinsella, insomma una declinazione moderna del romanzo rosa.

Ad ogni modo considerato che nel mio presente c'è una situazione di empasse mi sono sentita in sintonia con il personaggio di Giacomo.

Mi riconosco in lui quando dice "Questo è sempre stato il mio pensiero sulle donne: ho sempre creduto che se stavo con una avrei perso tutte le altre. Sono stato così in tutto. Nello sport, per esempio,ho fatto karatè, ping-pong, calcio, basket. Non mi sono mai focalizzato su un'attività sola. Ho scavato sempre mille buche, forse per questo non ho mai trovato niente."  
Devo ammettere che anch'io avevo questa sensazione di perdita ogniqualvolta iniziavo una storia con un uomo e che anch'io non riesco a focalizzarmi su una sola attività e mi disperdo in mille rivoli, aiutata in ciò anche dalla navigazione in internet e dai social network. 
E mi trovo in sintonia anche con altre osservazioni come quelle sotto riportate:

"Sin da piccolo, mi ero sempre sentito come uno che va a una festa a cui non era stato invitato" 

"La verità è che non ho paura di morire, ma mi scoccia da matti. Mi scoccia che un giorno non ci sarò più. Mi dispiace andarmene da qui. Ma non è paura, è semplicemente fastidio. Morire è una vera stronzata. Darei la vita per non morire."
Banalità che comunque fanno parte della vita e con le quali ci confrontiamo ogni giorno e che causano angoscia, paura, dolore.

Del resto, come ricordavo in uno dei miei precedenti post, lo psichiatra e romanziere Irvin D. Yalom sostiene che i quattro fattori che causano il dolore nell'umana esistenza sono il timore di fallire nelle relazioni umane e quindi di restare soli, l’inevitabilità della morte, la libertà di scegliere e la responsabilità che ne deriva, la consapevolezza della mancanza di significato della vita.
Poi se ne può parlare in maniera più o meno elevata e scriverci intorno storie più complesse e profonde come fanno Yalom e Murakami, o più semplici come Volo.  

Il romanzo è piaciuto anche a mia madre che ha detto che Giacomo mi somiglia molto.

Non so se preoccuparmi considerato che, purtroppo per me, i trent'anni sono ormai un ricordo sbiadito!



mercoledì 8 agosto 2012

Il problema Spinoza


Ho da poco finito di leggere  “Il problema Spinoza” di Irvin D. Yalom, psichiatra, psicoterapeuta e romanziere statunitense, e devo dire che era diverso tempo che non leggevo un romanzo che mi appassionasse dall'inizio alla fine.  

Durante l'occupazione tedesca dell’Olanda l'intera biblioteca del filosofo di origine ebraica Baruch Spinoza  è requisita da un'unità ai comandi di Alfred Rosenberg, fondatore e teorico del movimento nazista, condannato a morte al processo di Norimberga: la scritta "Il problema Spinoza" appare nel rapporto del nazista che la confiscò.

Prendendo  spunto da quest'episodio Yalom costruisce il suo romanzo immaginando che il teorico nazista sia stato ossessionato per tutta la vita dal filosofo ebreo del XVII° secolo.

L’espediente narrativo fa incontrare a Rosenberg il filosofo ebreo all’epoca dei suoi studi quando, in conseguenza di alcune sue affermazioni violentemente antisemite, è costretto dal preside di origine ebraiche Epstein a imparare a memoria alcuni passi dell’autobiografia di Goethe nei quali  l’autore del Faust, profondamente venerato dall'adolescente quale massimo poeta tedesco e simbolo dell'anima germanica, si dichiara grande ammiratore di Spinoza.

Ma anche se non c'è cura per chi è ormai ossessionato dal razzismo, tuttavia da allora si insinua nella mente di Rosenberg un tarlo: come può aver raggiunto tali sublimi altezze un appartenente a una razza inferiore? E questo tarlo lo accompagnerà per tutta la vita.

I capitoli si succedono alternando la storia dell’uno e dell’altro personaggio, come due vite parallele, e la trovata rende la narrazione più vivida anche se forse un po’ snervante, perché si seguono le vicende di un personaggio fino a un punto critico e a quel punto occorre calarsi nelle vicende dell’altro.

Rosenberg si arrovella sul "problema Spinoza" cercandovi una soluzione che non troverà. 

E' vero che Spinoza è un ebreo sui generis, bandito dalla comunità ebraica di Amsterdam perché considera l'ebraismo una forma di superstizione. Tuttavia allo stesso modo il filosofo rifiuta qualsiasi altra religione in nome della ragione e della ricerca di Dio, che non è fatto a immagine e somiglianza dell’uomo, ma che è tutt'uno con la natura. Il filosofo è un precursore dell’illuminismo e nelle sue teorie politiche ci sono già i germi del concetto di democrazia. Pertanto le teorie politiche di Spinoza non potevano piacere a Rosenberg che forse però si riconosce nel rifiuto delle religioni, anche se, a suo modo, anche il nazismo, di cui Rosenberg fu fondatore e teorico, era una religione basata sul volk (popolo) e sul sangue nonché sugli antichi miti nordici e come le religioni invadeva ogni aspetto della vita dei singoli.

Ma a mio parere l'autore unisce i protagonisti di queste vite parallele sulla base della reciproca difficoltà a esternare i propri sentimenti, a sentirsi parte di un'umanità che invece si limitano a osservare. Sia l’uno che l’altro vorrebbero amare ed essere amati, ma non possono, anche se l'autore li mette entrambi in contatto con due personaggi, di pura invenzione, con i quali riescono a mettere a nudo, almeno in parte, il loro animo, uno psicanalista nel caso di Rosenberg, un esponente della comunità ebraica nel caso di Spinoza.

Rosenberg appare come un individuo interiormente privo di interesse nei confronti dell'altro, e anche l'interesse per il filosofo sembra dominato da un unico interrogativo, comprendere il paradosso per cui un esponente di una razza inferiore possa aver raggiunto tali livelli di pensiero.

E che dire di Spinoza che interpreta in maniera geometrica anche passioni ed emozioni?

Nel romanzo gli è attribuito un unico amore, quello per la figlia del suo maestro Van den Enden dalla quale fu però rifiutato, episodio sul quale concordano anche i biografi, tanto che qualcuno si è domandato se da tale rifiuto derivi la  sua estrema misoginia che gli fa affermare che le donne sono incapaci di puro pensare, concetto tipicamente medioevale in un pensatore per altri versi già così moderno.

Ma mentre Spinoza sublima la sua incapacità di stabilire veri rapporti umani nelle vette del pensiero filosofico, Rosenberg scarica le sue frustrazioni e le sue insicurezze che derivano in larga parte dal non sentirsi amato e dal timore di non avere l’approvazione altrui nell’odio per gli ebrei che è il suo pensiero dominante, anche se in questo odio tuttavia c’è lo spazio per l’ammirazione di un filosofo di origine ebraica, seppur allontanato dalla sua comunità.

Come ho letto in questo articolo che ha per oggetto un altro dei romanzi di Yalom, "Love’s Executioner", che credo non sia stato tradotto in italiano, per l'autore il timore di fallire nelle relazioni umane e quindi di restare soli è uno dei quattro fattori che causano il dolore nell'umana esistenza. Gli altri sono: l’inevitabilità della morte, la libertà di scegliere e la responsabilità che ne deriva, la consapevolezza della mancanza di significato della vita.

Ma Yalom ha scritto altri due romanzi in cui protagonisti sono dei filosofi, "La cura Schopenhauer" e "Le lacrime di Nietzsche" e ciò mi fa venire in mente che da qualche anno la filosofia si è proposta come alternativa alla psicoterapia.

Veramente non so come la pensi lo psicoterapeuta Yalom in merito, ma attraverso questo romanzo non solo sono entrata  nel vivo della filosofia di Spinoza, ho creduto di comprendere il personaggio e le sue idee molto più di quando l'ho studiato al liceo, tanto che, diversamente da allora,  mi è venuta voglia di leggerne gli scritti, in particolare i due citati nel romanzo, l’ Etica e il Trattato teologico-filosofico, (nonostante le sue affermazioni sulle donne!), ma sono riuscita a vedere in maniera più chiara anche alcune questioni che mi riguardano.

mercoledì 18 luglio 2012

Il questionario di Proust



Il Questionario di Proust era un gioco di società in voga nei salotti del XIX° Secolo, una specie di antenato dei test della personalità fatti per divertimento. Comprende una serie di domande volte a conoscere i gusti e le aspirazioni personali di chi risponde. Malgrado la denominazione possa indurre a pensare che sia stato creato da Marcel Proust, il grande scrittore francese si limitò a fornire le proprie risposte. Quindi  Proust non l'ha inventato, ma lo ha solo reso celebre partecipando al gioco: qui ci sono le sue risposte, complete di riproduzione del foglio su cui le scrisse. 



Spesso il questionario è stato riproposto a personaggi celebri. Talvolta ci si è divertiti a inventare le risposte che avrebbero potuto dare personaggi celebri del passato come in questo esempio in cui è Annibale a rispondere.

Riporto qui di seguito le domande se qualcuno ci si volesse cimentare o si volesse divertire a fornire le risposte di personaggi famosi del presente o del passato o anche dei protagonisti di romanzi e film.  

Il tratto principale del mio carattere. 


La qualità che desidero in un uomo. 

La qualità che preferisco in una donna. 

Quel che apprezzo di più nei miei amici. 

Il mio principale difetto. 

La mia occupazione preferita.

Il mio sogno di felicità.

Quale sarebbe, per me, la più grande disgrazia. 

Quel che vorrei essere.

Il paese dove vorrei vivere. 

Il colore che preferisco. 

Il fiore che amo.

L'uccello che preferisco.

I miei autori preferiti in prosa. 

I miei poeti preferiti. 

I miei eroi nella finzione.

Le mie eroine preferite nella finzione.

I miei compositori preferiti.

I miei pittori preferiti. 


I miei eroi nella vita reale.

Le mie eroine nella storia.

I miei nomi preferiti. 

Quel che detesto più di tutto. 

I personaggi storici che disprezzo di più. 

L'impresa militare che ammiro di più. 

La riforma che apprezzo di più.

Il dono di natura che vorrei avere. 

Come vorrei morire.

Stato attuale del mio animo. 

Le colpe che mi ispirano maggiore indulgenza.

Il mio motto. 

sabato 27 novembre 2004

Il velo antimperialista e la sinistra - Leggere Lolita a Teheran

Durante i venti anni successivi alla “rivoluzione khomeinista” una  docente di letteratura inglese all'Università di Teheran, Azar Nafisi, si è trovata a cimentarsi “in un'impresa fra le più ardue, e cioè spiegare a ragazzi e ragazze esposti in misura sempre crescente alla catechesi islamica una delle più terribili incarnazioni dell'Occidente: la sua letteratura", come si legge nel risvolto di copertina del suo libro “Leggere Lolita a Teheran", uscito nel 2003. Ma nell'autunno del 1995 non ne può più, dà le dimissioni da ogni incarico accademico e, come lei stessa ci racconta nella prima pagina del suo libro,decide di “farsi un regalo e realizzare un sogno”.

Così chiede alle sette sue migliori studentesse di andare ogni giovedì mattina a casa sua per parlare di letteratura. Gli studenti maschi vengono esclusi, ma solo perché costituire un gruppo misto sarebbe stato troppo pericoloso.Il seminario si interrompe nel 1997 quando Azar decide di lasciare l'Iran e di trasferirsi definitivamente negli Stati Uniti dove oggi insegna Letteratura inglese alla John Hopkins University.

Il libro è il racconto di un seminario semiclandestino in cui per due anni sette giovani donne e la loro insegnante si concedono il lusso“nello spazio magico del [suo] salotto" di togliersi veli e chador e, tra caffè e pasticcini, storie private e critica letteraria, discutendo di Nabokov, Fitzgerald, Jane Austen ed Henry James, mettono a confronto finzione e realtà, fiaba e storia, sogno e concretezza del quotidiano, ma è anche uno spaccato di storia dell'Iran raccontato da chi quella storia l'ha vissuta in prima persona. E in ciascuna delle quattro sezioni in cui è strutturato il libro ("Lolita", "Gatsby","James", "Austen") l'analisi e la discussione dei testi letterari viene utilizzata da Azar Nafisi anche per decifrare e comprendere la dura realtà di un paese che dal sogno della caduta del regime dei Pahlavi si ritrova intrappolato nell'integralismo fondamentalista.

La realtà

Ed è una realtà da incubo, angosciante, soffocante, claustrofobica.

Tutto è proibito: andare a una festa, mangiare un gelato al bar, tenersi per mano, stringere una mano, innamorarsi, mettere il rossetto, ridere in pubblico. Tutti sono colpevoli, i processi sono all’ordine del giorno, le strade sono teatro di violenze tremende, uccisioni di massa, stupri, mentre tanti ragazzi venivano mandati a morire sul fronte iracheno, a piedi nudi, ma con la chiave del paradiso al collo.

Alle donne poi, costrette in vesti nere fino alle caviglie e veli neri, viene confiscata l'esistenza. Le strade sono pattugliate da squadre di miliziani armati che controllano il colore dei cappotti, la pesantezza del velo, la forma delle scarpe, la misura degli anelli.

Parallelismi tra dittature

Il libro è anche l’occasione per fare dei parallelismi con altre realtà, quelle del nazismo e del comunismo. Nella Repubblica islamica dell'Iran, come nella Germania nazista e nella Russia staliniana, tutti sono, per principio, colpevoli. In più nella teocrazia iraniana c’é l’aspetto farsesco di cui è emblematico l’argomento dell’amore con i polli trattato da Khomeini nei suoi “Principii di politica, filosofia, società e religione”. Infatti poiché tra i rimedi consigliati per placare il desiderio maschile c’è il sesso con gli animali, ci si potrebbe chiedere se un uomo che ha fatto sesso con un pollo lo possa poi mangiare. Ma la risposta è pronta: no, né lui né i parenti più stretti possono mangiare la carne di quel pollo. Semmai possono farlo i vicini, sempre che vivano ad almeno due porte di distanza!

Come è potuto accadere. Le responsabilità

Infine non mancano le riflessioni su come tutto ciò sia potuto succedere, su quali le responsabilità di tutti, e in particolare di quelle formazioni laiche e di sinistra che pur di combattere l’imperialismo americano non videro o non vollero vedere.

Gli integralisti religiosi e della sinistra furono infatti uniti contro chiunque fosse sospetto di simpatie liberali e filo-occidentali. Non che i motivi non ci fossero. Le ingerenze americane negli affari interni iraniani e il coinvolgimento degli Usa nel colpo di Stato contro il governo nazionalista di Mohamed Mossadeq nel 1953 avevano lasciato una forte impronta nelle menti. E certamente lo Sha non era tenero con gli oppositori che metteva in galera, ma almeno aveva cercato di modernizzare il paese. Con Khomeini si torna invece al medioevo, ma la sinistra, inizialmente anche in Occidente, non se ne accorge, e sostiene la rivoluzione iraniana contro il totalitarismo dello Sha, appoggiato dagli americani.

Ed ecco in proposito alcune citazioni significative dal libro:

Pag.120

In una tiepida mattina di ottobre, mi ritrovai a farmi strada tra la folla che si era radunata di fronte all’università, intorno ad una professoressa di sinistra del dipartimento di Storia……………… Diceva che per il bene dell’indipendenza dell’Iran era disposta a portare il velo. Lo avrebbe fatto per combattere gli imperialisti americani, per dimostrare loro… per dimostrare loro che cosa?

Pag.132

La maggior parte dei gruppi rivoluzionari era d’accordo con il governo sulla questione delle libertà individuali, che con una certa supponenza venivano definite “borghesi” e “decadenti”

Pag 137

Mathab e i suoi amici (la cui organizzazione marxista si era implicitamente schierata con il governo) sostenevano che il bersaglio grosso, quello da colpire per primo….erano gli imperialisti ed i loro lacchè. Le lotte per i diritti femminili erano roba da borghesi individualisti, e facevano solo il loro gioco.

Visualizzazione post con etichetta letteratura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta letteratura. Mostra tutti i post

venerdì 4 ottobre 2013

"Non so niente di te" di Paola Mastrocola - Le pecore, l'economia, il senso della vita.

Non avevo mai letto niente di Paola Mastrocola finché non mi è capitato tra le mani il suo ultimo romanzo, “Non so niente di te”. La lettura del risvolto di copertina dove si parla di un brillante giovane economista che conduce un centinaio di pecore a una conferenza mi ha indotto a  pensare che per lo meno si doveva trattare  di un racconto originale e devo dire che le aspettative non sono andate deluse, anche se lo stile di scrittura talvolta appare un po' trascurato.

Altra cosa abbastanza intrigante il fatto che l’autrice parla di eventi dei nostri giorni come se scrivesse in un tempo futuro, diciamo intorno al 2060. Non si lancia tuttavia a fornirci informazioni circa l’evoluzione degli eventi, ovvero in sostanza a fare previsioni. Abbiamo superato la crisi economica attuale? Probabilmente si; l'Occidente c'è ancora (nel romanzo si parla di Stati Occidentali, ma non so se con questo termine si voglia alludere a un'unione di stati) e ci sono pure gli economisti che sembra continuino a guadagnare discretamente e a essere considerati, ma di come sia il mondo del 2060 l'autrice non ci dice molto se non che la  tecnologia ha continuato a svilupparsi, perché sms e sistemi come Skype sono tanto obsoleti che devono essere spiegati ai lettori, mentre i libri di carta sono ormai una rarità.

Il romanzo può avere più chiavi di lettura.

La primo riguarda i rapporti tra genitori e figli, un'altra, le scelte della vita, un'altra ancora, l'evoluzione della nostra società.

Molto spesso i genitori ripongono eccessive speranze nei figli o, ancora peggio, impongono a questi desideri e interessi che sono loro propri, senza preoccuparsi se i figli desiderino invece altro.   

Il protagonista del romanzo, Filippo Cantirami, detto Fil, sembrerebbe avere davanti a sé la strada spianata; i genitori, il padre avvocato di successo, la madre, arredatrice per diletto, appartengono alla borghesia agiata, pertanto con la possibilità di pagare al figlio gli studi giusti, le specializzazioni all’estero, e poi di instradarlo in un lavoro, anzi di fornirgli ben tre alternative in un momento in cui la maggior parte dei giovani, anche laureati, hanno davanti a sé, sempre che gli vada bene, un lavoro precario chissà per quanti anni.

Il padre ha deciso per il figlio la carriera di economista, tanto che fin da piccolo gli legge gli articoli del “Financial Times” e lo invita a discuterne. Che il figlio possa avere altri interessi non gli viene neanche in mente. Solo la zia Giuliana, detta Giù, una donna un po’ particolare con la quale Fil ha un’intesa speciale, si permette di chiedere “ma sei sicuro, Fil?”, ma poi non ha il coraggio di approfondire.

E Fil si adegua, si iscrive a Economia e poi parte per Oxford a fare un master cui dovrebbe seguire una specializzazione a Stanford, ma dopo qualche tempo comincia a essere insofferente e un giorno, quando gli manca poco alla conclusione del master, decide di abbandonare tutto, ma non ha il coraggio di dirlo ai genitori.  Così fa un patto con l’amico Jeremy: lui andrà a Stanford al posto suo, Fil gli passerà i soldi che gli mandano i genitori per il mantenimento e in cambio Jeremy gli invierà dei resoconti dettagliati della propria vita nel college californiano in modo che Fil possa propinarli ai genitori come suoi. Intanto Fil si è trovato un lavoro da aiuto pastore presso i possedimenti di un duca nei dintorni di Oxford. Ci passerà tre anni, continuando tuttavia a studiare economia, ma per conto suo, leggendo i classici, non solo dell’economia, riflettendo, prendendo appunti, senza però gli obblighi delle lezioni, degli esami, della corsa per primeggiare. Con l'amico Jeremy appronta anche una ricerca sulla crisi dei mercati che è considerata interessante. Ed è per illustrarla che insieme all'amico è invitato in uno dei più prestigiosi collegi di Oxford. Solo che lui se ne dimentica e quando l'amico lo cerca per ricordarglielo lui è con le pecore e non trova altro modo che portarsele dietro. E' così che di fronte all'allibito pubblico in attesa della conferenza irrompono centinaia di pecore. Come nulla fosse Fil si affianca al collega  che ha già preso posto al tavolo della conferenza e inizia a illustrare la ricerca che ha realizzato insieme a lui o, meglio, di cui è stato l'ispiratore. Per caso è presente una sua ex fidanzata che informa la sorella di lui. Da quel momento i genitori che lo credono a specializzarsi negli Stati Uniti e la zia Giuliana con la quale Filippo, detto Fil, ha sempre avuto una particolare intesa, partono alla ricerca del congiunto e del motivo della sua azione, per lo meno stravagante. - Forse una forma di protesta ?-, si chiedono perplessi e preoccupati i genitori. La ricerca li condurrà in pochi giorni da Standford, dove Fil non ha mai vissuto, alla località nei dintorni di Oxford, dove si è fermato negli ultimi tre anni, apprendendo che Fil non ha mai iniziato la specializzazione a Stanford e nemmeno concluso il master a Oxford, ma ha fatto per tre anni l'aiuto pastore, mentre il suo posto a Stanford è stato preso dall'amico, Jeremy. Scopriranno quindi di non sapere nulla di lui. Sono ansiosi comunque di parlargli, di sapere cosa gli sia successo, ma non lo troveranno nemmeno a Oxford, perché, il giorno prima del loro arrivo, Fil è partito per un paesino della Norvegia alla ricerca di una ragazza che ha incontrato per caso una sera e con i genitori si farà vivo solo diverso tempo dopo. In quel minuscolo paese rimarrà per tutta la vita, sposerà la ragazza, avrà un figlio, farà l'impiegato in una ditta di merluzzi, insomma una vita "normale", ben lontana dai desideri e dalle ambizioni che i genitori avevano sognato per lui. Solo alla sua morte, quando al funerale arriveranno dagli Stati Uniti alcuni professori universitari e tra di essi, il vecchio amico Jeremy, si scoprirà che Fil ha continuato a studiare economia e ha anche scritto un libro "Ceiling Theory" che è stato considerato una pietra miliare nel settore.

E cosa dice questa teoria?

In poche parole dice che bisogna mettere un cielo-tetto alla crescita. Non si può continuare così, a dismisura.Le ultime due generazioni sono cresciute meno delle precedenti, anzi l'ultima non cresce perché è partita altissima. È come per i tonni con le acciughe. I tonni devono smettere di mangiare troppe acciughe altrimenti si estingueranno perché non avranno più niente da mangiare. Ogni Stato deve imparare a dire: bene, io sono partito di qui e arrivo fin qui, grazie, mi basta, gli altri arrivino dove possono arrivare, essendo partiti da dove sono partiti. Certo che se partono da più in basso fanno più strada. Se io parto dall'arrivo, sono già arrivato, e quindi di strada non ne faccio, neanche mezzo metro.  Vale per le persone come per gli Stati. Se uno è già arrivato, dove deve andare? Magari si ferma un po'. Magari gli viene voglia di smettere di correre... Arrivare, il segreto sta nel significato etimologico di questo verbo: se uno ha già toccato la riva, ovvio che poi sta fermo. Sono gli altri che navigano ancora a vele spiegate. Fil pensa a una gara di corsa campestre con gli Stati Arrivati che si riposano ai bordi della pista e aspettano che via via arrivino gli altri e tutti si siedano a riposarsi, una specie di Dejuner sull'erba collettivo, planetario. 

E fine della storia!

Infatti se rallentare può essere una scelta nella vita di un individuo non credo si possa applicare agli Stati. Questi se si fermano declinano per sempre o almeno per molti anni o secoli prima che ci possa essere una ripresa. Basti pensare alle antiche civiltà decadute. Probabilmente, è vero, avevano raggiunto il massimo quando altre si affacciavano alla storia con quella voglia di combattere e di conquistare che loro avevano perso. E' nell'ordine naturale delle cose, ma fermarsi conduce inesorabilmente al declino, alla decrescita che non è mai felice. Se pertanto nel 2060 l’Occidente conterà ancora qualcosa non sarà per aver applicato qualcosa di simile alla Ceiling Theorie, salvo che all'improvviso tutta l'umanità non raggiunga un livello di coscienza superiore.

Quanto alle scelte individuali, quella di Fil, ma anche quella di Giuliana, immalinconiscono un po’, sanno di vite irrisolte, di rinunce.

Fil oltre ad avere una mente brillante ama la sua materia, altrimenti perché avrebbe continuato a studiarla? E quindi?

Giuliana a suo tempo ha deciso di non concludere l’università rinunciando alla carriera di architetto per finire a fare la custode in una biblioteca, dove però dal suo gabbiotto gode di una vista spettacolare sulla città, non si è costruita neanche una famiglia, non ha una storia e quando incontra una persona con la quale riconosce una corrispondenza di sentimenti non decide di fermarsi ma si accontenta di andarlo a trovare ogni tanto che, intendiamoci, può essere anche una soluzione ottimale, in sostanza persegue un suo modo “lento” di vivere.

Ma ha senso sprecare il proprio talento per vivere più lentamente, per trovare il tempo di guardare il colore del mare che cambia, e, nei giorni più tersi, riuscire a scorgere persino il polverio di gocce che l'aria alzava dalle onde, un attimo prima di lasciarle andare sugli scogli, magari continuando anche a studiare, riflettere, creare, ma senza fare di ciò il centro della propria vita? E soprattutto è giusto? Certo è anche vero che oggi se ti dedichi a qualcosa, e vuoi avere successo, quel qualcosa ti prende la vita intera e anche questo non è giusto. Bisognerebbe saper trovare un equilibrio, ma non è facile.

mercoledì 17 luglio 2013

Zia Mame - Sensibilità camp e omosessualità?

Ho appena finito di leggere "Zia Mame" di Patrick Dennis, pseudonimo dietro il quale si nasconde Edward Everett Tunner III, autore che mi era perfettamente sconosciuto.

Il romanzo è scritto in prima persona e il ragazzino orfano di entrambi i genitori che viene affidato alle cure dell'insolita zia si chiama Patrick Dennis, come lo pseudonimo dell'autore, ma non è chiaro se le vicende descritte siano vere o frutto di fantasia. Per la trama leggere qui. 

Nel 2009, anno in cui fu ripubblicato  in Italia da Adelphi a oltre cinquanta anni dalla sua prima uscita nel 1956 presso Bompiani, se ne parlò molto definendolo un capolavoro.

Lo comprai allora, ma presa da altre letture e interessi me ne ero quasi dimenticata.  L'ho preso in mano qualche giorno fa e a lettura conclusa devo dire che francamente non mi è sembrato così brillante e divertente come la critica lo aveva definito.  

Non nego che alcune parti del romanzo siano esilaranti e che il personaggio dell'eccentrica e affascinante Zia Mame resti impresso. Particolarmente riuscita mi pare anche la descrizione dell'alta società americana tra la fine degli anni 20 del '900 e il secondo dopoguerra con le mode culturali che l'attraversano.  

Tuttavia sia perché in alcune parti l'eccentricità della signora sembra sconfinare nella balordaggine,  sia perché alcune vicende oltre che totalmente inverosimili risultano anche un po' prolisse, non sono riuscita a divertirmi fino in fondo, anche se la scrittura è ironica e brillante almeno per buona parte del romanzo. Forse sarebbe stato necessario un buon taglio ad alcune parti.

Piuttosto pesante ma certamente interessante il saggio Zia Mame e “Cedie” di Matteo Codignola, editor di Adelphi, inserito in appendice. Attraverso di esso ho appreso che il romanzo sarebbe un capolavoro Camp (secondo wikipedia il termine  si riferisce all'uso deliberato, consapevole e sofisticato del kitsch nell'arte, nell'abbigliamento, negli atteggiamenti), e poiché la sensibilità Camp è stata messa in relazione con l'omosessualità  sarebbe anche un manifesto della cultura omosessuale. Addirittura Zia Mame sarebbe un'icona gay. Ma quando mai? La signora mi è sempre parsa assolutamente eterosessuale. Forse non sono entrata nello spirito del romanzo.




sabato 8 giugno 2013

Se

Se (Lettera al figlio, 1910)

Con questa lettera, datata 1910, Rudyard Kipling cercò di insegnare al figlio a distinguere fra il bene e il male

Se riesci a conservare il controllo quando tutti
Intorno a te lo perdono e te ne fanno una colpa;
Se riesci ad aver fiducia in te quando tutti
Ne dubitano, ma anche a tener conto del dubbio;
Se riesci ad aspettare e non stancarti di aspettare,
O se mentono a tuo riguardo, a non ricambiare in menzogne,
O se ti odiano, a non lasciarti prendere dall'odio,
E tuttavia a non sembrare troppo buono e a non parlare troppo saggio;

Se riesci a sognare e a non fare del sogno il tuo padrone;
Se riesci a pensare e a non fare del pensiero il tuo scopo;
Se riesci a far fronte al Trionfo e alla Rovina
E trattare allo stesso modo quei due impostori;
Se riesci a sopportare di udire la verità che hai detto
Distorta da furfanti per ingannare gli sciocchi
O a contemplare le cose cui hai dedicato la vita, infrante,
E piegarti a ricostruirle con strumenti logori;

Se riesci a fare un mucchio di tutte le tue vincite
E rischiarle in un colpo solo a testa e croce,
E perdere e ricominciare di nuovo dal principio
E non dire una parola sulla perdita;
Se riesci a costringere cuore, tendini e nervi
A servire al tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tener duro quando in te non resta altro
Tranne la Volontà che dice loro: "Tieni duro!".

Se riesci a parlare con la folla e a conservare la tua virtù,
E a camminare con i Re senza perdere il contatto con la gente,
Se non riesce a ferirti il nemico né l'amico più caro,
Se tutti contano per te, ma nessuno troppo;
Se riesci a occupare il minuto inesorabile
Dando valore a ogni minuto che passa,
Tua è la Terra e tutto ciò che è in essa,
E - quel che è di più - sei un Uomo, figlio mio!

Rudyard Kipling

Credo che questa poesia possa essere di aiuto specialmente in certi momenti della vita in cui sembra che tutto sia perduto e che sia inutile combattere, o in cui ci sentiamo confusi e il traguardo sembra allontanarsi.

lunedì 3 giugno 2013

La noia

Sulla noia credo di aver riempito pagine dei miei diari di quando ero giovane e non c'erano internet, i blog  e i social network per lamentarsi.

Mi annoiavo allora, mi annoio oggi. Per un po' mi diverto a fare qualcosa, poi mi interessa sempre meno, quindi l'abbandono. L'ultima trovata: commentare i talk show su Twitter. Più o meno ci ho passato l'inverno e anche la primavera (sempre che ci sia  stata la primavera quest'anno).

Ecco l'ennesimo temporale. Stavo in pensiero, perché mi sembra che ieri non abbia piovuto e nemmeno a oggi, fino a poco fa. 

E poi sono quasi 18 giorni che mi fa male il piede destro a causa di una distorsione. L'ortopedico ha detto che ci vorrà ancora un mese. Ottimo!

Credo di non aver fatto più un viaggio dal 2011 e sempre al 2011 risale l'ultima vacanza al mare.

Anche Ciri, il mio gatto, si annoia.

Del lavoro, meglio non parlare. 

Uomini? L'ultimo risale al periodo 2009-2010.

In un articolo del 28 maggio sul Fatto Quotidiano a firma di Nadia Somma e Mario De Meglie che voleva indagare le motivazioni che inducono gli uomini e pagarsi una prostituta, quale surrogato dell'amore, ho trovato questa frase che credo valga per tutti, uomini e donne:
"Viviamo immersi nelle relazioni, tutte molto diverse tra di loro, alcune più soddisfacenti, altre meno, ma sono le relazioni intime con l’altro sesso (o il proprio) quelle che fanno principalmente da supporto al nostro benessere individuale. Senza nulla togliere al resto del mondo, è principalmente con accanto una compagna o un compagno che abbiamo migliori possibilità di sentirci parte di un qualcosa che sappiamo esserci “nella buona e nella cattiva sorte”, almeno finché la coppia funziona."

Già, ma è proprio vero? Dovrei rifletterci. Francamente se altri si prendessero la briga di trovarmi un uomo potrei riprovare, ma fare qualcosa per cercarne uno è al di là delle mie possibilità, ammesso che ci sia un uomo libero e non completamente guasto da qualche parte.

Per fortuna ci sono i libri. Sto leggendo "City", un romanzo di fantascienza di Clifford D.Simak, ove si parla di un futuro in cui l'umanità è scomparsa, emigrata su Giove, e la specie dominante sulla Terra è quella canina. Per i cani l'uomo è una specie mitologica di cui narrare davanti al focolare, quando le fiamme bruciano alte e il vento spira da Nord. Essi si pongono domande su cosa fosse esattamente un essere umano, come fossero fatte le città e cosa fosse la guerra. Domande senza risposta, come quelle che alcuni di noi si fanno su Atlantide e altre civiltà scomparse o sugli extraterrestri che ci avrebbero visitato in passato e sarebbero stati scambiati per dei. 
Alla fine anche i cani se ne dovranno andare altrove e la Terra sarà ereditata dalle formiche.

E i film. L'altra sera ho trovato su You Tube un film francese del 1996, diretto  da Coline Serreau che ne è anche l'interprete principale, dal titolo "Il pianeta verde" in cui si narra di un pianeta i cui abitanti hanno abbandonato la  tecnologia e vivono in armonia con la natura. Avendo sviluppato tuttavia grandi capacità mentali possono ugualmente viaggiare su altri mondi. 
Così durante l'ultima assemblea plenaria che, come ogni anno, viene convocata sul pianeta, si decide di mandare un inviato sulla Terra per controllare a che punto sia arrivato il processo evolutivo. L'ultima ricognizione risale all'epoca napoleonica e, considerato che gli abitanti del pianeta verde vivono oltre 200 anni, è ancora vivo uno di coloro che vi parteciparono. Nessuno vorrebbe andare perché il pianeta è considerato troppo arretrato. Alla fine si offre volontaria Mila che nasconde un segreto: la madre era una terrestre. 
Il film non è un capolavoro, ma, anche attraverso la comicità, riesce a fare una ingenua critica della civiltà industriale, della burocrazia, dello sfruttamento senza freni delle risorse del pianeta, e di un benessere solo apparente.  Godibile.



Ecco ora c'è qualcuno che mi cerca su Facebook, ma io non ne ho voglia, però chiudere il collegamento è un po' come sbattere la porta in faccia e non si può fare. Ora gli rispondo e gli dico che vado a dormire. Ma perché sono sempre più asociale? Forse perché dopo aver cercato per anni persone con le quali stare bene insieme, un compagno, ma anche degli amici, ormai non ci credo più.

martedì 9 ottobre 2012

Riconoscersi nei personaggi di Fabio Volo


Incuriosita  dal discredito quasi unanime che Fabio Volo riceve sui social network, nonostante il notevole successo di pubblico, ho deciso di leggere uno dei suoi romanzi.
Ne ho sfogliati alcuni in libreria. Stavo quasi per acquistare "E' una vita che ti aspetto" soprattutto perché mi ero riconosciuta nelle parole che il protagonista rivolge all'amico medico entrando nel suo ambulatorio qualche giorno dopo aver fatto delle analisi: "Cos’è, una malattia grave? Inguaribile? Insomma, che cos’ho? Dimmelo, non tenermi nascosto niente. Devo fare una TAC?".  
Ciò a prescindere dal fatto che io ormai non vado quasi più dal medico perché la mia ipocondria si è trasformata in patofobia ed evito come la peste anche le analisi. Poi, non so nemmeno perché, la mia scelta è caduta invece su "Il giorno in più".

Il protagonista è un trentenne, Giacomo, che vive giornate sempre uguali, attraversa la vita rimanendo sempre in superficie, finché non fa un incontro casuale con una sconosciuta e, per la prima volta, decide di assumersi un rischio, anche quello di apparire ridicolo, e parte all'inseguimento di un sogno che alla fine sarà coronato da successo.
Ho l'impressione comunque che i romanzi di Volo si somiglino un po' tutti e che abbiano sempre per protagonisti personaggi irrisolti poco più che trentenni che ad un certo punto trovano il coraggio di vivere la propria vita e di fare delle scelte.

Certo profondità non ce n'è e anche lo stile lascia a desiderare, soprattutto se, come è successo a me, si passa a Volo subito dopo  Haruki Murakami di cui ho da poco finito di leggere la prima parte di 1Q84. 

Credo che i romanzi di Volo si possano mettere sullo stesso piano di quelli della Sveva Casati Modignani o della Kinsella, insomma una declinazione moderna del romanzo rosa.

Ad ogni modo considerato che nel mio presente c'è una situazione di empasse mi sono sentita in sintonia con il personaggio di Giacomo.

Mi riconosco in lui quando dice "Questo è sempre stato il mio pensiero sulle donne: ho sempre creduto che se stavo con una avrei perso tutte le altre. Sono stato così in tutto. Nello sport, per esempio,ho fatto karatè, ping-pong, calcio, basket. Non mi sono mai focalizzato su un'attività sola. Ho scavato sempre mille buche, forse per questo non ho mai trovato niente."  
Devo ammettere che anch'io avevo questa sensazione di perdita ogniqualvolta iniziavo una storia con un uomo e che anch'io non riesco a focalizzarmi su una sola attività e mi disperdo in mille rivoli, aiutata in ciò anche dalla navigazione in internet e dai social network. 
E mi trovo in sintonia anche con altre osservazioni come quelle sotto riportate:

"Sin da piccolo, mi ero sempre sentito come uno che va a una festa a cui non era stato invitato" 

"La verità è che non ho paura di morire, ma mi scoccia da matti. Mi scoccia che un giorno non ci sarò più. Mi dispiace andarmene da qui. Ma non è paura, è semplicemente fastidio. Morire è una vera stronzata. Darei la vita per non morire."
Banalità che comunque fanno parte della vita e con le quali ci confrontiamo ogni giorno e che causano angoscia, paura, dolore.

Del resto, come ricordavo in uno dei miei precedenti post, lo psichiatra e romanziere Irvin D. Yalom sostiene che i quattro fattori che causano il dolore nell'umana esistenza sono il timore di fallire nelle relazioni umane e quindi di restare soli, l’inevitabilità della morte, la libertà di scegliere e la responsabilità che ne deriva, la consapevolezza della mancanza di significato della vita.
Poi se ne può parlare in maniera più o meno elevata e scriverci intorno storie più complesse e profonde come fanno Yalom e Murakami, o più semplici come Volo.  

Il romanzo è piaciuto anche a mia madre che ha detto che Giacomo mi somiglia molto.

Non so se preoccuparmi considerato che, purtroppo per me, i trent'anni sono ormai un ricordo sbiadito!



mercoledì 8 agosto 2012

Il problema Spinoza


Ho da poco finito di leggere  “Il problema Spinoza” di Irvin D. Yalom, psichiatra, psicoterapeuta e romanziere statunitense, e devo dire che era diverso tempo che non leggevo un romanzo che mi appassionasse dall'inizio alla fine.  

Durante l'occupazione tedesca dell’Olanda l'intera biblioteca del filosofo di origine ebraica Baruch Spinoza  è requisita da un'unità ai comandi di Alfred Rosenberg, fondatore e teorico del movimento nazista, condannato a morte al processo di Norimberga: la scritta "Il problema Spinoza" appare nel rapporto del nazista che la confiscò.

Prendendo  spunto da quest'episodio Yalom costruisce il suo romanzo immaginando che il teorico nazista sia stato ossessionato per tutta la vita dal filosofo ebreo del XVII° secolo.

L’espediente narrativo fa incontrare a Rosenberg il filosofo ebreo all’epoca dei suoi studi quando, in conseguenza di alcune sue affermazioni violentemente antisemite, è costretto dal preside di origine ebraiche Epstein a imparare a memoria alcuni passi dell’autobiografia di Goethe nei quali  l’autore del Faust, profondamente venerato dall'adolescente quale massimo poeta tedesco e simbolo dell'anima germanica, si dichiara grande ammiratore di Spinoza.

Ma anche se non c'è cura per chi è ormai ossessionato dal razzismo, tuttavia da allora si insinua nella mente di Rosenberg un tarlo: come può aver raggiunto tali sublimi altezze un appartenente a una razza inferiore? E questo tarlo lo accompagnerà per tutta la vita.

I capitoli si succedono alternando la storia dell’uno e dell’altro personaggio, come due vite parallele, e la trovata rende la narrazione più vivida anche se forse un po’ snervante, perché si seguono le vicende di un personaggio fino a un punto critico e a quel punto occorre calarsi nelle vicende dell’altro.

Rosenberg si arrovella sul "problema Spinoza" cercandovi una soluzione che non troverà. 

E' vero che Spinoza è un ebreo sui generis, bandito dalla comunità ebraica di Amsterdam perché considera l'ebraismo una forma di superstizione. Tuttavia allo stesso modo il filosofo rifiuta qualsiasi altra religione in nome della ragione e della ricerca di Dio, che non è fatto a immagine e somiglianza dell’uomo, ma che è tutt'uno con la natura. Il filosofo è un precursore dell’illuminismo e nelle sue teorie politiche ci sono già i germi del concetto di democrazia. Pertanto le teorie politiche di Spinoza non potevano piacere a Rosenberg che forse però si riconosce nel rifiuto delle religioni, anche se, a suo modo, anche il nazismo, di cui Rosenberg fu fondatore e teorico, era una religione basata sul volk (popolo) e sul sangue nonché sugli antichi miti nordici e come le religioni invadeva ogni aspetto della vita dei singoli.

Ma a mio parere l'autore unisce i protagonisti di queste vite parallele sulla base della reciproca difficoltà a esternare i propri sentimenti, a sentirsi parte di un'umanità che invece si limitano a osservare. Sia l’uno che l’altro vorrebbero amare ed essere amati, ma non possono, anche se l'autore li mette entrambi in contatto con due personaggi, di pura invenzione, con i quali riescono a mettere a nudo, almeno in parte, il loro animo, uno psicanalista nel caso di Rosenberg, un esponente della comunità ebraica nel caso di Spinoza.

Rosenberg appare come un individuo interiormente privo di interesse nei confronti dell'altro, e anche l'interesse per il filosofo sembra dominato da un unico interrogativo, comprendere il paradosso per cui un esponente di una razza inferiore possa aver raggiunto tali livelli di pensiero.

E che dire di Spinoza che interpreta in maniera geometrica anche passioni ed emozioni?

Nel romanzo gli è attribuito un unico amore, quello per la figlia del suo maestro Van den Enden dalla quale fu però rifiutato, episodio sul quale concordano anche i biografi, tanto che qualcuno si è domandato se da tale rifiuto derivi la  sua estrema misoginia che gli fa affermare che le donne sono incapaci di puro pensare, concetto tipicamente medioevale in un pensatore per altri versi già così moderno.

Ma mentre Spinoza sublima la sua incapacità di stabilire veri rapporti umani nelle vette del pensiero filosofico, Rosenberg scarica le sue frustrazioni e le sue insicurezze che derivano in larga parte dal non sentirsi amato e dal timore di non avere l’approvazione altrui nell’odio per gli ebrei che è il suo pensiero dominante, anche se in questo odio tuttavia c’è lo spazio per l’ammirazione di un filosofo di origine ebraica, seppur allontanato dalla sua comunità.

Come ho letto in questo articolo che ha per oggetto un altro dei romanzi di Yalom, "Love’s Executioner", che credo non sia stato tradotto in italiano, per l'autore il timore di fallire nelle relazioni umane e quindi di restare soli è uno dei quattro fattori che causano il dolore nell'umana esistenza. Gli altri sono: l’inevitabilità della morte, la libertà di scegliere e la responsabilità che ne deriva, la consapevolezza della mancanza di significato della vita.

Ma Yalom ha scritto altri due romanzi in cui protagonisti sono dei filosofi, "La cura Schopenhauer" e "Le lacrime di Nietzsche" e ciò mi fa venire in mente che da qualche anno la filosofia si è proposta come alternativa alla psicoterapia.

Veramente non so come la pensi lo psicoterapeuta Yalom in merito, ma attraverso questo romanzo non solo sono entrata  nel vivo della filosofia di Spinoza, ho creduto di comprendere il personaggio e le sue idee molto più di quando l'ho studiato al liceo, tanto che, diversamente da allora,  mi è venuta voglia di leggerne gli scritti, in particolare i due citati nel romanzo, l’ Etica e il Trattato teologico-filosofico, (nonostante le sue affermazioni sulle donne!), ma sono riuscita a vedere in maniera più chiara anche alcune questioni che mi riguardano.

mercoledì 18 luglio 2012

Il questionario di Proust



Il Questionario di Proust era un gioco di società in voga nei salotti del XIX° Secolo, una specie di antenato dei test della personalità fatti per divertimento. Comprende una serie di domande volte a conoscere i gusti e le aspirazioni personali di chi risponde. Malgrado la denominazione possa indurre a pensare che sia stato creato da Marcel Proust, il grande scrittore francese si limitò a fornire le proprie risposte. Quindi  Proust non l'ha inventato, ma lo ha solo reso celebre partecipando al gioco: qui ci sono le sue risposte, complete di riproduzione del foglio su cui le scrisse. 



Spesso il questionario è stato riproposto a personaggi celebri. Talvolta ci si è divertiti a inventare le risposte che avrebbero potuto dare personaggi celebri del passato come in questo esempio in cui è Annibale a rispondere.

Riporto qui di seguito le domande se qualcuno ci si volesse cimentare o si volesse divertire a fornire le risposte di personaggi famosi del presente o del passato o anche dei protagonisti di romanzi e film.  

Il tratto principale del mio carattere. 


La qualità che desidero in un uomo. 

La qualità che preferisco in una donna. 

Quel che apprezzo di più nei miei amici. 

Il mio principale difetto. 

La mia occupazione preferita.

Il mio sogno di felicità.

Quale sarebbe, per me, la più grande disgrazia. 

Quel che vorrei essere.

Il paese dove vorrei vivere. 

Il colore che preferisco. 

Il fiore che amo.

L'uccello che preferisco.

I miei autori preferiti in prosa. 

I miei poeti preferiti. 

I miei eroi nella finzione.

Le mie eroine preferite nella finzione.

I miei compositori preferiti.

I miei pittori preferiti. 


I miei eroi nella vita reale.

Le mie eroine nella storia.

I miei nomi preferiti. 

Quel che detesto più di tutto. 

I personaggi storici che disprezzo di più. 

L'impresa militare che ammiro di più. 

La riforma che apprezzo di più.

Il dono di natura che vorrei avere. 

Come vorrei morire.

Stato attuale del mio animo. 

Le colpe che mi ispirano maggiore indulgenza.

Il mio motto. 

sabato 27 novembre 2004

Il velo antimperialista e la sinistra - Leggere Lolita a Teheran

Durante i venti anni successivi alla “rivoluzione khomeinista” una  docente di letteratura inglese all'Università di Teheran, Azar Nafisi, si è trovata a cimentarsi “in un'impresa fra le più ardue, e cioè spiegare a ragazzi e ragazze esposti in misura sempre crescente alla catechesi islamica una delle più terribili incarnazioni dell'Occidente: la sua letteratura", come si legge nel risvolto di copertina del suo libro “Leggere Lolita a Teheran", uscito nel 2003. Ma nell'autunno del 1995 non ne può più, dà le dimissioni da ogni incarico accademico e, come lei stessa ci racconta nella prima pagina del suo libro,decide di “farsi un regalo e realizzare un sogno”.

Così chiede alle sette sue migliori studentesse di andare ogni giovedì mattina a casa sua per parlare di letteratura. Gli studenti maschi vengono esclusi, ma solo perché costituire un gruppo misto sarebbe stato troppo pericoloso.Il seminario si interrompe nel 1997 quando Azar decide di lasciare l'Iran e di trasferirsi definitivamente negli Stati Uniti dove oggi insegna Letteratura inglese alla John Hopkins University.

Il libro è il racconto di un seminario semiclandestino in cui per due anni sette giovani donne e la loro insegnante si concedono il lusso“nello spazio magico del [suo] salotto" di togliersi veli e chador e, tra caffè e pasticcini, storie private e critica letteraria, discutendo di Nabokov, Fitzgerald, Jane Austen ed Henry James, mettono a confronto finzione e realtà, fiaba e storia, sogno e concretezza del quotidiano, ma è anche uno spaccato di storia dell'Iran raccontato da chi quella storia l'ha vissuta in prima persona. E in ciascuna delle quattro sezioni in cui è strutturato il libro ("Lolita", "Gatsby","James", "Austen") l'analisi e la discussione dei testi letterari viene utilizzata da Azar Nafisi anche per decifrare e comprendere la dura realtà di un paese che dal sogno della caduta del regime dei Pahlavi si ritrova intrappolato nell'integralismo fondamentalista.

La realtà

Ed è una realtà da incubo, angosciante, soffocante, claustrofobica.

Tutto è proibito: andare a una festa, mangiare un gelato al bar, tenersi per mano, stringere una mano, innamorarsi, mettere il rossetto, ridere in pubblico. Tutti sono colpevoli, i processi sono all’ordine del giorno, le strade sono teatro di violenze tremende, uccisioni di massa, stupri, mentre tanti ragazzi venivano mandati a morire sul fronte iracheno, a piedi nudi, ma con la chiave del paradiso al collo.

Alle donne poi, costrette in vesti nere fino alle caviglie e veli neri, viene confiscata l'esistenza. Le strade sono pattugliate da squadre di miliziani armati che controllano il colore dei cappotti, la pesantezza del velo, la forma delle scarpe, la misura degli anelli.

Parallelismi tra dittature

Il libro è anche l’occasione per fare dei parallelismi con altre realtà, quelle del nazismo e del comunismo. Nella Repubblica islamica dell'Iran, come nella Germania nazista e nella Russia staliniana, tutti sono, per principio, colpevoli. In più nella teocrazia iraniana c’é l’aspetto farsesco di cui è emblematico l’argomento dell’amore con i polli trattato da Khomeini nei suoi “Principii di politica, filosofia, società e religione”. Infatti poiché tra i rimedi consigliati per placare il desiderio maschile c’è il sesso con gli animali, ci si potrebbe chiedere se un uomo che ha fatto sesso con un pollo lo possa poi mangiare. Ma la risposta è pronta: no, né lui né i parenti più stretti possono mangiare la carne di quel pollo. Semmai possono farlo i vicini, sempre che vivano ad almeno due porte di distanza!

Come è potuto accadere. Le responsabilità

Infine non mancano le riflessioni su come tutto ciò sia potuto succedere, su quali le responsabilità di tutti, e in particolare di quelle formazioni laiche e di sinistra che pur di combattere l’imperialismo americano non videro o non vollero vedere.

Gli integralisti religiosi e della sinistra furono infatti uniti contro chiunque fosse sospetto di simpatie liberali e filo-occidentali. Non che i motivi non ci fossero. Le ingerenze americane negli affari interni iraniani e il coinvolgimento degli Usa nel colpo di Stato contro il governo nazionalista di Mohamed Mossadeq nel 1953 avevano lasciato una forte impronta nelle menti. E certamente lo Sha non era tenero con gli oppositori che metteva in galera, ma almeno aveva cercato di modernizzare il paese. Con Khomeini si torna invece al medioevo, ma la sinistra, inizialmente anche in Occidente, non se ne accorge, e sostiene la rivoluzione iraniana contro il totalitarismo dello Sha, appoggiato dagli americani.

Ed ecco in proposito alcune citazioni significative dal libro:

Pag.120

In una tiepida mattina di ottobre, mi ritrovai a farmi strada tra la folla che si era radunata di fronte all’università, intorno ad una professoressa di sinistra del dipartimento di Storia……………… Diceva che per il bene dell’indipendenza dell’Iran era disposta a portare il velo. Lo avrebbe fatto per combattere gli imperialisti americani, per dimostrare loro… per dimostrare loro che cosa?

Pag.132

La maggior parte dei gruppi rivoluzionari era d’accordo con il governo sulla questione delle libertà individuali, che con una certa supponenza venivano definite “borghesi” e “decadenti”

Pag 137

Mathab e i suoi amici (la cui organizzazione marxista si era implicitamente schierata con il governo) sostenevano che il bersaglio grosso, quello da colpire per primo….erano gli imperialisti ed i loro lacchè. Le lotte per i diritti femminili erano roba da borghesi individualisti, e facevano solo il loro gioco.