mercoledì 12 settembre 2018

L'ONU, I MIGRANTI E LA FALSA RETORICA DELL'ACCOGLIENZA

L'ONU manda gli ispettori in Italia per sospetto razzismo nei confronti dei migranti. 

Ora detta Organizzazione farebbe meglio a occuparsi di paesi come l'Arabia Saudita che è agli ultimi posti nel mondo per rispetto dei diritti umani, però siede addirittura in una Commissione ONU per la parità di genere (e non è una bufala), delle tante guerre che si combattono in Africa e di cui poco si parla, spesso connesse allo sfruttamento delle ricchezze di quel continente da parte di paesi Europei, degli USA e della Cina e dalle varie multimazionali presenti in loco che spesso fanno e disfanno i governi locali. 

Premesso ciò, credo che dietro questa preoccupazione per presunte violazioni dei diritti dei migranti da parte del nostro paese si nasconda ben altro. 

Infatti addirittura già nel 2000 un rapporto dell'ONU sosteneva che il calo demografico in Europa, Giappone, e un po' meno negli USA, avrebbe portato nel 2050 a un eccessivo invecchiamento della popolazione e che pertanto sarebbe stato necessario importare migranti. Tra i paesi che ne avrebbero avuto più bisogno si indicava l'Italia la cui età media nel 2050 sarebbe stata di 53 anni mentre il rapporto tra la popolazione in età lavorativa (16-64 anni) e quella anziana sarebbe sceso da 4-5 a 2. 

Ma qui c'è qualcosa che non torna. Io ricordo che quando ero giovane si temeva la minaccia della sovrappopolazione, la c.d. bomba demografica. Ora non se ne parla più e il problema sarebbe il declino demografico dell'Occidente. E si pensa di risolvere il problema sostituendo la popolazione europea con quella africana? E poi è davvero un problema? 

Come si poteva prevedere nel 2000 ,ma anche oggi,cosa succederà da qui al 2050? Come si evolverà il lavoro, quali scoperte scientifiche e conseguenti applicazioni tecnologiche modelleranno il mondo del futuro? Le previsioni a lunga scadenza generalmente sbagliano e di gran lunga. Negli anni '60 del secolo scorso si ipotizzavano le colonie sulla Luna e su Marte e magari anche oltre, ma non lo sviluppo delle telecomunicazioni. Chi avrebbe immaginato computer e smartphone, comunicazioni in temporeale, e via elencando? Negli anni '60 i quarantenni erano già quasi vecchi, oggi sono considerati giovani, e chi può dire se i cinquantenni del 2050 non saranno come i trentenni di oggi? E se il lavoro non sarà in larga parte delegato alle macchine e quindi si lavorerà meno,ma avremo bisogno di specialisti e non di bassa manovalanza? 

E dunque perché preoccuparsi del declino demografico dell'Occidente,mentre sarebbe più opportuno pensare a educare le popolazioni africane alla contraccezione, perché nonostante il nostro declino si prevede che nel 2050 la popolazione mondiale salirà a 9,5miliardi? 

Non sarà che invece, come sostiene Diego Fusaro in questo articolo del 2017, che cita il rapporto dell'ONU di cui sopra, "l'imperialismo globalista" sta cercando di sostituire "il vecchio popolo europeo, composto da individui ancora troppo avvezzi ai diritti sociali, alla dignità del lavoro, alla coscienza di classe, alle conquiste salariali" con una massa di schiavi "senza coscienza di classe, umiliati, strutturalmente instabili, servili e sfruttabili senza impedimenti e a ogni condizione"? E questa la chiamano "accoglienza " e "integrazione",quando poi non c'è nessun vero interesse a integrare, anzi, e comunque probabilmente è allo stato attuale impossibile per una diversità culturale che non si colma certo in pochi anni, ma che invece sarà foriera di gravi problemi sociali.

sabato 25 agosto 2018

I "SEQUESTRATI" DELLA DICIOTTI. PERPLESSITA'.


Passerelle di esponenti di PD, LEU e Radicali sulla Diciotti. Certo non al ponte Morandi o nelle zone terremotate, dove vengono giustamente fischiati. Parlano di sequestrati, di ostaggi. Ma in quale paese persone senza documenti possono entrare liberamente? Dicono che le persone non sono mezzi, ma fini e quindi non si possono usare per ottenere che si affronti il problema nell'UE. Intanto quest'ultima se ne sbatte, perché è un problema italiano,a dimostrazione che la tanto
decantata Europa è solo un'unione economica e monetaria, in cui ciascun paese fa il proprio interesse. Del resto ci siamo scannati fino a 70 anni fa e non ci amiamo molto neanche oggi. Forse tra qualche decennio le cose saranno diverse, ma è evidente che oggi l'unione politica è prematura. E allora? Mi domando cosa sarebbe successo se di fronte alla Libia ci fosse stata la Francia, l'Inghilterra o la Germania. 

Ma l'intellighenzia sostiene che stiamo vivendo una situazione simile a quella che precedette l'avvento del fascismo. Addirittura l’alto consenso popolare intorno all’attuale governo e in particolare a Salvini viene paragonato a quello per Mussolini. Secondo me si tratta di paragoni assurdi, anche perché i contesti sono diversi e, se è vero che la storia è maestra di vita, difficilmente si ripete nelle stesse forme. Io provengo dalla sinistra e credo di essere rimasta legata a certi principi che però non riconosco più nel centro sinistra di oggi, che da una parte si è alleato con i mercati, con il liberismo più sfrenato, fino a dare in gestione ai privati infrastrutture e aziende strategiche disinteressandosi anche del controllo sulla loro azione, e dall'altra ha gestito in maniera pessima il problema dei migranti, che chiama risorse facendo finta di non vedere che sono risorse solo per chi li sfrutta.

Purtroppo ora paghiamo anni di pessima gestione dei flussi, di lassismo, dal quale hanno tratto grossi guadagni personaggi e organizzazioni spesso criminali, dagli scafisti alle pseudo organizzazioni umanitarie fino alle mafie. Ma se si avanzano anche solo delle perplessità su situazioni quantomeno opache ci si deve sentire tacciare di fascisti e razzisti. E' stato detto non troppo velatamente anche a me quando mi è capitato in alcune discussioni di prendere le parti dell'attuale governo. Diciamo che sono un po' contrariata.

Il paese sta cadendo a pezzi e non solo in senso metaforico. 

Ilponte Morandi con i suoi 42 morti ne è il simbolo, ma la gran parte delle nostre infrastrutture hanno bisogno di manutenzione, tutta la gestione delle concessioni va rivista, abbiamo un territorio fragile dal punto di vista idrogeologico, reso ancora più fragile da un clima che sta diventando tropicale, ci sarebbe molto da fare in materia di ambiente, di energie alternative, dovremmo mettere in sicurezza almeno le scuole e gli edifici pubblici che spesso non sono a norma da diversi punti di vista (e se da noi terremoti del 5° o 6° grado della scala Richter procurano più danni che altrove è perché gli edifici sono stati costruiti senza tener conto delle norme antisistimiche, per non dire che spesso è stato costruito dove non si doveva proprio costruire), e via elencando. Però siamo bloccati sulla questione migranti. 

E se il governo cerca di fare qualcosa per porre un freno a una situazione che sta diventando insostenibile, e che è deleteria per i migranti stessi che dovrebbero essere dissuasi dall'intraprendere costosi (e dunque non sono neanche i più poveri che partono) e rischiosi viaggi che nel migliore dei casi li condurranno a lavorare in un campo di pomodori e a dormire in baracche o a chiedere l'elemosina davanti a un supermercato, ecco insorgere i paladini dell'accoglienza che, dopo essere stati la causa di un problema che si è incancrenito, ora lo usano per vedere se riconquistano consensi usando lo spauracchio del fascismo.

giovedì 1 settembre 2016

La disgustosa campagna sulla fertilità

Questa volta non gli è andata bene. Gli slogan del Governo hanno fatto un po' schifo. La campagna del "fertility day"  ha suscitato fortunatamente parecchio disgusto. Addirittura la fertilità (talvolta scritto anche con la F maiuscola nel piano del governo!) sarebbe un bene comune, come l'acqua.  Ho notato però che sono pervenuti assensi da parte di insospettabili antigovernativi, in particolare da quelli che temono che gli immigrati ci sostituiranno. Dunque donne fate figli perché altrimenti saremo sostituiti dagli immigrati! Quindi fare figli non sarebbe più una scelta personale (che magari i governi avrebbero il dovere di aiutare con politiche idonee, più lavoro, più garanzie, più asili nido, più mense scolastiche, più servizi ) ma un obbligo di Stato.  

In molti abbiamo detto che ci ricordava qualcosa. Qualcuno per aver parlato di deriva verso il passato mi ha paragonato a un "cagnaccio pavloviano" che appena sente parlare di "nascite" pensa: "fascismo", ma era ovvio che a fronte di tali idiozie la prima cosa che poteva venire in mente era la campagna di mussoliniana memoria sulla potenza del numero. 

Perché si dovrebbe aver paura della denatalità in un mondo sovrappopolato in cui vivono attualmente 7 miliardi di persone ma che presto saranno il doppio? E anche da noi con un territorio in larga parte montuoso e disastrato 60 milioni sono già troppi. Di pianeti ne abbiamo al momento uno solo e lo stiamo distruggendo. Più siamo, più inquiniamo, anche se certo si potrebbero varare efficaci politiche per il territorio, ma non mi sembra che, al di là dei discorsi e degli inutili summit, si faccia molto in questa direzione.

Dunque paura che gli immigrati ci sostituiscano? Probabilmente accadrà se continuiamo a non risolvere i problemi, anzi ad aggravarli. Certo che gli immigrati rappresentano un problema, specialmente quelli che provengono da culture troppo diverse dalla nostra  e che hanno l'intenzione di riproporla da noi. La soluzione però sta nello stabilire e fare rispettare dei criteri (non possiamo accogliere tutti senza distinzioni), nell'operare i necessari controlli,  e soprattutto nella tolleranza zero nei confronti di comportamenti e usi che contrastano talvolta anche con le nostre leggi, ma quasi sempre con i nostri principi, la soluzione sta nell'educazione e soprattutto nella forza dei valori, delle idee. Certo che se non abbiamo più valori e idee, o ci crediamo sempre meno,  e pensiamo di risolvere il problema con il numero siamo perduti. 

domenica 21 agosto 2016

La metamorfosi di femministe e progressisti nei confronti dell'Islam

Ma cosa è successo a femministe e progressisti? Sembra che la paura di apparire islamofobi o razzisti abbia determinato in loro una metamorfosi.

Leggo post deliranti su Facebook e persino articoli altrettanto deliranti di persone che penserei dovessero avere avere una visione della situazione mondiale un po' più profonda della maggior parte di coloro che scrivono sui socialnetwork.

Femministe e larga parte del mondo c.d. progressista, così attenti alla difesa dei diritti civili, ma ultimamente più pronti a scagliarsi contro la mercificazione del corpo delle donne in Occidente, cosa che talvolta assume anche contorni ridicoli,  che a combattere per problemi più seri, ora si dimostrano tolleranti nei confronti della sottomissione della donna islamica, sottomissione che certamente non si esplica solo in un modo di vestire, ma di cui anche il modo di vestire è espressione, e che paragonano le palandrane, comunque esse si chiamino, nelle quali deve rinvolgersi al tacco 12, come se da noi ci fosse una legge o una richiesta pressante in tal senso di genitori e mariti, e poi  chi lo porta se non donne dello spettacolo e della politica (che talvolta è la stessa cosa!), o magari alla taglia 42 come mi disse una filoislamica italiana oltre 10 anni fa quando Facebook ancora non esisteva e blateravamo sui blog.

Nel frattempo filosofi marxisti affermano che "la religione della trascendenza (peraltro come se esistessero religioni che non si occupano della trascendenza) – sia islamica, sia cristiana – è una feconda risorsa di senso e di resistenza rispetto al monoteismo idolatrico del mercato, all’integralismo fanatico dell’economia e al nichilismo assoluto della forma merce." (vedere l'articolo di Diego Fusaro su "Il fatto quotidiano" del 17 agosto scorso). 

E se è ormai riconosciuto da molti che questa che vogliono far apparire come guerra di religione e guerra di civiltà, è stata in larga parte creata con finanziamenti occidentali oltre che dell'Arabia Saudita e alleati, e ancora non è chiaro se la cosa sia sfuggita di mano o se invece si stia proseguendo con un disegno ben preciso che potrebbe avere diversi scopi, tuttavia non posso non rilevare che l'articolo di Fusaro è allucinante. Dunque ci sarebbero alcuni orfani del comunismo disponibili a buttarsi nelle braccia di una religione, cristiana o islamica che sia, perché "le religioni della trascendenza restano un ostacolo per l'economia di mercato: già solo per il fatto che sono monoteismi alternativi a quello di mercato"?  

Ma non ci si rende conto che poi le religioni vogliono vendere tutto il pacchetto, compresa la perdita delle libertà individuali? E' quello che è accaduto a partire dalla c.d. rivoluzione islamica iraniana di Khomeini, almeno inizialmente accolta bene a sinistra, perché si era cacciato lo Scià, fantoccio degli Stati Uniti, e oggi ci sono anche dubbi che in fondo gli americani lasciarono fare perché Khomeini rappresentava almeno la garanzia che le forze di ispirazione marxista non si sarebbero mai affermate in Iran. 

E se è vero altresì che il capitalismo, può dimostrarsi "liberal" per quanto riguarda le libertà individuali e i diritti civili, ma dietro questa immagine progressista nasconde ingiustizie sociali, inquinamento ambientale, e via elencando, non mi sembra nemmeno che nelle teocrazie islamiche ci sia giustizia sociale e comunque il mondo cui si deve aspirare è quello in cui siano garantiti al contempo la giustizia sociale, la salute, l'ambiente e ovviamente le libertà individuali.

sabato 20 agosto 2016

Il burkini non è un solo un costume ma è il simbolo di un'ideologia che opprime la donna


Questo è un affresco che decora una sala della Villa romana del Casale di Piazza Armerina risalente al periodo tra il 320 e il 350 d.C. Si vedono fanciulle che fanno esercizi ginnici abbigliate con quello che sembra un moderno bikini. Ora non che tra i romani, come tra i greci, e in genere tra i popoli antichi, la donna avesse la stessa posizione dell'uomo nella società, tutt'altro, ma almeno non c'era quel senso del peccato e quella paura del corpo femminile che avrebbero caratterizzato sia il Cristianesimo che, in seguito, l'Islam. 


In Occidente per tornare a scoprire il corpo della donna sarebbero stati necessari quasi due millenni. 

Anche in alcune società islamiche c'era stata una certa evoluzione del costume nei decenni scorsi, come dimostrano alcune foto degli anni 70 e 80, ma poi c'è stato un regresso che non si può negare. 



Ora le donne islamiche vengono sulle nostre spiagge con il burkini e in Francia alcuni sindaci li hanno vietati scatenando un putiferio di polemiche.

Vedo che anche qui ne hanno parlato in molti sostenendo in larga parte la tesi che ognuno ha diritto di vestirsi come vuole, che anche indossare il burkini è una scelta che va difesa, e giù poi a ricordare che anche le nostre nonne andavano vestite in spiaggia e che nelle campagne portavano vestiti neri e fazzoletti in testa, specialmente se non erano più giovanissime o se erano sposate o vedove. 
Peraltro per quanto riguarda le nostre nonne già dai primi del '900 qualche costume c'era, anche se castigatissimo, e non meno castigati erano quegli degli uomini, ma certo bisogna arrivare agli anni '30 per vedere qualcosa di vagamente idoneo, e sembra che in Italia negli anni '50 il Ministro dell'Interno Scelba mandasse i poliziotti sulle spiagge per controllare - metro alla mano - che l'altezza del bikini fosse"regolamentare".

Tutto questo è vero, ma ricordare che le società occidentali ancora negli anni '50 e '60, soprattutto in Italia, risentivano dell'influsso di una religione che per millenni aveva colpevolizzato la donna e visto nel suo corpo e nel corpo umano in genere uno strumento del demonio, per non dire di altre cose, anche più sostanziali dell'abito, a mio parere ha poco senso, perché le nostre società si sono evolute, quelle islamiche ancora no e negli ultimi decenni, anzi, si è verificata un'involuzione, un imbarbarimento, che ha molte cause di cui si può discutere, ma che non si può disconoscere. 

E dubito che andare in giro su una spiaggia e soprattutto nuotare paludate con il burkini, come girare per le città con oltre 30 gradi, coperte da capo a piedi, sia una libera scelta, almeno che non si sia masochiste, o lo si faccia per provocare. Pertanto non spenderei tante parole per difendere questa presunta libertà di vestirsi come si vuole, quando è evidente che burka, hijab, chador, ma anche un semplice velo e il burkini, sono forme di mortificazione della donna e simbolo della sottomissione della stessa.

Peraltro continuare in questa direzione significa cadere nella trappola degli islamisti che sanno che gli consentiamo tutto pur di non passare per islamofobi e razzisti.

Fortunatamente di tanto in tanto nel profluvio di post e articoli indignati in difesa della libertà delle donne islamiche di vestirsi come vogliono si legge anche qualche articolo più serio, come questo di Monica Lanfranco sul Fatto Quotidiano del 17 agosto scorso, che stigmatizza l'imbarbarimento dell'Islam degli ultimi decenni con la sua ossessione per la fisicità e la sessualità e la schiavizzazione delle donne.


E sulla pagina di Facebook di un italiano di origini arabe ho scoperto che addirittura in molte piscine e spiagge, sia in Egitto che in Marocco che in altri paesi arabi, il burkini è vietato, ufficialmente per "ragioni igieniche" nel caso delle piscine e di "decoro" nel caso delle spiagge, ma in verità perché non si vogliono le "imburkinate" che quasi mai si limitano a fare il bagno senza dare fastidio alle connazionali in costume. Quindi appare abbastanza demenziale che si voglia permettere in Europa ciò che si cerca faticosamente di arginare nei paesi arabi.


venerdì 27 maggio 2016

Francesco Starace, AD di Enel, alla LUISS: come si distruggono gli oppositori.

Cambiamento è una delle parole più amate dai politici, in particolare in campagna elettorale, ma particolarmente abusata negli ultimi tempi. Basti pensare che larga parte della campagna elettorale di Renzi per il referendum sulla riforma costituzionale si incentra sull'Italia che cambia, che dice SI al cambiamento.

Però se si cerca su un vocabolario si trova che cambiamento significa mutamento, trasformazione, variazione, atto ed effetto del diventare diverso. Il cambiamento dunque è neutro, non è positivo per definizione e può anche non richiamare necessariamente un'evoluzione.
Ora se non si può negare che nel nostro paese ci sono molte cose da cambiare, bisogna vedere come si intende cambiarle.


E a proposito di cambiamenti volevo richiamare l'attenzione su un episodio che ha fatto scalpore in questi giorni e che riguarda Francesco Starace, da due anni amministratore delegato di Enel, che, in un incontro dello scorso aprile con gli studenti dell’Università LUISS di Roma (Libera Università Internazionale degli Studi Sociali), Università privata promossa da Confindustria, a un ragazzo che gli chiedeva:”Come si fa a cambiare un’organizzazione come Enel?” rispondeva così: “Innanzitutto ci vuole un gruppo di persone convinte su quest’aspetto. Non è necessario che sia la maggioranza. Basta un manipolo di cambiatori. Poi vanno individuati i gangli di controllo dell’organizzazione che si vuole cambiare. E bisogna distruggere, distruggere fisicamente questi centri di potere. Per farlo, ci vogliono i cambiatori che vanno infilati lì dentro, dando a essi una visibilità sproporzionata rispetto al loro status aziendale, creando quindi malessere all’interno del del ganglio che si vuole distruggere. Appena questo malessere diventa sufficientemente manifesto, si colpiscono le persone opposte al cambiamento, e questa cosa va fatta in maniera la più plateale possibile, sicché da ispirare paura o esempi positivi nel resto dell’organizzazione. Questa cosa va fatta velocemente, con decisione, senza nessuna e dopo pochi mesi l’organizzazione capisce, perché alla gente non piace soffrire. E quando capiscono che la strada è un'altra tutto sommato si convincono vanno tutti lì. È facile ”. Seguivano gli applausi dalla platea dei manager del domani. Quindi riprendeva “Non la paura: come dire, se del cambiamento siamo convinti, è giusto, e tutto sommato il capo sono io, quindi si fa. E dopodiché la cosa succede. A questo punto si va a parlare ai collaboratori. I collaboratori sono fondamentali per fare una buona carriera in azienda, non puoi fare una buona carriera tradendo i collaboratori, maltrattando i collaboratori, impaurendo i collaboratori, non motivando i collaboratori, annoiando i collaboratori, nascondendoli perché sono troppo bravi. Bisogna individuarli, curarli, assortirli perché devono essere diversi, ma poi bisogna anche gestire i casini che la diversità crea. Insomma occorre coltivarli, curarli in maniera maniacale, perché sei nessuno senza i collaboratori. E' tutto lì.” (il passaggio incriminato si trova al minuto 43 del video)

Dunque grande attenzione ai collaboratori, ma azioni di guerra contro chiunque osi opporsi.

Ma a chi si riferisce con gangli di controllo dell’organizzazione che si vuole cambiare e centri di potere? Dirigenti riottosi, sindacati? O chi altro? E il manipolo di cambiatori cui si deve dare una visibilità sproporzionata al loro status aziendale come viene reperito o meglio assoldato?

Ora chiunque lavori in un ente o un'azienda o vi abbia lavorato sa che c'è sempre chi si oppone ai cambiamenti, spesso a torto, qualche volta a ragione, perché come ho detto cambiamento non ha sempre una connotazione positiva, qualche volta può averla peggiorativa o talmente confusa da risultare in sostanza peggiorativa, senza contare tutte le volte che il cambiamento è solo di facciata, cioè si chiama cambiamento qualcosa che nella sostanza è una passata di vernice sul vecchio o una bella confezione di nulla.

Ma quello che è grave, al di là del contenuto del cambiamento che si vuole imporre, e anche se esso fosse positivo nella maniera più assoluta , è che Starace, che si presume si comporti così, insegna a dei ragazzi che domani potranno dirigere un'azienda come eliminare qualsiasi opposizione con azioni che, da come vengono descritte, sembrano azioni di guerra (manipolo, infiltrazioni, distruggere fisicamente, colpire, ispirare paura, ecc.). Ora un amministratore delegato, un dirigente, che si comporta così, invece di cercare di utilizzare strumenti di persuasione, credo che non sia una persona capace di stare a quel livello. E quindi mi domando quali siano i risultati ottenuti da Enel da quando Starace è divenuto AD? Mi chiedo anche se è questo che si insegna nelle università per i dirigenti di domani? Ed è questo che già si fa nelle aziende oggi? Si fa e si insegna a fare “tabula rasa” di chiunque si opponga ? Non sarà questa anche la linea di governo di Renzi?


lunedì 29 giugno 2015

La crisi greca e l'Europa

- La Grecia ha truccato i conti per entrare nell'Euro. Vero, ma con l'autorevole aiuto di Goldman Sachs ( e quest'ultima l'ha fatto solo per i soldi della consulenza o c'era un disegno? Di chi?).

- La Grecia non vuole fare le riforme necessarie per diventare un paese moderno. Ma le misure imposte finora dalla “troika” non hanno certo portato il paese fuori dalla crisi. E se anche, come sostengono alcuni, cominciava ad esserci una leggera crescita siamo sicuri che sia stata una conseguenza della cura o di altri motivi? E comunque a che prezzo? La classe media ridotta in povertà e chi già era povero ridotto all'indigenza. Del resto ci saranno dei motivi se una formazione della sinistra radicale come Syriza è riuscita a vincere le elezioni.

- I debiti si pagano, ma la Grecia non vuole pagarli e le conseguenze ricadranno anche sui cittadini italiani considerato che l'Italia è il terzo paese creditore dopo Germania e Francia. Vero anche questo, non si può certo negare. Tuttavia uccidere il debitore è anche peggio, perché allora sarà certo che non si recupererà niente, neanche a lunga scadenza. E poi quali saranno le conseguenze su tutta l'Eurozona? Sembra comincino ad avere paura che crolli l'intero sistema. La Merkel avrebbe detto stasera che “se fallisce l'euro, fallisce l'Europa”.

Oggi in diversi ricordavano che la stagione più feconda e gloriosa della Grecia iniziò nel VI secolo A.C., con quello che fu proprio un megacondono dei debiti: la seisachtheia (σεισάχϑεια), ovvero lo "scuotimento dei pesi" di Solone, che liberò tanti cittadini ateniesi dall'incubo di diventare schiavi dei propri creditori. E c'era chi invitava i vertici della UE a guardare più a Solone che a fare i soloni, perché forse in questo modo “lo spirito europeo tornerà a volare”.

Quel che è certo è che oggi l'Europa non ha realizzato alcuno dei progetti che erano nella mente degli ideatori, ma è solo un'unione monetaria, secondo alcuni fallimentare, in cui i paesi più forti, Germania in testa, impongono le loro condizioni agli altri. Nessun passo avanti è stato fatto invece nella direzione di un'unione politica tra stati con pari dignità, anche se di diverso peso. Ciò richiederebbe un sentire comune e almeno, per cominciare, una politica estera e della difesa comuni, dalle quali siamo molto lontani, come del resto dimostrato anche dalle questioni dei migranti e dell'estremismo islamico.


Ma se le cose continuano ad andare così non sarebbe meglio allora che ognuno andasse per la sua strada?

martedì 14 aprile 2015

Disposofobia

Leggendo “La regola dell'equilibrio” di Gianrico Carofiglio ho scoperto di soffrire di disposofobia. Il termine letteralmente significa "paura di buttare", dall'inglese to dispose, "gettare", "buttare", "disfarsi (di qualcosa)", con il suffissoide -fobia, dal greco φόβος, phóbos, "panico", "paura". Si tratta di un disturbo mentale caratterizzato da un bisogno ossessivo di acquisire (senza utilizzare né buttare via) una notevole quantità di beni, anche se gli elementi sono inutili, pericolosi, o insalubri. L'accaparramento compulsivo provoca impedimenti e danni significativi ad attività essenziali quali muoversi, cucinare, fare le pulizie, lavarsi e dormire. Sembra connesso a insicurezza, paura di cambiare, difficoltà a prendere decisioni.
Il protagonista del romanzo ha accumulato tante di quelle cose che che la situazione gli è sfuggita di mano, in particolare per via dei libri che sono ovunque, anche per terra, sui tavoli, sulle poltrone, sulle sedie, nel bagno, in cucina, alcuni non proprio indispensabili, ma decide di far ordine solo dopo aver scoperto una notte, vagabondando su Wikipedia, di essere affetto da disposofobia. Così si procura degli scatoloni e li riempie di libri da destinare ai mercatini dell'usato e addirittura ai cassonetti dell'indifferenziata. E se “potrebbe lasciare sgomenti l'idea di buttare i libri nei cassonetti, … quale destino si può riservare a volumi con titoli come Meditazioni per la stanza da bagno, Manuale pratico di autoipnosi, Cento e uno rimedi contro l'insonnia, Come Proust può cambiarvi la vita e molti altri simili?”
Ora poiché sono tre mesi che cerco di far pulizia a casa mia, ma non ne vengo a capo, qualche dubbio che ci fosse qualcosa di patologico devo dire che mi era venuto.
Anch'io accumulo di tutto, dai sottobicchieri con le pubblicità delle birre ai depliant di mostre e iniziative varie, ma in particolare libri, articoli di giornale (anche se un po' meno da quando posso salvarli sul computer), carte varie e vestiti, e soprattutto non riesco a buttarli. Ma oggi, dopo essere venuta a conoscenza della disposofobia, anche
se la mia casa non è al livello di quelle che appaiono nell'articolo di Wikipedia, ho un po' accelerato l'immane opera. Così ho conferito alla differenziata, tra altre cose, una pubblicazione satirica del Male dal titolo La nuova costituzione Italiana (1994), Povero Silvio di Antonio Cornacchione (2004), Il giorno più bello della vita – Guida al matrimonio di Fabio Fazio, America, pubblicazione allegata al Settimanale Panorama e risalente al 1992, La mia vita di Vittorio Sgarbi (1991), Un anno da zitella (tanto ormai altro che un anno!), Sesso a chi tocca di Stefania Casini, Manuale per difendersi dalla mamma di Gianni Monduzzi e una serie innumerevole di volumetti sull'astrologia, la magia, l'autoipnosi, e varie Sibille dei faraoni e oracoli di Napoleone, probabilmente allegati alla rivista Astra che un tempo leggevo. Ho anche gettato una serie di agende in cui avevo annotato pensieri ed eventi non particolarmente degni di essere conservati per i posteri.

Chissà se anche perdere tempo a scrivere queste cose e procrastinare il sonno è considerato patologico.

venerdì 13 marzo 2015

Un film d'antan, Aelita regina di Marte

Per caso, leggendo un articolo su Atlantide,  ho scoperto l'esistenza  di questo film sovietico del 1924, dal titolo "Aelita, regina di Marte", ovviamente muto, in bianco e nero, e, in questa versione, con didascalie in inglese.

La storia è ambientata nell'anno 1921.

Le radio del mondo intero captano un messaggio misterioso di sole tre parole di una lingua sconosciuta: "Anta… Adeli… Uta…".

Il segnale proviene da Marte dove un potente telescopio permette di osservare la vita su altri mondi. La Regina di Marte, Aelita, può così dare uno sguardo alla vita sulla terra. A Mosca un ingegnere, Los, che ha qualche problema con la moglie da cui crede di essere tradito, comincia a fantasticare sulla possibilità di raggiungere il pianeta da cui proviene il segnale. Riesce infine a costruire un'astronave con la quale, dopo aver ucciso la moglie in un accesso di gelosia, fuggirà su Marte insieme a un soldato in cerca di avventure e a un aspirante investigatore che gli dà la caccia per l'omicidio della

donna. Su Marte Los si innamorerà di Aelita, ma il soldato resosi conto che sul pianeta i lavoratori sono degli schiavi che vengono addirittura congelati quando non servono (magari a qualcuno anche qui oggi potrebbe sembrare un'ottima idea!!!) provoca una rivolta invitando gli schiavi a insorgere e a costituire l'Unione Sovietica di Marte (!), insomma un tentativo di esportare la rivoluzione d'ottobre su Marte. In un primo momento la regina, che ha un potere solo nominale, appoggia la rivolta, ma, appena eliminato il governatore del pianeta che deteneva il vero potere, tradisce i terrestri facendo fallire la rivoluzione. A questo punto Los si ritrova a Mosca, corre a casa, scopre di non aver ucciso la moglie che lo aspetta felice e innamorata, getta nel fuoco i disegni dell'astronave. E' stato solo un sogno.

Ma cosa c'entra Atlantide?

Nel corso degli eventi si scopre che la popolazione di Marte discende da terrestri partiti da Atlantide molto tempo prima.

Nel film non è molto chiaro o mi sono distratta, ma di ciò si parla nel romanzo da cui il film è tratto, "Aelita", pubblicato in URSS nel 1922 (edito nel 1982 in Italia, dagli Editori Riuniti  per l’antologia Noi della galassia), di Aleksej Nikolaevic Tolstoj (1883 - 1945), lontano parente del più celebre Lev Nikolaevic Tolstoj.

Non ho letto il romanzo, che voglio cercare, ma sembra che il film sia molto diverso.

Intanto, a differenza del romanzo, il film ha una lunga sezione che si svolge sulla Terra,  piuttosto noiosa e certamente sproporzionata per un film di fantascienza, ma  interessante perché documenta in modo molto realista l’ambiente sociale di Mosca nei primi anni dopo la rivoluzione, con la povertà, i problemi di approvvigionamento, il mercato nero, i corrotti, i nostalgici della vita precedente che si incontrano in feste clandestine.   

Inoltre nel film le vicissitudini di Los e compagni su Marte si dimostrano solo un sogno, non così nel romanzo che ha anche un finale tragico perché la rivolta su Marte fallisce e Los viene ucciso insieme alla regina di cui si è innamorato.

Nel complesso il film mi è parso un "pot-pourri" di generi, dalla commedia romantica, al film sociale e di propaganda (che oggi appare involontariamente satirico) fino alla fantascienza che si esplica soprattutto nella parte finale.

Sembra che circoli soprattutto nella versione ridotta di 70 minuti, ma io mi sono beccata quella originale di due ore con didascalie in inglese. https://youtu.be/je1bIhS-7G8

Il regista, Jakov Protazanov, che aveva all'attivo molti film girati prima della rivoluzione,  nel 1919 era fuggito dall’Unione Sovietica, lavorando per alcuni anni in Francia e Germania, ma nel 1923 aveva deciso di far ritorno in patria.

Nella Russia rivoluzionaria, dove il romanzo di Aleksej Nikolaevic Tolstoj aveva destato grande entusiasmo popolare e molta attenzione da parte delle autorità, ci fu grande attesa anche per il film, la cui lavorazione durò un anno e mezzo, e che doveva essere un "colossal" destinato principalmente all’esportazione. Ma, nonostante le intenzioni dei produttori, ebbe tuttavia scarsa diffusione nei paesi dell’Europa occidentale, dove fu ostacolato dalla censura per ragioni politiche, mentre in Unione Sovietica circolò poco perché ebbe una pessima critica e fu avversato dalle autorità che lo considerarono una distrazione futile "all’occidentale" che mette al centro  il sogno di un borghesuccio.

A mio parere è abbastanza noioso ma è interessante per l'ottima fotografia che si riconosce ancora dopo tanti anni e per il contrasto tra il realismo della prima parte che documenta la vita a Mosca nei primi anni dopo la rivoluzione e i costumi e le scenografie della parte ambientata su Marte ideati dagli artisti dell'avanguardia costruttivista.



Ad ogni modo la frase "Let's meet tonight at the tower of radiant energy (incontriamoci stanotte alla torre dell'energia radiante)" è molto romantica!

Nel complesso film vedibile  per gli amanti del cinema "vintage".

Pubblicato anche sul blog: Avalon e dintorni

Fonti: 

http://it.wikipedia.org/wiki/Aelita_%28film%29

http://digilander.libero.it/abydosgate/html/sf/24.htm



sabato 17 gennaio 2015

Siamo ancora tutti Charlie Hebdo?

Eravamo tutti Charlie Hebdo, ma dopo poco più di una settimana, ecco che cominciano ad affiorare i distinguo.

Uno dei fondatori di Charlie Hebdo, Henri Roussel, in un articolo sul Nouvel Observateur, firmato con lo pseudonimo Delfeil de Ton,  ha accusato Charb, il direttore del settimanale satirico tra le vittime della strage, di aver “trascinato la sua squadra verso la morte” pubblicando vignette dal contenuto provocatorio sul profeta Maometto.

Poi il Papa sul volo dallo Sri Lanka alle Filippine, rispondendo alle domande dei giornalisti dei media internazionali che viaggiavano con lui, ha spiegato che “non si può reagire violentemente”, anzi, che è “un’aberrazione uccidere in nome di Dio”, però ha continuato affermando che "se il dottor Gasbarri [l’organizzatore dei viaggi papali, che si trovava a fianco del Pontefice], che è un amico, dice una parolaccia contro mia mamma, gli aspetta un pugno", lasciando intendere, con l’esempio dell’offesa alla mamma, che toccando ciò che le persone hanno di più caro a volte possono scattare reazioni inconsulte.

Dunque si comincia a dire da più parti che anche la satira e quindi la libertà di espressione incontrano dei limiti, in particolare che non si dovrebbero offendere i sentimenti religiosi altrui.

Anche a me è capitato di parlare con persone che si sono sentite offese da alcune vignette sulla religione cristiana, in particolare quella sulla Trinità. Qualcuno mi ha detto che dopo aver visto certe vignette non si sente più Charlie.  Il concetto è che "chi offende il mio Dio, offende me" . Anche se nessuno di loro giustifica l'assassinio, in sostanza è come se dicessero che i vignettisti di Charlie Hebdo se la sono andata a cercare e che anche la satira deve avere dei limiti.

Ma la satira si è sempre scagliata sia contro il potere che contro la religione che comunque è una forma di potere, tanto più nei paesi dove non esiste distinzione tra potere politico e potere religioso. Certo che la satira può  essere greve, certo che la satira è offensiva, altrimenti non è satira. Poi ovviamente anche la satira può essere criticata. E chi si sente offeso potrà sempre ricorrere ai tribunali. Il codice penale stabilisce pene  per la diffamazione e la calunnia e anche per le offese a una confessione religiosa. Ma la libertà di espressione dovrebbe essere assoluta. Ora io penso così perché, non seguendo alcuna religione e avendo una visione assolutamente laica, mi resta anche difficile immedesimarmi in chi dice "chi offende il mio Dio, offende me". Però se qualcuno offende me lo prenderei volentieri a calci, come minimo, poi ovviamente, poiché sono una persona civile, mi rivolgo a un tribunale.

Poi ci si potrebbe domandare se non debbano esserci limiti nel caso di incitamento all'odio razziale o addirittura al terrorismo.

Proprio in questi giorni in Francia è stato arrestato il controverso comico francese di origine camerunense, Dieudonné, noto per i suoi atteggiamenti provocatori e accusato spesso di antisemitismo. Dieudonné, che aveva partecipato alla marcia di domenica scorsa a Parigi, tornato a casa, aveva scritto sul web il messaggio "Je suis Charlie Coulibaly", spiegando poi in una lettera al  ministro dell’Interno, Bernard Cazeneuve, di sentirsi considerato "come Amedy Coulibaly" (l'attentatore del supermercato Kosher) ma di "sentirsi Charlie". E' stato scarcerato ma rinviato a giudizio per "apologia di terrorismo".

Dunque c'è un limite?

E si può scherzare sulla Shoa? O si può negarla? Nell'ottobre 2013 ci fu una grossa polemica in Italia per le affermazioni del matematico Oddifreddi che aveva criticato un decreto approvato in Senato in cui si equiparava a un reato la negazione dell’Olocausto perché "affidarsi non alla storia, ma alla legge, per stabilire cosa è successo nel passato è tipico dei sistemi autoritari alla 1984, e non a caso Orwell parla al proposito di psicoreati, perseguiti da una psicopolizia". Quindi, rispondendo al commento di un lettore che definiva il processo di Norimberga un’opera di propaganda,  si dichiarava d’accordo affermando che se la guerra fosse andata diversamente sarebbero stati gli alleati a essere processati per crimini di guerra, e infine, con riferimento all'Olocausto, esprimeva forti dubbi "su quanto il ministero della propaganda alleata ci ha presentato come verità storica".

E il "politicamente corretto", che spesso sfocia nel ridicolo (pensiamo, ad esempio, al genitore 1 e al genitore 2), non è anch'esso una forma di limitazione della libertà di espressione?

Certamente la questione, sotto certi aspetti, è controversa, ma, a mio parere, la libertà di espressione non può avere limiti.   

martedì 25 marzo 2014

L'affermazione del Fronte Nazionale di Marie Le Pen alle elezioni comunali francesi. Un segnale per l'Europa.

Tutti preoccupati per il risultato ottenuto in Francia alle elezioni comunali dal Fronte Nazionale di Marie Le Pen. Si parla di populismo e di fascismo. Strano che pochi giorni fa sia andato al governo in Ucraina un partito di estrema destra, quasi o del tutto nazista, ma di preoccupazioni in giro se ne siano viste poche, forse perché quei nazisti lì sono europeisti e quindi sono buoni, anche se certo l'Ucraina non è la Francia né l'Italia.

Ieri Marie Le Pen ha commentato "In alto ci sono i socialisti e i sarkozysti, l'euro e l'Europa, l'immigrazione e il libero mercato. In basso c'è il popolo. E ci stiamo noi."

Dunque si è venuta a creare una situazione per cui destra  e sinistra vengono accomunate come espressione dello stesso establishment, della stessa classe dominante, che non fa gli interessi del popolo e del proprio paese ma quelli di organismi superiori europei non eletti. E se questa è la percezione di un largo strato della popolazione è inevitabile che  i movimenti che si richiamano all'identità nazionale acquistino consenso anche da parte di chi glielo avrebbe negato fino a poco tempo fa.

Sta accadendo anche in Italia. E ovviamente ci sono molti timori per quel che succederà alle imminenti elezioni europee dove è prevedibile una grande affermazione di partiti e movimenti antieuropeisti. Renzi già avverte che "Le elezioni europee non sono un referendum su di me e sul governo"!

Ma non si sono ancora resi conto che la ricetta europea dell'austerità sta peggiorando la crisi economica e che comunque c'è una sempre maggiore insofferenza per i "compiti a casa" imposti dall'Europa e dalla Merkel? Io questa espressione che sto ascoltando da più di due anni non la sopporto più, per non parlare dei sorrisini dei commissari europei e del fatto di essere stati inclusi tra i "pigs"(maiali). Ma come può uno stato sovrano accettare tutto questo? E chi è la Merkel? E' stata per caso nominata Presidente della Federazione Europea che non esiste? O siamo stati annessi alla Germania e non ce ne siamo accorti?

Certo non si può dimenticare che la crisi italiana dipende in larga parte da gravi problemi strutturali interni mai risolti e che l'euro e questa Europa l'hanno solo peggiorata, ma risolvere quei problemi è compito e responsabilità del nostro governo e non deve essere, né essere percepito, come un'imposizione dall'esterno.




venerdì 13 dicembre 2013

La crisi, la cura europea e le proteste

La situazione mi sembra un tantino complicata. 

Era inevitabile che qualcuno cominciasse a scendere in piazza. Le motivazioni per protestare non mancano. La classe politica è screditata, la crisi economica non accenna a risolversi. 

Sono in molti a definire pessime le cure che l'Unione Europea, o meglio, le sue istituzioni finanziarie impongono ai paesi aderenti. 

Intanto negli Stati Uniti si adottano politiche opposte, anche perché la Federal  Reserve stampa moneta, e le cose vanno molto meglio. 

Così molti, non solo in Italia, additano l'Europa come causa della crisi e i partiti e i movimenti anti europei acquistano sempre più consensi. Ma c'è ovviamente che la pensa diversamente. 

Nella trasmissione Servizio Pubblico appena conclusa, il giornalista Federico Rampini, pur sottolineando che le misure messe in atto in Europa sono sbagliate, affermava che non si può dare colpa all'Europa di certi mali endemici italiani. 

Non è colpa dell'Europa se l'Italia non cresce da 20 anni, non abbiamo certo importato dalla Germania la corruzione della classe politica, né l'atavica incompetenza e inefficienza del ceto politico-amministrativo che non è stato nemmeno in grado di spendere i contributi concessi dall'Europa o magari li ha fatti gestire dalla mafia, dalla camorra  e dalla 'ndrangheta. 

Per questi motivi Rampini sosteneva che non possiamo perdere l'aggancio con l'Europa perché precipiteremmo nei nostri mali atavici e non ci riprenderemmo più, che quindi l'Europa sarebbe la via maestra. 

Ora non ci sono dubbi che criminalità organizzata, inefficienza, corruzione, ma anche la scarsa capacità di certa classe imprenditoriale italiana che ora piange, ma che in passato non è stata capace di rinnovarsi e di far fronte alle sfide di un mondo in evoluzione, sono mali tipicamente interni e che non hanno niente a che vedere con l'Europa. 

Tuttavia mi sembra  contraddittorio affermare che le politiche dell'Unione Europea non sono in grado di dare risposte alla crisi, che anzi l'aggravano, e poi concludere che comunque l'Europa è la via maestra. Sarebbe necessario e urgente rivedere il modo di stare nell'Unione, ma non mi pare che il governo in carica abbia alcuna intenzione di farsi sentire in merito e del resto non ne avrebbe neanche l'autorevolezza. 

Intanto la crisi morde e la gente giustamente protesta. 

Poi certo tra chi protesta c'è di tutto, anche quelli che minacciano di bruciare i libri, quelli che fanno il saluto romano e quelli che inneggiano alla mafia sostenendo che la mafia li fa star bene. 

Pertanto gravi rischi di strumentalizzazioni e anche di derive pericolose ci sono. 

Credo tuttavia che la maggioranza di coloro che scendono in strada siano persone che vogliono solo manifestare il loro sdegno per una classe politica la cui deriva etica e la cui inefficienza non hanno uguali in Europa e altre che sono veramente disperate perché non riescono più a vivere dignitosamente. 

Purtroppo non mi sembra che per il momento dai palazzi del potere si dimostri di aver capito qualcosa, mentre stampa e televisione appuntano l'attenzione più su certi episodi, certamente gravi, che sulle vere motivazioni della protesta.

venerdì 6 dicembre 2013

I Forconi annunciano la rivoluzione per il 9 dicembre, ma ne parlano solo i network. Sarà un flash-mob?

Sul web si parla di una manifestazione indetta per il 9 dicembre e che dovrebbe bloccare il paese per 5 giorni. I quotidiani e gli altri media non ne parlano. Sul gruppo di Facebook “Coordinamento Pistoia 9 dicembre 2013”, al quale mi sono trovata iscritta senza averlo chiesto (e mi domando se non sarebbe più carino proporre l'iscrizione invece di iscrivere direttamente), c'è  un volantino nel quale si invita a scendere nelle piazze contro il far west della globalizzazione che ha sterminato il lavoro degli italiani, contro questo modello di “Europa”, per riprenderci la sovranità popolare e monetaria, per riappropriarci della democrazia, per il rispetto della nostra Costituzione, contro un governo di nominati e di parassiti e per difendere la nostra sacrosanta dignità. Il volantino è firmato coordinamento nazionale per la rivoluzione del 9 dicembre 2013.

Ah, allora si tratta di una rivoluzione? Mi sembrava di ricordare che le rivoluzioni si fanno ma non si annunciano. Non mi risultava che la presa della Bastiglia e del Palazzo d’Inverno fossero state annunciate qualche settimana prima, anche se certamente le rivoluzioni cui diedero inizio erano state preparate da tempo, c’erano i leader e i finanziatori, questi ultimi talvolta insospettabili. Eventualmente si annunciano le marce su Roma, specialmente quando si sa che i rischi sono minimi, che chi dovrebbe far rispettare l'ordine chiuderà un occhio o anche entrambi, perché così vuole il vecchio potere che vacilla, anche se poi le cose possono sempre sfuggire di mano.

Inoltre quando mai le rivoluzioni si fanno pacificamente chiedendo addirittura l'autorizzazione alle Questure?

Magari il termine è stato usato in senso simbolico, tuttavia se, come mi sembra di avere capito, il risultato che si mira a ottenere con la manifestazione è la cacciata di  questa classe politica, che certo se lo meriterebbe, cosa altro sarebbe se non una rivoluzione? Ma allora qual è il progetto alternativo che si intende perseguire, qual è il nuovo tipo di società che si vuole costruire?
E poi dov'è la classe politica di ricambio? Dove sono i Danton, i Robespierre o i Lenin? Dove le idee?

Mi sembra tutto molto vago.

Ho cercato di reperire notizie, almeno sugli organizzatori, ma non ho trovato molto.
   
Qualcuno, sempre nel gruppo di cui sopra, ha postato l’indirizzo di questo sito , ma su Twitter altri dicono che detto sito non ha niente a che vedere con
il movimento e che l’indirizzo ufficiale è invece questo . Non ho avuto modo di confrontare a fondo i siti. I video postati sembrano gli stessi. Quel che è certo è che di chiarezza mi pare ce ne sia poca al di là di generiche velleità di protesta.

Mi domando infatti cosa  significa dire che la globalizzazione ha sterminato il lavoro degli italiani. Noi non dovevamo competere con i cinesi, ma dovevamo impegnarci nella valorizzazione dei prodotti di eccellenza, come fanno i tedeschi. Poi magari sarebbe stato opportuno controllare certi capannoni dove tutti sapevano che c’erano cinesi schiavi a lavorare quasi per niente e che quindi certi prodotti scadenti non potevano che arrivare anche sui nostri mercati a far concorrenza ai nostri prodotti scadenti, non certo alle eccellenze. Se la nostra produttività non cresce da 15 anni, vuol dire che per qualche motivo ci siamo fermati, che la nostra classe imprenditoriale non è granché, che era già in crisi da tempo, che non si è valorizzato il merito, che non si è speso in innovazione. La nostra industria non si è rinnovata, non è stata in grado di affrontare un mondo in evoluzione. La crisi è molto precedente alla crisi. C’era chi lo aveva capito, ma forse non è stato in grado di farlo capire. Basterebbe leggere alcuni scritti profetici di Pasolini o il romanzo “Le mosche del capitale” di Paolo Volponi. Quest’ultimo, uscito nel 1989, è ambientato nella realtà industriale  della seconda metà degli anni ’70, ed è interessante per capire la crisi odierna, anche se purtroppo, a mio parere, è illeggibile (la sostanza c’è, ma lo stile è respingente).

Concordo con la necessità di combattere contro questo  modello di “Europa”, che è l’Europa della finanza e non dei popoli e che certamente ha poco a che vedere con le intenzioni dei padri fondatori, quando ancora c’erano degli ideali, quanto al riprenderci la sovranità popolare e monetaria, pur ritenendo che non si possa continuare a subire i diktat della BCE, che peraltro non è un organismo eletto, mi domando anche se tornare alla lira non sarebbe un rimedio peggiore del male. Non sarà poi che attribuire le cause della crisi all’unione monetaria sia un modo per nascondere le vere magagne del paese? Certamente l’unione monetaria senza l’unione politica è stata un azzardo che ha determinato nefaste conseguenze soprattutto per i paesi come il nostro che per entrarvi a tutti i costi hanno accettato condizioni capestro come il rapporto di  1936, 27 lire per 1 euro. Tuttavia mi domando anche come staremmo, pur con l’euro, se non avessimo criminalità organizzata, corruzione, clientelismo, pletorica burocrazia, giustizia inefficiente, evasione fiscale, e via elencando.

Premesso ciò, chi c’è dietro la rivoluzione del 9 dicembre, intendo soprattutto a livello nazionale? Qualcuno sostiene che ci sia il movimento di estrema destra Forza Nuova. Magari si tratta di un tentativo di screditare la manifestazione (rivoluzione?) da parte dei soliti noti. Quel che è certo è che Forza Nuova aderisce (vedere il sito). L’unica cosa certa è che non si sa molto degli organizzatori, di dove vengano, quali siano le loro idee e appartenenze, se ci sono. Qualcuno sempre su Facebook sostiene che l’idea è nata così, che non c’è nessuno dietro, solo il popolo stanco e arrabbiato. Nessuno può credere a una cosa del genere. Non si tratta di un flash mob! Sono tuttavia convinta che molti di coloro che parteciperanno all’evento siano in buona fede, che molti pensino davvero che l’iniziativa sia spontanea, solo che personalmente non ci credo e mi sembra anche strano che sui quotidiani e gli altri media non ci si preoccupi, che nessuno abbia qualcosa da dire. E la cultura? E gli opinionisti dei quotidiani?

Dei due siti intitolati al 9 dicembre che ho trovato, nel primo, a livello nazionale compaiono tre nominativi,  nell’altro ci sono solo i link  a dei gruppi che rimandano a pagine di Facebook.

E chi sono questi tre?

Uno è Danilo Calvani dei Comitati Riuniti Agricoli, leader storico dei sindacati autonomi degli agricoltori di Latina, che addirittura  invita gli italiani a fare scorta di cibo prima del 9 dicembre. Sulla sua pagina di Facebook  conclude uno dei suoi proclami con “W l’Italia e che Dio ci benedica tutti”! E Dio in politica non mi piace proprio.

Un altro è Mariano Ferro, leader dei Forconi siciliani, di cui non si sa molto, se  non che è un imprenditore di Avola. Sulla sua pagina di Facebook era annunciato per oggi alle 16,30 su Radio 24 un confronto con Oscar Giannino (qualcuno lo ha sentito? Mi sarebbe piaciuto, perché sarà stato divertente, ma ero impossibilitata).

Infine Lucio Chiavegato, ex-presidente L.I.F.E. (Liberi imprenditori federalisti europei)  che si batterebbe per la libertà del popolo veneto o almeno  così si presenta sul suo sito.

Da qualche parte ho trovato anche un riferimento a un certo Prof. Vito Monaco, mai sentito prima, conduttore di una trasmissione su canale Italia (canale 53 del digitale terrestre) dal titolo Notizie oggi.

I primi due sono comunque collegati al movimento dei Forconi e con i Forconi c'era anche Antonio Pappalardo ex Carabiniere (amico del principe siciliano Alliata di Monreale, il nobile “nero” legato a Junio Valerio Borghese e alla Massoneria deviata), che l'anno scorso alla testa di qualche centinaio di agricoltori del sud pontino voleva marciare su Roma. Non so se l'abbia fatto e se sia ancora attivo oggi.
E’ l’unico di cui si trova notizia anche su Wikipedia.  Rappresentante del Cocer (organo di rappresentanza dei carabinieri)  nel 2000, con un documento “sullo stato morale e sul benessere dei cittadini”, mette in allarme il mondo politico con l’invito rivolto all’arma dei carabinieri a fondare “un nuovo stato”!

Sarebbero questi i leader in grado di dare una svolta al paese?

E poi tutta la vicenda puzza un po’ e sa di già visto. Ricordate lo sciopero dei trasportatori e quello delle casseruole in Cile cui seguì la dittatura di Pinochet? 

Purtroppo è nei periodi di crisi, non solo economica, ma anche morale e culturale, che si affermano certe ideologie. La storia insegna. Personalmente non ho appartenenze, anche se ne ho avute in un passato molto lontano. Credo nella giustizia sociale, nell’uguaglianza di partenza per tutti, nell’equità, però non tollero più e da anni il vuoto della sinistra italiana che da una parte continua  a proporre  certi stereotipi, certo politically correct, che talvolta sconfina nel ridicolo , certo falso egualitarismo che rifiuta la meritocrazia e condanna il paese all'inefficienza, e dall’altra non fa più da tempo opposizione né distingue il comportamento dei propri esponenti da quello di quasi tutti i politici preoccupati di mantenersi le poltrone  e di arraffare, senza risolvere alcuno dei gravi ed endemici problemi del paese. Mi considero un'eclettica, disposta a prendere quel che ritiene buono da qualsiasi parte provenga, escluse certe ideologie che la storia ha condannato, ma voglio avere il tempo di valutare, di informarmi, voglio sapere in che direzione si va. Per questo non credo che parteciperò a questa manifestazione o ad altre iniziative del genere, almeno finché non avrò chiarezza sui fini che si pone il movimento e sulle provenienze e appartenenze di chi lo dirige, però magari andrò a dare un'occhiata.

Certo di ragioni per protestare ce ne sono da vendere, non solo per la crisi economica, di cui in Italia molti di noi si sono veramente accorti solo nel novembre del 2011 (anche se nell’immaginario collettivo erano rimasti impressi gli impiegati della Lehamn & Brothers che nel settembre 2008 uscivano con i loro scatoloni), ma per la crisi etica che coinvolge la politica, a tutti i livelli.

Abbiamo un parlamento esautorato, e non solo per la decisione di ieri della Corte Costituzionale che ha bocciato il “porcellum”, ovvero la legge con la quale si vota dal 2005, e che fa del Parlamento un organo di nominati più che di eletti, ma anche perché ormai non legifera quasi più, mentre a partire dal novembre 2011 i governi sono imposti dall’alto. Intanto e da tempo alla politica si è sostituita la magistratura, e non solo quella dell’Alta Corte che ieri ha tolto di mezzo il “porcellum”, facendo ciò che il Parlamento avrebbe dovuto fare da anni, ma anche quella penale, basti pensare alla vicenda dell’Ilva di Taranto e a molte altre.

Bisogna tuttavia riconoscere che un alto livello etico non c’è neanche nella società civile, e del resto la politica non viene da Marte. Il senso civico è stato smarrito da molto tempo, basti vedere certi comportamenti alcuni considerati anche veniali, ma che in altri paesi sarebbero ostracizzati (professionisti che non rilasciano ricevuta fiscale e clienti che non la pretendono, pessimi lavoratori, soprattutto negli enti pubblici, che non hanno doveri, ma solo diritti, carrieristi di facciata senza alcuna sostanza, perché privi delle necessarie competenze, per arrivare alla gente che  sale sugli autobus e non paga il biglietto e a quelli che  lasciano le carte per terra e gli ingombranti all’angolo delle strade o lungo i sentieri di montagna, ecc.). Quindi se il paese è allo sfascio, anche se le maggiori responsabilità ricadono su chi ci rappresenta, che dovrebbe essere migliore, per capacità e onestà, ma così non è, le colpe, con le giuste proporzioni,  sono un po’ di tutti. E’ peraltro vero che per il Parlamento nazionale, con il “porcellum”, non avevamo più la possibilità di esprimere preferenze, ma almeno a livello di enti locali certi individui si poteva non votarli e non votare i partiti che li presentavano (tanto per fare un nome, Fiorito è stato eletto con moltissime preferenze, e certamente chi l’ha votato non doveva essere animato da grandi principi etici).

La situazione è grave, precaria, confusa e alquanto pericolosa.

Mi domando se ci sia un modo per uscirne e se i cittadini onesti e stanchi di una politica inefficiente e corrotta possano ancora fare qualcosa per rimettere in carreggiata questo paese, visto che chi lo dovrebbe fare non è capace o non vuole farlo, e, nel caso, con quali  modalità, mezzi, strumenti.

Una manifestazione possente e pacifica potrebbe avere un significato e magari indurre una parte della politica a cambiare passo. Vedo che c'è molto entusiasmo tra i partecipanti, ma sono i presunti organizzatori che mi danno da pensare.

mercoledì 12 settembre 2018

L'ONU, I MIGRANTI E LA FALSA RETORICA DELL'ACCOGLIENZA

L'ONU manda gli ispettori in Italia per sospetto razzismo nei confronti dei migranti. 

Ora detta Organizzazione farebbe meglio a occuparsi di paesi come l'Arabia Saudita che è agli ultimi posti nel mondo per rispetto dei diritti umani, però siede addirittura in una Commissione ONU per la parità di genere (e non è una bufala), delle tante guerre che si combattono in Africa e di cui poco si parla, spesso connesse allo sfruttamento delle ricchezze di quel continente da parte di paesi Europei, degli USA e della Cina e dalle varie multimazionali presenti in loco che spesso fanno e disfanno i governi locali. 

Premesso ciò, credo che dietro questa preoccupazione per presunte violazioni dei diritti dei migranti da parte del nostro paese si nasconda ben altro. 

Infatti addirittura già nel 2000 un rapporto dell'ONU sosteneva che il calo demografico in Europa, Giappone, e un po' meno negli USA, avrebbe portato nel 2050 a un eccessivo invecchiamento della popolazione e che pertanto sarebbe stato necessario importare migranti. Tra i paesi che ne avrebbero avuto più bisogno si indicava l'Italia la cui età media nel 2050 sarebbe stata di 53 anni mentre il rapporto tra la popolazione in età lavorativa (16-64 anni) e quella anziana sarebbe sceso da 4-5 a 2. 

Ma qui c'è qualcosa che non torna. Io ricordo che quando ero giovane si temeva la minaccia della sovrappopolazione, la c.d. bomba demografica. Ora non se ne parla più e il problema sarebbe il declino demografico dell'Occidente. E si pensa di risolvere il problema sostituendo la popolazione europea con quella africana? E poi è davvero un problema? 

Come si poteva prevedere nel 2000 ,ma anche oggi,cosa succederà da qui al 2050? Come si evolverà il lavoro, quali scoperte scientifiche e conseguenti applicazioni tecnologiche modelleranno il mondo del futuro? Le previsioni a lunga scadenza generalmente sbagliano e di gran lunga. Negli anni '60 del secolo scorso si ipotizzavano le colonie sulla Luna e su Marte e magari anche oltre, ma non lo sviluppo delle telecomunicazioni. Chi avrebbe immaginato computer e smartphone, comunicazioni in temporeale, e via elencando? Negli anni '60 i quarantenni erano già quasi vecchi, oggi sono considerati giovani, e chi può dire se i cinquantenni del 2050 non saranno come i trentenni di oggi? E se il lavoro non sarà in larga parte delegato alle macchine e quindi si lavorerà meno,ma avremo bisogno di specialisti e non di bassa manovalanza? 

E dunque perché preoccuparsi del declino demografico dell'Occidente,mentre sarebbe più opportuno pensare a educare le popolazioni africane alla contraccezione, perché nonostante il nostro declino si prevede che nel 2050 la popolazione mondiale salirà a 9,5miliardi? 

Non sarà che invece, come sostiene Diego Fusaro in questo articolo del 2017, che cita il rapporto dell'ONU di cui sopra, "l'imperialismo globalista" sta cercando di sostituire "il vecchio popolo europeo, composto da individui ancora troppo avvezzi ai diritti sociali, alla dignità del lavoro, alla coscienza di classe, alle conquiste salariali" con una massa di schiavi "senza coscienza di classe, umiliati, strutturalmente instabili, servili e sfruttabili senza impedimenti e a ogni condizione"? E questa la chiamano "accoglienza " e "integrazione",quando poi non c'è nessun vero interesse a integrare, anzi, e comunque probabilmente è allo stato attuale impossibile per una diversità culturale che non si colma certo in pochi anni, ma che invece sarà foriera di gravi problemi sociali.

sabato 25 agosto 2018

I "SEQUESTRATI" DELLA DICIOTTI. PERPLESSITA'.


Passerelle di esponenti di PD, LEU e Radicali sulla Diciotti. Certo non al ponte Morandi o nelle zone terremotate, dove vengono giustamente fischiati. Parlano di sequestrati, di ostaggi. Ma in quale paese persone senza documenti possono entrare liberamente? Dicono che le persone non sono mezzi, ma fini e quindi non si possono usare per ottenere che si affronti il problema nell'UE. Intanto quest'ultima se ne sbatte, perché è un problema italiano,a dimostrazione che la tanto
decantata Europa è solo un'unione economica e monetaria, in cui ciascun paese fa il proprio interesse. Del resto ci siamo scannati fino a 70 anni fa e non ci amiamo molto neanche oggi. Forse tra qualche decennio le cose saranno diverse, ma è evidente che oggi l'unione politica è prematura. E allora? Mi domando cosa sarebbe successo se di fronte alla Libia ci fosse stata la Francia, l'Inghilterra o la Germania. 

Ma l'intellighenzia sostiene che stiamo vivendo una situazione simile a quella che precedette l'avvento del fascismo. Addirittura l’alto consenso popolare intorno all’attuale governo e in particolare a Salvini viene paragonato a quello per Mussolini. Secondo me si tratta di paragoni assurdi, anche perché i contesti sono diversi e, se è vero che la storia è maestra di vita, difficilmente si ripete nelle stesse forme. Io provengo dalla sinistra e credo di essere rimasta legata a certi principi che però non riconosco più nel centro sinistra di oggi, che da una parte si è alleato con i mercati, con il liberismo più sfrenato, fino a dare in gestione ai privati infrastrutture e aziende strategiche disinteressandosi anche del controllo sulla loro azione, e dall'altra ha gestito in maniera pessima il problema dei migranti, che chiama risorse facendo finta di non vedere che sono risorse solo per chi li sfrutta.

Purtroppo ora paghiamo anni di pessima gestione dei flussi, di lassismo, dal quale hanno tratto grossi guadagni personaggi e organizzazioni spesso criminali, dagli scafisti alle pseudo organizzazioni umanitarie fino alle mafie. Ma se si avanzano anche solo delle perplessità su situazioni quantomeno opache ci si deve sentire tacciare di fascisti e razzisti. E' stato detto non troppo velatamente anche a me quando mi è capitato in alcune discussioni di prendere le parti dell'attuale governo. Diciamo che sono un po' contrariata.

Il paese sta cadendo a pezzi e non solo in senso metaforico. 

Ilponte Morandi con i suoi 42 morti ne è il simbolo, ma la gran parte delle nostre infrastrutture hanno bisogno di manutenzione, tutta la gestione delle concessioni va rivista, abbiamo un territorio fragile dal punto di vista idrogeologico, reso ancora più fragile da un clima che sta diventando tropicale, ci sarebbe molto da fare in materia di ambiente, di energie alternative, dovremmo mettere in sicurezza almeno le scuole e gli edifici pubblici che spesso non sono a norma da diversi punti di vista (e se da noi terremoti del 5° o 6° grado della scala Richter procurano più danni che altrove è perché gli edifici sono stati costruiti senza tener conto delle norme antisistimiche, per non dire che spesso è stato costruito dove non si doveva proprio costruire), e via elencando. Però siamo bloccati sulla questione migranti. 

E se il governo cerca di fare qualcosa per porre un freno a una situazione che sta diventando insostenibile, e che è deleteria per i migranti stessi che dovrebbero essere dissuasi dall'intraprendere costosi (e dunque non sono neanche i più poveri che partono) e rischiosi viaggi che nel migliore dei casi li condurranno a lavorare in un campo di pomodori e a dormire in baracche o a chiedere l'elemosina davanti a un supermercato, ecco insorgere i paladini dell'accoglienza che, dopo essere stati la causa di un problema che si è incancrenito, ora lo usano per vedere se riconquistano consensi usando lo spauracchio del fascismo.

giovedì 1 settembre 2016

La disgustosa campagna sulla fertilità

Questa volta non gli è andata bene. Gli slogan del Governo hanno fatto un po' schifo. La campagna del "fertility day"  ha suscitato fortunatamente parecchio disgusto. Addirittura la fertilità (talvolta scritto anche con la F maiuscola nel piano del governo!) sarebbe un bene comune, come l'acqua.  Ho notato però che sono pervenuti assensi da parte di insospettabili antigovernativi, in particolare da quelli che temono che gli immigrati ci sostituiranno. Dunque donne fate figli perché altrimenti saremo sostituiti dagli immigrati! Quindi fare figli non sarebbe più una scelta personale (che magari i governi avrebbero il dovere di aiutare con politiche idonee, più lavoro, più garanzie, più asili nido, più mense scolastiche, più servizi ) ma un obbligo di Stato.  

In molti abbiamo detto che ci ricordava qualcosa. Qualcuno per aver parlato di deriva verso il passato mi ha paragonato a un "cagnaccio pavloviano" che appena sente parlare di "nascite" pensa: "fascismo", ma era ovvio che a fronte di tali idiozie la prima cosa che poteva venire in mente era la campagna di mussoliniana memoria sulla potenza del numero. 

Perché si dovrebbe aver paura della denatalità in un mondo sovrappopolato in cui vivono attualmente 7 miliardi di persone ma che presto saranno il doppio? E anche da noi con un territorio in larga parte montuoso e disastrato 60 milioni sono già troppi. Di pianeti ne abbiamo al momento uno solo e lo stiamo distruggendo. Più siamo, più inquiniamo, anche se certo si potrebbero varare efficaci politiche per il territorio, ma non mi sembra che, al di là dei discorsi e degli inutili summit, si faccia molto in questa direzione.

Dunque paura che gli immigrati ci sostituiscano? Probabilmente accadrà se continuiamo a non risolvere i problemi, anzi ad aggravarli. Certo che gli immigrati rappresentano un problema, specialmente quelli che provengono da culture troppo diverse dalla nostra  e che hanno l'intenzione di riproporla da noi. La soluzione però sta nello stabilire e fare rispettare dei criteri (non possiamo accogliere tutti senza distinzioni), nell'operare i necessari controlli,  e soprattutto nella tolleranza zero nei confronti di comportamenti e usi che contrastano talvolta anche con le nostre leggi, ma quasi sempre con i nostri principi, la soluzione sta nell'educazione e soprattutto nella forza dei valori, delle idee. Certo che se non abbiamo più valori e idee, o ci crediamo sempre meno,  e pensiamo di risolvere il problema con il numero siamo perduti. 

domenica 21 agosto 2016

La metamorfosi di femministe e progressisti nei confronti dell'Islam

Ma cosa è successo a femministe e progressisti? Sembra che la paura di apparire islamofobi o razzisti abbia determinato in loro una metamorfosi.

Leggo post deliranti su Facebook e persino articoli altrettanto deliranti di persone che penserei dovessero avere avere una visione della situazione mondiale un po' più profonda della maggior parte di coloro che scrivono sui socialnetwork.

Femministe e larga parte del mondo c.d. progressista, così attenti alla difesa dei diritti civili, ma ultimamente più pronti a scagliarsi contro la mercificazione del corpo delle donne in Occidente, cosa che talvolta assume anche contorni ridicoli,  che a combattere per problemi più seri, ora si dimostrano tolleranti nei confronti della sottomissione della donna islamica, sottomissione che certamente non si esplica solo in un modo di vestire, ma di cui anche il modo di vestire è espressione, e che paragonano le palandrane, comunque esse si chiamino, nelle quali deve rinvolgersi al tacco 12, come se da noi ci fosse una legge o una richiesta pressante in tal senso di genitori e mariti, e poi  chi lo porta se non donne dello spettacolo e della politica (che talvolta è la stessa cosa!), o magari alla taglia 42 come mi disse una filoislamica italiana oltre 10 anni fa quando Facebook ancora non esisteva e blateravamo sui blog.

Nel frattempo filosofi marxisti affermano che "la religione della trascendenza (peraltro come se esistessero religioni che non si occupano della trascendenza) – sia islamica, sia cristiana – è una feconda risorsa di senso e di resistenza rispetto al monoteismo idolatrico del mercato, all’integralismo fanatico dell’economia e al nichilismo assoluto della forma merce." (vedere l'articolo di Diego Fusaro su "Il fatto quotidiano" del 17 agosto scorso). 

E se è ormai riconosciuto da molti che questa che vogliono far apparire come guerra di religione e guerra di civiltà, è stata in larga parte creata con finanziamenti occidentali oltre che dell'Arabia Saudita e alleati, e ancora non è chiaro se la cosa sia sfuggita di mano o se invece si stia proseguendo con un disegno ben preciso che potrebbe avere diversi scopi, tuttavia non posso non rilevare che l'articolo di Fusaro è allucinante. Dunque ci sarebbero alcuni orfani del comunismo disponibili a buttarsi nelle braccia di una religione, cristiana o islamica che sia, perché "le religioni della trascendenza restano un ostacolo per l'economia di mercato: già solo per il fatto che sono monoteismi alternativi a quello di mercato"?  

Ma non ci si rende conto che poi le religioni vogliono vendere tutto il pacchetto, compresa la perdita delle libertà individuali? E' quello che è accaduto a partire dalla c.d. rivoluzione islamica iraniana di Khomeini, almeno inizialmente accolta bene a sinistra, perché si era cacciato lo Scià, fantoccio degli Stati Uniti, e oggi ci sono anche dubbi che in fondo gli americani lasciarono fare perché Khomeini rappresentava almeno la garanzia che le forze di ispirazione marxista non si sarebbero mai affermate in Iran. 

E se è vero altresì che il capitalismo, può dimostrarsi "liberal" per quanto riguarda le libertà individuali e i diritti civili, ma dietro questa immagine progressista nasconde ingiustizie sociali, inquinamento ambientale, e via elencando, non mi sembra nemmeno che nelle teocrazie islamiche ci sia giustizia sociale e comunque il mondo cui si deve aspirare è quello in cui siano garantiti al contempo la giustizia sociale, la salute, l'ambiente e ovviamente le libertà individuali.

sabato 20 agosto 2016

Il burkini non è un solo un costume ma è il simbolo di un'ideologia che opprime la donna


Questo è un affresco che decora una sala della Villa romana del Casale di Piazza Armerina risalente al periodo tra il 320 e il 350 d.C. Si vedono fanciulle che fanno esercizi ginnici abbigliate con quello che sembra un moderno bikini. Ora non che tra i romani, come tra i greci, e in genere tra i popoli antichi, la donna avesse la stessa posizione dell'uomo nella società, tutt'altro, ma almeno non c'era quel senso del peccato e quella paura del corpo femminile che avrebbero caratterizzato sia il Cristianesimo che, in seguito, l'Islam. 


In Occidente per tornare a scoprire il corpo della donna sarebbero stati necessari quasi due millenni. 

Anche in alcune società islamiche c'era stata una certa evoluzione del costume nei decenni scorsi, come dimostrano alcune foto degli anni 70 e 80, ma poi c'è stato un regresso che non si può negare. 



Ora le donne islamiche vengono sulle nostre spiagge con il burkini e in Francia alcuni sindaci li hanno vietati scatenando un putiferio di polemiche.

Vedo che anche qui ne hanno parlato in molti sostenendo in larga parte la tesi che ognuno ha diritto di vestirsi come vuole, che anche indossare il burkini è una scelta che va difesa, e giù poi a ricordare che anche le nostre nonne andavano vestite in spiaggia e che nelle campagne portavano vestiti neri e fazzoletti in testa, specialmente se non erano più giovanissime o se erano sposate o vedove. 
Peraltro per quanto riguarda le nostre nonne già dai primi del '900 qualche costume c'era, anche se castigatissimo, e non meno castigati erano quegli degli uomini, ma certo bisogna arrivare agli anni '30 per vedere qualcosa di vagamente idoneo, e sembra che in Italia negli anni '50 il Ministro dell'Interno Scelba mandasse i poliziotti sulle spiagge per controllare - metro alla mano - che l'altezza del bikini fosse"regolamentare".

Tutto questo è vero, ma ricordare che le società occidentali ancora negli anni '50 e '60, soprattutto in Italia, risentivano dell'influsso di una religione che per millenni aveva colpevolizzato la donna e visto nel suo corpo e nel corpo umano in genere uno strumento del demonio, per non dire di altre cose, anche più sostanziali dell'abito, a mio parere ha poco senso, perché le nostre società si sono evolute, quelle islamiche ancora no e negli ultimi decenni, anzi, si è verificata un'involuzione, un imbarbarimento, che ha molte cause di cui si può discutere, ma che non si può disconoscere. 

E dubito che andare in giro su una spiaggia e soprattutto nuotare paludate con il burkini, come girare per le città con oltre 30 gradi, coperte da capo a piedi, sia una libera scelta, almeno che non si sia masochiste, o lo si faccia per provocare. Pertanto non spenderei tante parole per difendere questa presunta libertà di vestirsi come si vuole, quando è evidente che burka, hijab, chador, ma anche un semplice velo e il burkini, sono forme di mortificazione della donna e simbolo della sottomissione della stessa.

Peraltro continuare in questa direzione significa cadere nella trappola degli islamisti che sanno che gli consentiamo tutto pur di non passare per islamofobi e razzisti.

Fortunatamente di tanto in tanto nel profluvio di post e articoli indignati in difesa della libertà delle donne islamiche di vestirsi come vogliono si legge anche qualche articolo più serio, come questo di Monica Lanfranco sul Fatto Quotidiano del 17 agosto scorso, che stigmatizza l'imbarbarimento dell'Islam degli ultimi decenni con la sua ossessione per la fisicità e la sessualità e la schiavizzazione delle donne.


E sulla pagina di Facebook di un italiano di origini arabe ho scoperto che addirittura in molte piscine e spiagge, sia in Egitto che in Marocco che in altri paesi arabi, il burkini è vietato, ufficialmente per "ragioni igieniche" nel caso delle piscine e di "decoro" nel caso delle spiagge, ma in verità perché non si vogliono le "imburkinate" che quasi mai si limitano a fare il bagno senza dare fastidio alle connazionali in costume. Quindi appare abbastanza demenziale che si voglia permettere in Europa ciò che si cerca faticosamente di arginare nei paesi arabi.


venerdì 27 maggio 2016

Francesco Starace, AD di Enel, alla LUISS: come si distruggono gli oppositori.

Cambiamento è una delle parole più amate dai politici, in particolare in campagna elettorale, ma particolarmente abusata negli ultimi tempi. Basti pensare che larga parte della campagna elettorale di Renzi per il referendum sulla riforma costituzionale si incentra sull'Italia che cambia, che dice SI al cambiamento.

Però se si cerca su un vocabolario si trova che cambiamento significa mutamento, trasformazione, variazione, atto ed effetto del diventare diverso. Il cambiamento dunque è neutro, non è positivo per definizione e può anche non richiamare necessariamente un'evoluzione.
Ora se non si può negare che nel nostro paese ci sono molte cose da cambiare, bisogna vedere come si intende cambiarle.


E a proposito di cambiamenti volevo richiamare l'attenzione su un episodio che ha fatto scalpore in questi giorni e che riguarda Francesco Starace, da due anni amministratore delegato di Enel, che, in un incontro dello scorso aprile con gli studenti dell’Università LUISS di Roma (Libera Università Internazionale degli Studi Sociali), Università privata promossa da Confindustria, a un ragazzo che gli chiedeva:”Come si fa a cambiare un’organizzazione come Enel?” rispondeva così: “Innanzitutto ci vuole un gruppo di persone convinte su quest’aspetto. Non è necessario che sia la maggioranza. Basta un manipolo di cambiatori. Poi vanno individuati i gangli di controllo dell’organizzazione che si vuole cambiare. E bisogna distruggere, distruggere fisicamente questi centri di potere. Per farlo, ci vogliono i cambiatori che vanno infilati lì dentro, dando a essi una visibilità sproporzionata rispetto al loro status aziendale, creando quindi malessere all’interno del del ganglio che si vuole distruggere. Appena questo malessere diventa sufficientemente manifesto, si colpiscono le persone opposte al cambiamento, e questa cosa va fatta in maniera la più plateale possibile, sicché da ispirare paura o esempi positivi nel resto dell’organizzazione. Questa cosa va fatta velocemente, con decisione, senza nessuna e dopo pochi mesi l’organizzazione capisce, perché alla gente non piace soffrire. E quando capiscono che la strada è un'altra tutto sommato si convincono vanno tutti lì. È facile ”. Seguivano gli applausi dalla platea dei manager del domani. Quindi riprendeva “Non la paura: come dire, se del cambiamento siamo convinti, è giusto, e tutto sommato il capo sono io, quindi si fa. E dopodiché la cosa succede. A questo punto si va a parlare ai collaboratori. I collaboratori sono fondamentali per fare una buona carriera in azienda, non puoi fare una buona carriera tradendo i collaboratori, maltrattando i collaboratori, impaurendo i collaboratori, non motivando i collaboratori, annoiando i collaboratori, nascondendoli perché sono troppo bravi. Bisogna individuarli, curarli, assortirli perché devono essere diversi, ma poi bisogna anche gestire i casini che la diversità crea. Insomma occorre coltivarli, curarli in maniera maniacale, perché sei nessuno senza i collaboratori. E' tutto lì.” (il passaggio incriminato si trova al minuto 43 del video)

Dunque grande attenzione ai collaboratori, ma azioni di guerra contro chiunque osi opporsi.

Ma a chi si riferisce con gangli di controllo dell’organizzazione che si vuole cambiare e centri di potere? Dirigenti riottosi, sindacati? O chi altro? E il manipolo di cambiatori cui si deve dare una visibilità sproporzionata al loro status aziendale come viene reperito o meglio assoldato?

Ora chiunque lavori in un ente o un'azienda o vi abbia lavorato sa che c'è sempre chi si oppone ai cambiamenti, spesso a torto, qualche volta a ragione, perché come ho detto cambiamento non ha sempre una connotazione positiva, qualche volta può averla peggiorativa o talmente confusa da risultare in sostanza peggiorativa, senza contare tutte le volte che il cambiamento è solo di facciata, cioè si chiama cambiamento qualcosa che nella sostanza è una passata di vernice sul vecchio o una bella confezione di nulla.

Ma quello che è grave, al di là del contenuto del cambiamento che si vuole imporre, e anche se esso fosse positivo nella maniera più assoluta , è che Starace, che si presume si comporti così, insegna a dei ragazzi che domani potranno dirigere un'azienda come eliminare qualsiasi opposizione con azioni che, da come vengono descritte, sembrano azioni di guerra (manipolo, infiltrazioni, distruggere fisicamente, colpire, ispirare paura, ecc.). Ora un amministratore delegato, un dirigente, che si comporta così, invece di cercare di utilizzare strumenti di persuasione, credo che non sia una persona capace di stare a quel livello. E quindi mi domando quali siano i risultati ottenuti da Enel da quando Starace è divenuto AD? Mi chiedo anche se è questo che si insegna nelle università per i dirigenti di domani? Ed è questo che già si fa nelle aziende oggi? Si fa e si insegna a fare “tabula rasa” di chiunque si opponga ? Non sarà questa anche la linea di governo di Renzi?


lunedì 29 giugno 2015

La crisi greca e l'Europa

- La Grecia ha truccato i conti per entrare nell'Euro. Vero, ma con l'autorevole aiuto di Goldman Sachs ( e quest'ultima l'ha fatto solo per i soldi della consulenza o c'era un disegno? Di chi?).

- La Grecia non vuole fare le riforme necessarie per diventare un paese moderno. Ma le misure imposte finora dalla “troika” non hanno certo portato il paese fuori dalla crisi. E se anche, come sostengono alcuni, cominciava ad esserci una leggera crescita siamo sicuri che sia stata una conseguenza della cura o di altri motivi? E comunque a che prezzo? La classe media ridotta in povertà e chi già era povero ridotto all'indigenza. Del resto ci saranno dei motivi se una formazione della sinistra radicale come Syriza è riuscita a vincere le elezioni.

- I debiti si pagano, ma la Grecia non vuole pagarli e le conseguenze ricadranno anche sui cittadini italiani considerato che l'Italia è il terzo paese creditore dopo Germania e Francia. Vero anche questo, non si può certo negare. Tuttavia uccidere il debitore è anche peggio, perché allora sarà certo che non si recupererà niente, neanche a lunga scadenza. E poi quali saranno le conseguenze su tutta l'Eurozona? Sembra comincino ad avere paura che crolli l'intero sistema. La Merkel avrebbe detto stasera che “se fallisce l'euro, fallisce l'Europa”.

Oggi in diversi ricordavano che la stagione più feconda e gloriosa della Grecia iniziò nel VI secolo A.C., con quello che fu proprio un megacondono dei debiti: la seisachtheia (σεισάχϑεια), ovvero lo "scuotimento dei pesi" di Solone, che liberò tanti cittadini ateniesi dall'incubo di diventare schiavi dei propri creditori. E c'era chi invitava i vertici della UE a guardare più a Solone che a fare i soloni, perché forse in questo modo “lo spirito europeo tornerà a volare”.

Quel che è certo è che oggi l'Europa non ha realizzato alcuno dei progetti che erano nella mente degli ideatori, ma è solo un'unione monetaria, secondo alcuni fallimentare, in cui i paesi più forti, Germania in testa, impongono le loro condizioni agli altri. Nessun passo avanti è stato fatto invece nella direzione di un'unione politica tra stati con pari dignità, anche se di diverso peso. Ciò richiederebbe un sentire comune e almeno, per cominciare, una politica estera e della difesa comuni, dalle quali siamo molto lontani, come del resto dimostrato anche dalle questioni dei migranti e dell'estremismo islamico.


Ma se le cose continuano ad andare così non sarebbe meglio allora che ognuno andasse per la sua strada?

martedì 14 aprile 2015

Disposofobia

Leggendo “La regola dell'equilibrio” di Gianrico Carofiglio ho scoperto di soffrire di disposofobia. Il termine letteralmente significa "paura di buttare", dall'inglese to dispose, "gettare", "buttare", "disfarsi (di qualcosa)", con il suffissoide -fobia, dal greco φόβος, phóbos, "panico", "paura". Si tratta di un disturbo mentale caratterizzato da un bisogno ossessivo di acquisire (senza utilizzare né buttare via) una notevole quantità di beni, anche se gli elementi sono inutili, pericolosi, o insalubri. L'accaparramento compulsivo provoca impedimenti e danni significativi ad attività essenziali quali muoversi, cucinare, fare le pulizie, lavarsi e dormire. Sembra connesso a insicurezza, paura di cambiare, difficoltà a prendere decisioni.
Il protagonista del romanzo ha accumulato tante di quelle cose che che la situazione gli è sfuggita di mano, in particolare per via dei libri che sono ovunque, anche per terra, sui tavoli, sulle poltrone, sulle sedie, nel bagno, in cucina, alcuni non proprio indispensabili, ma decide di far ordine solo dopo aver scoperto una notte, vagabondando su Wikipedia, di essere affetto da disposofobia. Così si procura degli scatoloni e li riempie di libri da destinare ai mercatini dell'usato e addirittura ai cassonetti dell'indifferenziata. E se “potrebbe lasciare sgomenti l'idea di buttare i libri nei cassonetti, … quale destino si può riservare a volumi con titoli come Meditazioni per la stanza da bagno, Manuale pratico di autoipnosi, Cento e uno rimedi contro l'insonnia, Come Proust può cambiarvi la vita e molti altri simili?”
Ora poiché sono tre mesi che cerco di far pulizia a casa mia, ma non ne vengo a capo, qualche dubbio che ci fosse qualcosa di patologico devo dire che mi era venuto.
Anch'io accumulo di tutto, dai sottobicchieri con le pubblicità delle birre ai depliant di mostre e iniziative varie, ma in particolare libri, articoli di giornale (anche se un po' meno da quando posso salvarli sul computer), carte varie e vestiti, e soprattutto non riesco a buttarli. Ma oggi, dopo essere venuta a conoscenza della disposofobia, anche
se la mia casa non è al livello di quelle che appaiono nell'articolo di Wikipedia, ho un po' accelerato l'immane opera. Così ho conferito alla differenziata, tra altre cose, una pubblicazione satirica del Male dal titolo La nuova costituzione Italiana (1994), Povero Silvio di Antonio Cornacchione (2004), Il giorno più bello della vita – Guida al matrimonio di Fabio Fazio, America, pubblicazione allegata al Settimanale Panorama e risalente al 1992, La mia vita di Vittorio Sgarbi (1991), Un anno da zitella (tanto ormai altro che un anno!), Sesso a chi tocca di Stefania Casini, Manuale per difendersi dalla mamma di Gianni Monduzzi e una serie innumerevole di volumetti sull'astrologia, la magia, l'autoipnosi, e varie Sibille dei faraoni e oracoli di Napoleone, probabilmente allegati alla rivista Astra che un tempo leggevo. Ho anche gettato una serie di agende in cui avevo annotato pensieri ed eventi non particolarmente degni di essere conservati per i posteri.

Chissà se anche perdere tempo a scrivere queste cose e procrastinare il sonno è considerato patologico.

venerdì 13 marzo 2015

Un film d'antan, Aelita regina di Marte

Per caso, leggendo un articolo su Atlantide,  ho scoperto l'esistenza  di questo film sovietico del 1924, dal titolo "Aelita, regina di Marte", ovviamente muto, in bianco e nero, e, in questa versione, con didascalie in inglese.

La storia è ambientata nell'anno 1921.

Le radio del mondo intero captano un messaggio misterioso di sole tre parole di una lingua sconosciuta: "Anta… Adeli… Uta…".

Il segnale proviene da Marte dove un potente telescopio permette di osservare la vita su altri mondi. La Regina di Marte, Aelita, può così dare uno sguardo alla vita sulla terra. A Mosca un ingegnere, Los, che ha qualche problema con la moglie da cui crede di essere tradito, comincia a fantasticare sulla possibilità di raggiungere il pianeta da cui proviene il segnale. Riesce infine a costruire un'astronave con la quale, dopo aver ucciso la moglie in un accesso di gelosia, fuggirà su Marte insieme a un soldato in cerca di avventure e a un aspirante investigatore che gli dà la caccia per l'omicidio della

donna. Su Marte Los si innamorerà di Aelita, ma il soldato resosi conto che sul pianeta i lavoratori sono degli schiavi che vengono addirittura congelati quando non servono (magari a qualcuno anche qui oggi potrebbe sembrare un'ottima idea!!!) provoca una rivolta invitando gli schiavi a insorgere e a costituire l'Unione Sovietica di Marte (!), insomma un tentativo di esportare la rivoluzione d'ottobre su Marte. In un primo momento la regina, che ha un potere solo nominale, appoggia la rivolta, ma, appena eliminato il governatore del pianeta che deteneva il vero potere, tradisce i terrestri facendo fallire la rivoluzione. A questo punto Los si ritrova a Mosca, corre a casa, scopre di non aver ucciso la moglie che lo aspetta felice e innamorata, getta nel fuoco i disegni dell'astronave. E' stato solo un sogno.

Ma cosa c'entra Atlantide?

Nel corso degli eventi si scopre che la popolazione di Marte discende da terrestri partiti da Atlantide molto tempo prima.

Nel film non è molto chiaro o mi sono distratta, ma di ciò si parla nel romanzo da cui il film è tratto, "Aelita", pubblicato in URSS nel 1922 (edito nel 1982 in Italia, dagli Editori Riuniti  per l’antologia Noi della galassia), di Aleksej Nikolaevic Tolstoj (1883 - 1945), lontano parente del più celebre Lev Nikolaevic Tolstoj.

Non ho letto il romanzo, che voglio cercare, ma sembra che il film sia molto diverso.

Intanto, a differenza del romanzo, il film ha una lunga sezione che si svolge sulla Terra,  piuttosto noiosa e certamente sproporzionata per un film di fantascienza, ma  interessante perché documenta in modo molto realista l’ambiente sociale di Mosca nei primi anni dopo la rivoluzione, con la povertà, i problemi di approvvigionamento, il mercato nero, i corrotti, i nostalgici della vita precedente che si incontrano in feste clandestine.   

Inoltre nel film le vicissitudini di Los e compagni su Marte si dimostrano solo un sogno, non così nel romanzo che ha anche un finale tragico perché la rivolta su Marte fallisce e Los viene ucciso insieme alla regina di cui si è innamorato.

Nel complesso il film mi è parso un "pot-pourri" di generi, dalla commedia romantica, al film sociale e di propaganda (che oggi appare involontariamente satirico) fino alla fantascienza che si esplica soprattutto nella parte finale.

Sembra che circoli soprattutto nella versione ridotta di 70 minuti, ma io mi sono beccata quella originale di due ore con didascalie in inglese. https://youtu.be/je1bIhS-7G8

Il regista, Jakov Protazanov, che aveva all'attivo molti film girati prima della rivoluzione,  nel 1919 era fuggito dall’Unione Sovietica, lavorando per alcuni anni in Francia e Germania, ma nel 1923 aveva deciso di far ritorno in patria.

Nella Russia rivoluzionaria, dove il romanzo di Aleksej Nikolaevic Tolstoj aveva destato grande entusiasmo popolare e molta attenzione da parte delle autorità, ci fu grande attesa anche per il film, la cui lavorazione durò un anno e mezzo, e che doveva essere un "colossal" destinato principalmente all’esportazione. Ma, nonostante le intenzioni dei produttori, ebbe tuttavia scarsa diffusione nei paesi dell’Europa occidentale, dove fu ostacolato dalla censura per ragioni politiche, mentre in Unione Sovietica circolò poco perché ebbe una pessima critica e fu avversato dalle autorità che lo considerarono una distrazione futile "all’occidentale" che mette al centro  il sogno di un borghesuccio.

A mio parere è abbastanza noioso ma è interessante per l'ottima fotografia che si riconosce ancora dopo tanti anni e per il contrasto tra il realismo della prima parte che documenta la vita a Mosca nei primi anni dopo la rivoluzione e i costumi e le scenografie della parte ambientata su Marte ideati dagli artisti dell'avanguardia costruttivista.



Ad ogni modo la frase "Let's meet tonight at the tower of radiant energy (incontriamoci stanotte alla torre dell'energia radiante)" è molto romantica!

Nel complesso film vedibile  per gli amanti del cinema "vintage".

Pubblicato anche sul blog: Avalon e dintorni

Fonti: 

http://it.wikipedia.org/wiki/Aelita_%28film%29

http://digilander.libero.it/abydosgate/html/sf/24.htm



sabato 17 gennaio 2015

Siamo ancora tutti Charlie Hebdo?

Eravamo tutti Charlie Hebdo, ma dopo poco più di una settimana, ecco che cominciano ad affiorare i distinguo.

Uno dei fondatori di Charlie Hebdo, Henri Roussel, in un articolo sul Nouvel Observateur, firmato con lo pseudonimo Delfeil de Ton,  ha accusato Charb, il direttore del settimanale satirico tra le vittime della strage, di aver “trascinato la sua squadra verso la morte” pubblicando vignette dal contenuto provocatorio sul profeta Maometto.

Poi il Papa sul volo dallo Sri Lanka alle Filippine, rispondendo alle domande dei giornalisti dei media internazionali che viaggiavano con lui, ha spiegato che “non si può reagire violentemente”, anzi, che è “un’aberrazione uccidere in nome di Dio”, però ha continuato affermando che "se il dottor Gasbarri [l’organizzatore dei viaggi papali, che si trovava a fianco del Pontefice], che è un amico, dice una parolaccia contro mia mamma, gli aspetta un pugno", lasciando intendere, con l’esempio dell’offesa alla mamma, che toccando ciò che le persone hanno di più caro a volte possono scattare reazioni inconsulte.

Dunque si comincia a dire da più parti che anche la satira e quindi la libertà di espressione incontrano dei limiti, in particolare che non si dovrebbero offendere i sentimenti religiosi altrui.

Anche a me è capitato di parlare con persone che si sono sentite offese da alcune vignette sulla religione cristiana, in particolare quella sulla Trinità. Qualcuno mi ha detto che dopo aver visto certe vignette non si sente più Charlie.  Il concetto è che "chi offende il mio Dio, offende me" . Anche se nessuno di loro giustifica l'assassinio, in sostanza è come se dicessero che i vignettisti di Charlie Hebdo se la sono andata a cercare e che anche la satira deve avere dei limiti.

Ma la satira si è sempre scagliata sia contro il potere che contro la religione che comunque è una forma di potere, tanto più nei paesi dove non esiste distinzione tra potere politico e potere religioso. Certo che la satira può  essere greve, certo che la satira è offensiva, altrimenti non è satira. Poi ovviamente anche la satira può essere criticata. E chi si sente offeso potrà sempre ricorrere ai tribunali. Il codice penale stabilisce pene  per la diffamazione e la calunnia e anche per le offese a una confessione religiosa. Ma la libertà di espressione dovrebbe essere assoluta. Ora io penso così perché, non seguendo alcuna religione e avendo una visione assolutamente laica, mi resta anche difficile immedesimarmi in chi dice "chi offende il mio Dio, offende me". Però se qualcuno offende me lo prenderei volentieri a calci, come minimo, poi ovviamente, poiché sono una persona civile, mi rivolgo a un tribunale.

Poi ci si potrebbe domandare se non debbano esserci limiti nel caso di incitamento all'odio razziale o addirittura al terrorismo.

Proprio in questi giorni in Francia è stato arrestato il controverso comico francese di origine camerunense, Dieudonné, noto per i suoi atteggiamenti provocatori e accusato spesso di antisemitismo. Dieudonné, che aveva partecipato alla marcia di domenica scorsa a Parigi, tornato a casa, aveva scritto sul web il messaggio "Je suis Charlie Coulibaly", spiegando poi in una lettera al  ministro dell’Interno, Bernard Cazeneuve, di sentirsi considerato "come Amedy Coulibaly" (l'attentatore del supermercato Kosher) ma di "sentirsi Charlie". E' stato scarcerato ma rinviato a giudizio per "apologia di terrorismo".

Dunque c'è un limite?

E si può scherzare sulla Shoa? O si può negarla? Nell'ottobre 2013 ci fu una grossa polemica in Italia per le affermazioni del matematico Oddifreddi che aveva criticato un decreto approvato in Senato in cui si equiparava a un reato la negazione dell’Olocausto perché "affidarsi non alla storia, ma alla legge, per stabilire cosa è successo nel passato è tipico dei sistemi autoritari alla 1984, e non a caso Orwell parla al proposito di psicoreati, perseguiti da una psicopolizia". Quindi, rispondendo al commento di un lettore che definiva il processo di Norimberga un’opera di propaganda,  si dichiarava d’accordo affermando che se la guerra fosse andata diversamente sarebbero stati gli alleati a essere processati per crimini di guerra, e infine, con riferimento all'Olocausto, esprimeva forti dubbi "su quanto il ministero della propaganda alleata ci ha presentato come verità storica".

E il "politicamente corretto", che spesso sfocia nel ridicolo (pensiamo, ad esempio, al genitore 1 e al genitore 2), non è anch'esso una forma di limitazione della libertà di espressione?

Certamente la questione, sotto certi aspetti, è controversa, ma, a mio parere, la libertà di espressione non può avere limiti.   

martedì 25 marzo 2014

L'affermazione del Fronte Nazionale di Marie Le Pen alle elezioni comunali francesi. Un segnale per l'Europa.

Tutti preoccupati per il risultato ottenuto in Francia alle elezioni comunali dal Fronte Nazionale di Marie Le Pen. Si parla di populismo e di fascismo. Strano che pochi giorni fa sia andato al governo in Ucraina un partito di estrema destra, quasi o del tutto nazista, ma di preoccupazioni in giro se ne siano viste poche, forse perché quei nazisti lì sono europeisti e quindi sono buoni, anche se certo l'Ucraina non è la Francia né l'Italia.

Ieri Marie Le Pen ha commentato "In alto ci sono i socialisti e i sarkozysti, l'euro e l'Europa, l'immigrazione e il libero mercato. In basso c'è il popolo. E ci stiamo noi."

Dunque si è venuta a creare una situazione per cui destra  e sinistra vengono accomunate come espressione dello stesso establishment, della stessa classe dominante, che non fa gli interessi del popolo e del proprio paese ma quelli di organismi superiori europei non eletti. E se questa è la percezione di un largo strato della popolazione è inevitabile che  i movimenti che si richiamano all'identità nazionale acquistino consenso anche da parte di chi glielo avrebbe negato fino a poco tempo fa.

Sta accadendo anche in Italia. E ovviamente ci sono molti timori per quel che succederà alle imminenti elezioni europee dove è prevedibile una grande affermazione di partiti e movimenti antieuropeisti. Renzi già avverte che "Le elezioni europee non sono un referendum su di me e sul governo"!

Ma non si sono ancora resi conto che la ricetta europea dell'austerità sta peggiorando la crisi economica e che comunque c'è una sempre maggiore insofferenza per i "compiti a casa" imposti dall'Europa e dalla Merkel? Io questa espressione che sto ascoltando da più di due anni non la sopporto più, per non parlare dei sorrisini dei commissari europei e del fatto di essere stati inclusi tra i "pigs"(maiali). Ma come può uno stato sovrano accettare tutto questo? E chi è la Merkel? E' stata per caso nominata Presidente della Federazione Europea che non esiste? O siamo stati annessi alla Germania e non ce ne siamo accorti?

Certo non si può dimenticare che la crisi italiana dipende in larga parte da gravi problemi strutturali interni mai risolti e che l'euro e questa Europa l'hanno solo peggiorata, ma risolvere quei problemi è compito e responsabilità del nostro governo e non deve essere, né essere percepito, come un'imposizione dall'esterno.




venerdì 13 dicembre 2013

La crisi, la cura europea e le proteste

La situazione mi sembra un tantino complicata. 

Era inevitabile che qualcuno cominciasse a scendere in piazza. Le motivazioni per protestare non mancano. La classe politica è screditata, la crisi economica non accenna a risolversi. 

Sono in molti a definire pessime le cure che l'Unione Europea, o meglio, le sue istituzioni finanziarie impongono ai paesi aderenti. 

Intanto negli Stati Uniti si adottano politiche opposte, anche perché la Federal  Reserve stampa moneta, e le cose vanno molto meglio. 

Così molti, non solo in Italia, additano l'Europa come causa della crisi e i partiti e i movimenti anti europei acquistano sempre più consensi. Ma c'è ovviamente che la pensa diversamente. 

Nella trasmissione Servizio Pubblico appena conclusa, il giornalista Federico Rampini, pur sottolineando che le misure messe in atto in Europa sono sbagliate, affermava che non si può dare colpa all'Europa di certi mali endemici italiani. 

Non è colpa dell'Europa se l'Italia non cresce da 20 anni, non abbiamo certo importato dalla Germania la corruzione della classe politica, né l'atavica incompetenza e inefficienza del ceto politico-amministrativo che non è stato nemmeno in grado di spendere i contributi concessi dall'Europa o magari li ha fatti gestire dalla mafia, dalla camorra  e dalla 'ndrangheta. 

Per questi motivi Rampini sosteneva che non possiamo perdere l'aggancio con l'Europa perché precipiteremmo nei nostri mali atavici e non ci riprenderemmo più, che quindi l'Europa sarebbe la via maestra. 

Ora non ci sono dubbi che criminalità organizzata, inefficienza, corruzione, ma anche la scarsa capacità di certa classe imprenditoriale italiana che ora piange, ma che in passato non è stata capace di rinnovarsi e di far fronte alle sfide di un mondo in evoluzione, sono mali tipicamente interni e che non hanno niente a che vedere con l'Europa. 

Tuttavia mi sembra  contraddittorio affermare che le politiche dell'Unione Europea non sono in grado di dare risposte alla crisi, che anzi l'aggravano, e poi concludere che comunque l'Europa è la via maestra. Sarebbe necessario e urgente rivedere il modo di stare nell'Unione, ma non mi pare che il governo in carica abbia alcuna intenzione di farsi sentire in merito e del resto non ne avrebbe neanche l'autorevolezza. 

Intanto la crisi morde e la gente giustamente protesta. 

Poi certo tra chi protesta c'è di tutto, anche quelli che minacciano di bruciare i libri, quelli che fanno il saluto romano e quelli che inneggiano alla mafia sostenendo che la mafia li fa star bene. 

Pertanto gravi rischi di strumentalizzazioni e anche di derive pericolose ci sono. 

Credo tuttavia che la maggioranza di coloro che scendono in strada siano persone che vogliono solo manifestare il loro sdegno per una classe politica la cui deriva etica e la cui inefficienza non hanno uguali in Europa e altre che sono veramente disperate perché non riescono più a vivere dignitosamente. 

Purtroppo non mi sembra che per il momento dai palazzi del potere si dimostri di aver capito qualcosa, mentre stampa e televisione appuntano l'attenzione più su certi episodi, certamente gravi, che sulle vere motivazioni della protesta.

venerdì 6 dicembre 2013

I Forconi annunciano la rivoluzione per il 9 dicembre, ma ne parlano solo i network. Sarà un flash-mob?

Sul web si parla di una manifestazione indetta per il 9 dicembre e che dovrebbe bloccare il paese per 5 giorni. I quotidiani e gli altri media non ne parlano. Sul gruppo di Facebook “Coordinamento Pistoia 9 dicembre 2013”, al quale mi sono trovata iscritta senza averlo chiesto (e mi domando se non sarebbe più carino proporre l'iscrizione invece di iscrivere direttamente), c'è  un volantino nel quale si invita a scendere nelle piazze contro il far west della globalizzazione che ha sterminato il lavoro degli italiani, contro questo modello di “Europa”, per riprenderci la sovranità popolare e monetaria, per riappropriarci della democrazia, per il rispetto della nostra Costituzione, contro un governo di nominati e di parassiti e per difendere la nostra sacrosanta dignità. Il volantino è firmato coordinamento nazionale per la rivoluzione del 9 dicembre 2013.

Ah, allora si tratta di una rivoluzione? Mi sembrava di ricordare che le rivoluzioni si fanno ma non si annunciano. Non mi risultava che la presa della Bastiglia e del Palazzo d’Inverno fossero state annunciate qualche settimana prima, anche se certamente le rivoluzioni cui diedero inizio erano state preparate da tempo, c’erano i leader e i finanziatori, questi ultimi talvolta insospettabili. Eventualmente si annunciano le marce su Roma, specialmente quando si sa che i rischi sono minimi, che chi dovrebbe far rispettare l'ordine chiuderà un occhio o anche entrambi, perché così vuole il vecchio potere che vacilla, anche se poi le cose possono sempre sfuggire di mano.

Inoltre quando mai le rivoluzioni si fanno pacificamente chiedendo addirittura l'autorizzazione alle Questure?

Magari il termine è stato usato in senso simbolico, tuttavia se, come mi sembra di avere capito, il risultato che si mira a ottenere con la manifestazione è la cacciata di  questa classe politica, che certo se lo meriterebbe, cosa altro sarebbe se non una rivoluzione? Ma allora qual è il progetto alternativo che si intende perseguire, qual è il nuovo tipo di società che si vuole costruire?
E poi dov'è la classe politica di ricambio? Dove sono i Danton, i Robespierre o i Lenin? Dove le idee?

Mi sembra tutto molto vago.

Ho cercato di reperire notizie, almeno sugli organizzatori, ma non ho trovato molto.
   
Qualcuno, sempre nel gruppo di cui sopra, ha postato l’indirizzo di questo sito , ma su Twitter altri dicono che detto sito non ha niente a che vedere con
il movimento e che l’indirizzo ufficiale è invece questo . Non ho avuto modo di confrontare a fondo i siti. I video postati sembrano gli stessi. Quel che è certo è che di chiarezza mi pare ce ne sia poca al di là di generiche velleità di protesta.

Mi domando infatti cosa  significa dire che la globalizzazione ha sterminato il lavoro degli italiani. Noi non dovevamo competere con i cinesi, ma dovevamo impegnarci nella valorizzazione dei prodotti di eccellenza, come fanno i tedeschi. Poi magari sarebbe stato opportuno controllare certi capannoni dove tutti sapevano che c’erano cinesi schiavi a lavorare quasi per niente e che quindi certi prodotti scadenti non potevano che arrivare anche sui nostri mercati a far concorrenza ai nostri prodotti scadenti, non certo alle eccellenze. Se la nostra produttività non cresce da 15 anni, vuol dire che per qualche motivo ci siamo fermati, che la nostra classe imprenditoriale non è granché, che era già in crisi da tempo, che non si è valorizzato il merito, che non si è speso in innovazione. La nostra industria non si è rinnovata, non è stata in grado di affrontare un mondo in evoluzione. La crisi è molto precedente alla crisi. C’era chi lo aveva capito, ma forse non è stato in grado di farlo capire. Basterebbe leggere alcuni scritti profetici di Pasolini o il romanzo “Le mosche del capitale” di Paolo Volponi. Quest’ultimo, uscito nel 1989, è ambientato nella realtà industriale  della seconda metà degli anni ’70, ed è interessante per capire la crisi odierna, anche se purtroppo, a mio parere, è illeggibile (la sostanza c’è, ma lo stile è respingente).

Concordo con la necessità di combattere contro questo  modello di “Europa”, che è l’Europa della finanza e non dei popoli e che certamente ha poco a che vedere con le intenzioni dei padri fondatori, quando ancora c’erano degli ideali, quanto al riprenderci la sovranità popolare e monetaria, pur ritenendo che non si possa continuare a subire i diktat della BCE, che peraltro non è un organismo eletto, mi domando anche se tornare alla lira non sarebbe un rimedio peggiore del male. Non sarà poi che attribuire le cause della crisi all’unione monetaria sia un modo per nascondere le vere magagne del paese? Certamente l’unione monetaria senza l’unione politica è stata un azzardo che ha determinato nefaste conseguenze soprattutto per i paesi come il nostro che per entrarvi a tutti i costi hanno accettato condizioni capestro come il rapporto di  1936, 27 lire per 1 euro. Tuttavia mi domando anche come staremmo, pur con l’euro, se non avessimo criminalità organizzata, corruzione, clientelismo, pletorica burocrazia, giustizia inefficiente, evasione fiscale, e via elencando.

Premesso ciò, chi c’è dietro la rivoluzione del 9 dicembre, intendo soprattutto a livello nazionale? Qualcuno sostiene che ci sia il movimento di estrema destra Forza Nuova. Magari si tratta di un tentativo di screditare la manifestazione (rivoluzione?) da parte dei soliti noti. Quel che è certo è che Forza Nuova aderisce (vedere il sito). L’unica cosa certa è che non si sa molto degli organizzatori, di dove vengano, quali siano le loro idee e appartenenze, se ci sono. Qualcuno sempre su Facebook sostiene che l’idea è nata così, che non c’è nessuno dietro, solo il popolo stanco e arrabbiato. Nessuno può credere a una cosa del genere. Non si tratta di un flash mob! Sono tuttavia convinta che molti di coloro che parteciperanno all’evento siano in buona fede, che molti pensino davvero che l’iniziativa sia spontanea, solo che personalmente non ci credo e mi sembra anche strano che sui quotidiani e gli altri media non ci si preoccupi, che nessuno abbia qualcosa da dire. E la cultura? E gli opinionisti dei quotidiani?

Dei due siti intitolati al 9 dicembre che ho trovato, nel primo, a livello nazionale compaiono tre nominativi,  nell’altro ci sono solo i link  a dei gruppi che rimandano a pagine di Facebook.

E chi sono questi tre?

Uno è Danilo Calvani dei Comitati Riuniti Agricoli, leader storico dei sindacati autonomi degli agricoltori di Latina, che addirittura  invita gli italiani a fare scorta di cibo prima del 9 dicembre. Sulla sua pagina di Facebook  conclude uno dei suoi proclami con “W l’Italia e che Dio ci benedica tutti”! E Dio in politica non mi piace proprio.

Un altro è Mariano Ferro, leader dei Forconi siciliani, di cui non si sa molto, se  non che è un imprenditore di Avola. Sulla sua pagina di Facebook era annunciato per oggi alle 16,30 su Radio 24 un confronto con Oscar Giannino (qualcuno lo ha sentito? Mi sarebbe piaciuto, perché sarà stato divertente, ma ero impossibilitata).

Infine Lucio Chiavegato, ex-presidente L.I.F.E. (Liberi imprenditori federalisti europei)  che si batterebbe per la libertà del popolo veneto o almeno  così si presenta sul suo sito.

Da qualche parte ho trovato anche un riferimento a un certo Prof. Vito Monaco, mai sentito prima, conduttore di una trasmissione su canale Italia (canale 53 del digitale terrestre) dal titolo Notizie oggi.

I primi due sono comunque collegati al movimento dei Forconi e con i Forconi c'era anche Antonio Pappalardo ex Carabiniere (amico del principe siciliano Alliata di Monreale, il nobile “nero” legato a Junio Valerio Borghese e alla Massoneria deviata), che l'anno scorso alla testa di qualche centinaio di agricoltori del sud pontino voleva marciare su Roma. Non so se l'abbia fatto e se sia ancora attivo oggi.
E’ l’unico di cui si trova notizia anche su Wikipedia.  Rappresentante del Cocer (organo di rappresentanza dei carabinieri)  nel 2000, con un documento “sullo stato morale e sul benessere dei cittadini”, mette in allarme il mondo politico con l’invito rivolto all’arma dei carabinieri a fondare “un nuovo stato”!

Sarebbero questi i leader in grado di dare una svolta al paese?

E poi tutta la vicenda puzza un po’ e sa di già visto. Ricordate lo sciopero dei trasportatori e quello delle casseruole in Cile cui seguì la dittatura di Pinochet? 

Purtroppo è nei periodi di crisi, non solo economica, ma anche morale e culturale, che si affermano certe ideologie. La storia insegna. Personalmente non ho appartenenze, anche se ne ho avute in un passato molto lontano. Credo nella giustizia sociale, nell’uguaglianza di partenza per tutti, nell’equità, però non tollero più e da anni il vuoto della sinistra italiana che da una parte continua  a proporre  certi stereotipi, certo politically correct, che talvolta sconfina nel ridicolo , certo falso egualitarismo che rifiuta la meritocrazia e condanna il paese all'inefficienza, e dall’altra non fa più da tempo opposizione né distingue il comportamento dei propri esponenti da quello di quasi tutti i politici preoccupati di mantenersi le poltrone  e di arraffare, senza risolvere alcuno dei gravi ed endemici problemi del paese. Mi considero un'eclettica, disposta a prendere quel che ritiene buono da qualsiasi parte provenga, escluse certe ideologie che la storia ha condannato, ma voglio avere il tempo di valutare, di informarmi, voglio sapere in che direzione si va. Per questo non credo che parteciperò a questa manifestazione o ad altre iniziative del genere, almeno finché non avrò chiarezza sui fini che si pone il movimento e sulle provenienze e appartenenze di chi lo dirige, però magari andrò a dare un'occhiata.

Certo di ragioni per protestare ce ne sono da vendere, non solo per la crisi economica, di cui in Italia molti di noi si sono veramente accorti solo nel novembre del 2011 (anche se nell’immaginario collettivo erano rimasti impressi gli impiegati della Lehamn & Brothers che nel settembre 2008 uscivano con i loro scatoloni), ma per la crisi etica che coinvolge la politica, a tutti i livelli.

Abbiamo un parlamento esautorato, e non solo per la decisione di ieri della Corte Costituzionale che ha bocciato il “porcellum”, ovvero la legge con la quale si vota dal 2005, e che fa del Parlamento un organo di nominati più che di eletti, ma anche perché ormai non legifera quasi più, mentre a partire dal novembre 2011 i governi sono imposti dall’alto. Intanto e da tempo alla politica si è sostituita la magistratura, e non solo quella dell’Alta Corte che ieri ha tolto di mezzo il “porcellum”, facendo ciò che il Parlamento avrebbe dovuto fare da anni, ma anche quella penale, basti pensare alla vicenda dell’Ilva di Taranto e a molte altre.

Bisogna tuttavia riconoscere che un alto livello etico non c’è neanche nella società civile, e del resto la politica non viene da Marte. Il senso civico è stato smarrito da molto tempo, basti vedere certi comportamenti alcuni considerati anche veniali, ma che in altri paesi sarebbero ostracizzati (professionisti che non rilasciano ricevuta fiscale e clienti che non la pretendono, pessimi lavoratori, soprattutto negli enti pubblici, che non hanno doveri, ma solo diritti, carrieristi di facciata senza alcuna sostanza, perché privi delle necessarie competenze, per arrivare alla gente che  sale sugli autobus e non paga il biglietto e a quelli che  lasciano le carte per terra e gli ingombranti all’angolo delle strade o lungo i sentieri di montagna, ecc.). Quindi se il paese è allo sfascio, anche se le maggiori responsabilità ricadono su chi ci rappresenta, che dovrebbe essere migliore, per capacità e onestà, ma così non è, le colpe, con le giuste proporzioni,  sono un po’ di tutti. E’ peraltro vero che per il Parlamento nazionale, con il “porcellum”, non avevamo più la possibilità di esprimere preferenze, ma almeno a livello di enti locali certi individui si poteva non votarli e non votare i partiti che li presentavano (tanto per fare un nome, Fiorito è stato eletto con moltissime preferenze, e certamente chi l’ha votato non doveva essere animato da grandi principi etici).

La situazione è grave, precaria, confusa e alquanto pericolosa.

Mi domando se ci sia un modo per uscirne e se i cittadini onesti e stanchi di una politica inefficiente e corrotta possano ancora fare qualcosa per rimettere in carreggiata questo paese, visto che chi lo dovrebbe fare non è capace o non vuole farlo, e, nel caso, con quali  modalità, mezzi, strumenti.

Una manifestazione possente e pacifica potrebbe avere un significato e magari indurre una parte della politica a cambiare passo. Vedo che c'è molto entusiasmo tra i partecipanti, ma sono i presunti organizzatori che mi danno da pensare.