venerdì 27 maggio 2016

Francesco Starace, AD di Enel, alla LUISS: come si distruggono gli oppositori.

Cambiamento è una delle parole più amate dai politici, in particolare in campagna elettorale, ma particolarmente abusata negli ultimi tempi. Basti pensare che larga parte della campagna elettorale di Renzi per il referendum sulla riforma costituzionale si incentra sull'Italia che cambia, che dice SI al cambiamento.

Però se si cerca su un vocabolario si trova che cambiamento significa mutamento, trasformazione, variazione, atto ed effetto del diventare diverso. Il cambiamento dunque è neutro, non è positivo per definizione e può anche non richiamare necessariamente un'evoluzione.
Ora se non si può negare che nel nostro paese ci sono molte cose da cambiare, bisogna vedere come si intende cambiarle.


E a proposito di cambiamenti volevo richiamare l'attenzione su un episodio che ha fatto scalpore in questi giorni e che riguarda Francesco Starace, da due anni amministratore delegato di Enel, che, in un incontro dello scorso aprile con gli studenti dell’Università LUISS di Roma (Libera Università Internazionale degli Studi Sociali), Università privata promossa da Confindustria, a un ragazzo che gli chiedeva:”Come si fa a cambiare un’organizzazione come Enel?” rispondeva così: “Innanzitutto ci vuole un gruppo di persone convinte su quest’aspetto. Non è necessario che sia la maggioranza. Basta un manipolo di cambiatori. Poi vanno individuati i gangli di controllo dell’organizzazione che si vuole cambiare. E bisogna distruggere, distruggere fisicamente questi centri di potere. Per farlo, ci vogliono i cambiatori che vanno infilati lì dentro, dando a essi una visibilità sproporzionata rispetto al loro status aziendale, creando quindi malessere all’interno del del ganglio che si vuole distruggere. Appena questo malessere diventa sufficientemente manifesto, si colpiscono le persone opposte al cambiamento, e questa cosa va fatta in maniera la più plateale possibile, sicché da ispirare paura o esempi positivi nel resto dell’organizzazione. Questa cosa va fatta velocemente, con decisione, senza nessuna e dopo pochi mesi l’organizzazione capisce, perché alla gente non piace soffrire. E quando capiscono che la strada è un'altra tutto sommato si convincono vanno tutti lì. È facile ”. Seguivano gli applausi dalla platea dei manager del domani. Quindi riprendeva “Non la paura: come dire, se del cambiamento siamo convinti, è giusto, e tutto sommato il capo sono io, quindi si fa. E dopodiché la cosa succede. A questo punto si va a parlare ai collaboratori. I collaboratori sono fondamentali per fare una buona carriera in azienda, non puoi fare una buona carriera tradendo i collaboratori, maltrattando i collaboratori, impaurendo i collaboratori, non motivando i collaboratori, annoiando i collaboratori, nascondendoli perché sono troppo bravi. Bisogna individuarli, curarli, assortirli perché devono essere diversi, ma poi bisogna anche gestire i casini che la diversità crea. Insomma occorre coltivarli, curarli in maniera maniacale, perché sei nessuno senza i collaboratori. E' tutto lì.” (il passaggio incriminato si trova al minuto 43 del video)

Dunque grande attenzione ai collaboratori, ma azioni di guerra contro chiunque osi opporsi.

Ma a chi si riferisce con gangli di controllo dell’organizzazione che si vuole cambiare e centri di potere? Dirigenti riottosi, sindacati? O chi altro? E il manipolo di cambiatori cui si deve dare una visibilità sproporzionata al loro status aziendale come viene reperito o meglio assoldato?

Ora chiunque lavori in un ente o un'azienda o vi abbia lavorato sa che c'è sempre chi si oppone ai cambiamenti, spesso a torto, qualche volta a ragione, perché come ho detto cambiamento non ha sempre una connotazione positiva, qualche volta può averla peggiorativa o talmente confusa da risultare in sostanza peggiorativa, senza contare tutte le volte che il cambiamento è solo di facciata, cioè si chiama cambiamento qualcosa che nella sostanza è una passata di vernice sul vecchio o una bella confezione di nulla.

Ma quello che è grave, al di là del contenuto del cambiamento che si vuole imporre, e anche se esso fosse positivo nella maniera più assoluta , è che Starace, che si presume si comporti così, insegna a dei ragazzi che domani potranno dirigere un'azienda come eliminare qualsiasi opposizione con azioni che, da come vengono descritte, sembrano azioni di guerra (manipolo, infiltrazioni, distruggere fisicamente, colpire, ispirare paura, ecc.). Ora un amministratore delegato, un dirigente, che si comporta così, invece di cercare di utilizzare strumenti di persuasione, credo che non sia una persona capace di stare a quel livello. E quindi mi domando quali siano i risultati ottenuti da Enel da quando Starace è divenuto AD? Mi chiedo anche se è questo che si insegna nelle università per i dirigenti di domani? Ed è questo che già si fa nelle aziende oggi? Si fa e si insegna a fare “tabula rasa” di chiunque si opponga ? Non sarà questa anche la linea di governo di Renzi?


lunedì 29 giugno 2015

La crisi greca e l'Europa

- La Grecia ha truccato i conti per entrare nell'Euro. Vero, ma con l'autorevole aiuto di Goldman Sachs ( e quest'ultima l'ha fatto solo per i soldi della consulenza o c'era un disegno? Di chi?).

- La Grecia non vuole fare le riforme necessarie per diventare un paese moderno. Ma le misure imposte finora dalla “troika” non hanno certo portato il paese fuori dalla crisi. E se anche, come sostengono alcuni, cominciava ad esserci una leggera crescita siamo sicuri che sia stata una conseguenza della cura o di altri motivi? E comunque a che prezzo? La classe media ridotta in povertà e chi già era povero ridotto all'indigenza. Del resto ci saranno dei motivi se una formazione della sinistra radicale come Syriza è riuscita a vincere le elezioni.

- I debiti si pagano, ma la Grecia non vuole pagarli e le conseguenze ricadranno anche sui cittadini italiani considerato che l'Italia è il terzo paese creditore dopo Germania e Francia. Vero anche questo, non si può certo negare. Tuttavia uccidere il debitore è anche peggio, perché allora sarà certo che non si recupererà niente, neanche a lunga scadenza. E poi quali saranno le conseguenze su tutta l'Eurozona? Sembra comincino ad avere paura che crolli l'intero sistema. La Merkel avrebbe detto stasera che “se fallisce l'euro, fallisce l'Europa”.

Oggi in diversi ricordavano che la stagione più feconda e gloriosa della Grecia iniziò nel VI secolo A.C., con quello che fu proprio un megacondono dei debiti: la seisachtheia (σεισάχϑεια), ovvero lo "scuotimento dei pesi" di Solone, che liberò tanti cittadini ateniesi dall'incubo di diventare schiavi dei propri creditori. E c'era chi invitava i vertici della UE a guardare più a Solone che a fare i soloni, perché forse in questo modo “lo spirito europeo tornerà a volare”.

Quel che è certo è che oggi l'Europa non ha realizzato alcuno dei progetti che erano nella mente degli ideatori, ma è solo un'unione monetaria, secondo alcuni fallimentare, in cui i paesi più forti, Germania in testa, impongono le loro condizioni agli altri. Nessun passo avanti è stato fatto invece nella direzione di un'unione politica tra stati con pari dignità, anche se di diverso peso. Ciò richiederebbe un sentire comune e almeno, per cominciare, una politica estera e della difesa comuni, dalle quali siamo molto lontani, come del resto dimostrato anche dalle questioni dei migranti e dell'estremismo islamico.


Ma se le cose continuano ad andare così non sarebbe meglio allora che ognuno andasse per la sua strada?

martedì 14 aprile 2015

Disposofobia

Leggendo “La regola dell'equilibrio” di Gianrico Carofiglio ho scoperto di soffrire di disposofobia. Il termine letteralmente significa "paura di buttare", dall'inglese to dispose, "gettare", "buttare", "disfarsi (di qualcosa)", con il suffissoide -fobia, dal greco φόβος, phóbos, "panico", "paura". Si tratta di un disturbo mentale caratterizzato da un bisogno ossessivo di acquisire (senza utilizzare né buttare via) una notevole quantità di beni, anche se gli elementi sono inutili, pericolosi, o insalubri. L'accaparramento compulsivo provoca impedimenti e danni significativi ad attività essenziali quali muoversi, cucinare, fare le pulizie, lavarsi e dormire. Sembra connesso a insicurezza, paura di cambiare, difficoltà a prendere decisioni.
Il protagonista del romanzo ha accumulato tante di quelle cose che che la situazione gli è sfuggita di mano, in particolare per via dei libri che sono ovunque, anche per terra, sui tavoli, sulle poltrone, sulle sedie, nel bagno, in cucina, alcuni non proprio indispensabili, ma decide di far ordine solo dopo aver scoperto una notte, vagabondando su Wikipedia, di essere affetto da disposofobia. Così si procura degli scatoloni e li riempie di libri da destinare ai mercatini dell'usato e addirittura ai cassonetti dell'indifferenziata. E se “potrebbe lasciare sgomenti l'idea di buttare i libri nei cassonetti, … quale destino si può riservare a volumi con titoli come Meditazioni per la stanza da bagno, Manuale pratico di autoipnosi, Cento e uno rimedi contro l'insonnia, Come Proust può cambiarvi la vita e molti altri simili?”
Ora poiché sono tre mesi che cerco di far pulizia a casa mia, ma non ne vengo a capo, qualche dubbio che ci fosse qualcosa di patologico devo dire che mi era venuto.
Anch'io accumulo di tutto, dai sottobicchieri con le pubblicità delle birre ai depliant di mostre e iniziative varie, ma in particolare libri, articoli di giornale (anche se un po' meno da quando posso salvarli sul computer), carte varie e vestiti, e soprattutto non riesco a buttarli. Ma oggi, dopo essere venuta a conoscenza della disposofobia, anche
se la mia casa non è al livello di quelle che appaiono nell'articolo di Wikipedia, ho un po' accelerato l'immane opera. Così ho conferito alla differenziata, tra altre cose, una pubblicazione satirica del Male dal titolo La nuova costituzione Italiana (1994), Povero Silvio di Antonio Cornacchione (2004), Il giorno più bello della vita – Guida al matrimonio di Fabio Fazio, America, pubblicazione allegata al Settimanale Panorama e risalente al 1992, La mia vita di Vittorio Sgarbi (1991), Un anno da zitella (tanto ormai altro che un anno!), Sesso a chi tocca di Stefania Casini, Manuale per difendersi dalla mamma di Gianni Monduzzi e una serie innumerevole di volumetti sull'astrologia, la magia, l'autoipnosi, e varie Sibille dei faraoni e oracoli di Napoleone, probabilmente allegati alla rivista Astra che un tempo leggevo. Ho anche gettato una serie di agende in cui avevo annotato pensieri ed eventi non particolarmente degni di essere conservati per i posteri.

Chissà se anche perdere tempo a scrivere queste cose e procrastinare il sonno è considerato patologico.

venerdì 13 marzo 2015

Un film d'antan, Aelita regina di Marte

Per caso, leggendo un articolo su Atlantide,  ho scoperto l'esistenza  di questo film sovietico del 1924, dal titolo "Aelita, regina di Marte", ovviamente muto, in bianco e nero, e, in questa versione, con didascalie in inglese.

La storia è ambientata nell'anno 1921.

Le radio del mondo intero captano un messaggio misterioso di sole tre parole di una lingua sconosciuta: "Anta… Adeli… Uta…".

Il segnale proviene da Marte dove un potente telescopio permette di osservare la vita su altri mondi. La Regina di Marte, Aelita, può così dare uno sguardo alla vita sulla terra. A Mosca un ingegnere, Los, che ha qualche problema con la moglie da cui crede di essere tradito, comincia a fantasticare sulla possibilità di raggiungere il pianeta da cui proviene il segnale. Riesce infine a costruire un'astronave con la quale, dopo aver ucciso la moglie in un accesso di gelosia, fuggirà su Marte insieme a un soldato in cerca di avventure e a un aspirante investigatore che gli dà la caccia per l'omicidio della

donna. Su Marte Los si innamorerà di Aelita, ma il soldato resosi conto che sul pianeta i lavoratori sono degli schiavi che vengono addirittura congelati quando non servono (magari a qualcuno anche qui oggi potrebbe sembrare un'ottima idea!!!) provoca una rivolta invitando gli schiavi a insorgere e a costituire l'Unione Sovietica di Marte (!), insomma un tentativo di esportare la rivoluzione d'ottobre su Marte. In un primo momento la regina, che ha un potere solo nominale, appoggia la rivolta, ma, appena eliminato il governatore del pianeta che deteneva il vero potere, tradisce i terrestri facendo fallire la rivoluzione. A questo punto Los si ritrova a Mosca, corre a casa, scopre di non aver ucciso la moglie che lo aspetta felice e innamorata, getta nel fuoco i disegni dell'astronave. E' stato solo un sogno.

Ma cosa c'entra Atlantide?

Nel corso degli eventi si scopre che la popolazione di Marte discende da terrestri partiti da Atlantide molto tempo prima.

Nel film non è molto chiaro o mi sono distratta, ma di ciò si parla nel romanzo da cui il film è tratto, "Aelita", pubblicato in URSS nel 1922 (edito nel 1982 in Italia, dagli Editori Riuniti  per l’antologia Noi della galassia), di Aleksej Nikolaevic Tolstoj (1883 - 1945), lontano parente del più celebre Lev Nikolaevic Tolstoj.

Non ho letto il romanzo, che voglio cercare, ma sembra che il film sia molto diverso.

Intanto, a differenza del romanzo, il film ha una lunga sezione che si svolge sulla Terra,  piuttosto noiosa e certamente sproporzionata per un film di fantascienza, ma  interessante perché documenta in modo molto realista l’ambiente sociale di Mosca nei primi anni dopo la rivoluzione, con la povertà, i problemi di approvvigionamento, il mercato nero, i corrotti, i nostalgici della vita precedente che si incontrano in feste clandestine.   

Inoltre nel film le vicissitudini di Los e compagni su Marte si dimostrano solo un sogno, non così nel romanzo che ha anche un finale tragico perché la rivolta su Marte fallisce e Los viene ucciso insieme alla regina di cui si è innamorato.

Nel complesso il film mi è parso un "pot-pourri" di generi, dalla commedia romantica, al film sociale e di propaganda (che oggi appare involontariamente satirico) fino alla fantascienza che si esplica soprattutto nella parte finale.

Sembra che circoli soprattutto nella versione ridotta di 70 minuti, ma io mi sono beccata quella originale di due ore con didascalie in inglese. https://youtu.be/je1bIhS-7G8

Il regista, Jakov Protazanov, che aveva all'attivo molti film girati prima della rivoluzione,  nel 1919 era fuggito dall’Unione Sovietica, lavorando per alcuni anni in Francia e Germania, ma nel 1923 aveva deciso di far ritorno in patria.

Nella Russia rivoluzionaria, dove il romanzo di Aleksej Nikolaevic Tolstoj aveva destato grande entusiasmo popolare e molta attenzione da parte delle autorità, ci fu grande attesa anche per il film, la cui lavorazione durò un anno e mezzo, e che doveva essere un "colossal" destinato principalmente all’esportazione. Ma, nonostante le intenzioni dei produttori, ebbe tuttavia scarsa diffusione nei paesi dell’Europa occidentale, dove fu ostacolato dalla censura per ragioni politiche, mentre in Unione Sovietica circolò poco perché ebbe una pessima critica e fu avversato dalle autorità che lo considerarono una distrazione futile "all’occidentale" che mette al centro  il sogno di un borghesuccio.

A mio parere è abbastanza noioso ma è interessante per l'ottima fotografia che si riconosce ancora dopo tanti anni e per il contrasto tra il realismo della prima parte che documenta la vita a Mosca nei primi anni dopo la rivoluzione e i costumi e le scenografie della parte ambientata su Marte ideati dagli artisti dell'avanguardia costruttivista.



Ad ogni modo la frase "Let's meet tonight at the tower of radiant energy (incontriamoci stanotte alla torre dell'energia radiante)" è molto romantica!

Nel complesso film vedibile  per gli amanti del cinema "vintage".

Pubblicato anche sul blog: Avalon e dintorni

Fonti: 

http://it.wikipedia.org/wiki/Aelita_%28film%29

http://digilander.libero.it/abydosgate/html/sf/24.htm



sabato 17 gennaio 2015

Siamo ancora tutti Charlie Hebdo?

Eravamo tutti Charlie Hebdo, ma dopo poco più di una settimana, ecco che cominciano ad affiorare i distinguo.

Uno dei fondatori di Charlie Hebdo, Henri Roussel, in un articolo sul Nouvel Observateur, firmato con lo pseudonimo Delfeil de Ton,  ha accusato Charb, il direttore del settimanale satirico tra le vittime della strage, di aver “trascinato la sua squadra verso la morte” pubblicando vignette dal contenuto provocatorio sul profeta Maometto.

Poi il Papa sul volo dallo Sri Lanka alle Filippine, rispondendo alle domande dei giornalisti dei media internazionali che viaggiavano con lui, ha spiegato che “non si può reagire violentemente”, anzi, che è “un’aberrazione uccidere in nome di Dio”, però ha continuato affermando che "se il dottor Gasbarri [l’organizzatore dei viaggi papali, che si trovava a fianco del Pontefice], che è un amico, dice una parolaccia contro mia mamma, gli aspetta un pugno", lasciando intendere, con l’esempio dell’offesa alla mamma, che toccando ciò che le persone hanno di più caro a volte possono scattare reazioni inconsulte.

Dunque si comincia a dire da più parti che anche la satira e quindi la libertà di espressione incontrano dei limiti, in particolare che non si dovrebbero offendere i sentimenti religiosi altrui.

Anche a me è capitato di parlare con persone che si sono sentite offese da alcune vignette sulla religione cristiana, in particolare quella sulla Trinità. Qualcuno mi ha detto che dopo aver visto certe vignette non si sente più Charlie.  Il concetto è che "chi offende il mio Dio, offende me" . Anche se nessuno di loro giustifica l'assassinio, in sostanza è come se dicessero che i vignettisti di Charlie Hebdo se la sono andata a cercare e che anche la satira deve avere dei limiti.

Ma la satira si è sempre scagliata sia contro il potere che contro la religione che comunque è una forma di potere, tanto più nei paesi dove non esiste distinzione tra potere politico e potere religioso. Certo che la satira può  essere greve, certo che la satira è offensiva, altrimenti non è satira. Poi ovviamente anche la satira può essere criticata. E chi si sente offeso potrà sempre ricorrere ai tribunali. Il codice penale stabilisce pene  per la diffamazione e la calunnia e anche per le offese a una confessione religiosa. Ma la libertà di espressione dovrebbe essere assoluta. Ora io penso così perché, non seguendo alcuna religione e avendo una visione assolutamente laica, mi resta anche difficile immedesimarmi in chi dice "chi offende il mio Dio, offende me". Però se qualcuno offende me lo prenderei volentieri a calci, come minimo, poi ovviamente, poiché sono una persona civile, mi rivolgo a un tribunale.

Poi ci si potrebbe domandare se non debbano esserci limiti nel caso di incitamento all'odio razziale o addirittura al terrorismo.

Proprio in questi giorni in Francia è stato arrestato il controverso comico francese di origine camerunense, Dieudonné, noto per i suoi atteggiamenti provocatori e accusato spesso di antisemitismo. Dieudonné, che aveva partecipato alla marcia di domenica scorsa a Parigi, tornato a casa, aveva scritto sul web il messaggio "Je suis Charlie Coulibaly", spiegando poi in una lettera al  ministro dell’Interno, Bernard Cazeneuve, di sentirsi considerato "come Amedy Coulibaly" (l'attentatore del supermercato Kosher) ma di "sentirsi Charlie". E' stato scarcerato ma rinviato a giudizio per "apologia di terrorismo".

Dunque c'è un limite?

E si può scherzare sulla Shoa? O si può negarla? Nell'ottobre 2013 ci fu una grossa polemica in Italia per le affermazioni del matematico Oddifreddi che aveva criticato un decreto approvato in Senato in cui si equiparava a un reato la negazione dell’Olocausto perché "affidarsi non alla storia, ma alla legge, per stabilire cosa è successo nel passato è tipico dei sistemi autoritari alla 1984, e non a caso Orwell parla al proposito di psicoreati, perseguiti da una psicopolizia". Quindi, rispondendo al commento di un lettore che definiva il processo di Norimberga un’opera di propaganda,  si dichiarava d’accordo affermando che se la guerra fosse andata diversamente sarebbero stati gli alleati a essere processati per crimini di guerra, e infine, con riferimento all'Olocausto, esprimeva forti dubbi "su quanto il ministero della propaganda alleata ci ha presentato come verità storica".

E il "politicamente corretto", che spesso sfocia nel ridicolo (pensiamo, ad esempio, al genitore 1 e al genitore 2), non è anch'esso una forma di limitazione della libertà di espressione?

Certamente la questione, sotto certi aspetti, è controversa, ma, a mio parere, la libertà di espressione non può avere limiti.   

martedì 25 marzo 2014

L'affermazione del Fronte Nazionale di Marie Le Pen alle elezioni comunali francesi. Un segnale per l'Europa.

Tutti preoccupati per il risultato ottenuto in Francia alle elezioni comunali dal Fronte Nazionale di Marie Le Pen. Si parla di populismo e di fascismo. Strano che pochi giorni fa sia andato al governo in Ucraina un partito di estrema destra, quasi o del tutto nazista, ma di preoccupazioni in giro se ne siano viste poche, forse perché quei nazisti lì sono europeisti e quindi sono buoni, anche se certo l'Ucraina non è la Francia né l'Italia.

Ieri Marie Le Pen ha commentato "In alto ci sono i socialisti e i sarkozysti, l'euro e l'Europa, l'immigrazione e il libero mercato. In basso c'è il popolo. E ci stiamo noi."

Dunque si è venuta a creare una situazione per cui destra  e sinistra vengono accomunate come espressione dello stesso establishment, della stessa classe dominante, che non fa gli interessi del popolo e del proprio paese ma quelli di organismi superiori europei non eletti. E se questa è la percezione di un largo strato della popolazione è inevitabile che  i movimenti che si richiamano all'identità nazionale acquistino consenso anche da parte di chi glielo avrebbe negato fino a poco tempo fa.

Sta accadendo anche in Italia. E ovviamente ci sono molti timori per quel che succederà alle imminenti elezioni europee dove è prevedibile una grande affermazione di partiti e movimenti antieuropeisti. Renzi già avverte che "Le elezioni europee non sono un referendum su di me e sul governo"!

Ma non si sono ancora resi conto che la ricetta europea dell'austerità sta peggiorando la crisi economica e che comunque c'è una sempre maggiore insofferenza per i "compiti a casa" imposti dall'Europa e dalla Merkel? Io questa espressione che sto ascoltando da più di due anni non la sopporto più, per non parlare dei sorrisini dei commissari europei e del fatto di essere stati inclusi tra i "pigs"(maiali). Ma come può uno stato sovrano accettare tutto questo? E chi è la Merkel? E' stata per caso nominata Presidente della Federazione Europea che non esiste? O siamo stati annessi alla Germania e non ce ne siamo accorti?

Certo non si può dimenticare che la crisi italiana dipende in larga parte da gravi problemi strutturali interni mai risolti e che l'euro e questa Europa l'hanno solo peggiorata, ma risolvere quei problemi è compito e responsabilità del nostro governo e non deve essere, né essere percepito, come un'imposizione dall'esterno.




venerdì 13 dicembre 2013

La crisi, la cura europea e le proteste

La situazione mi sembra un tantino complicata. 

Era inevitabile che qualcuno cominciasse a scendere in piazza. Le motivazioni per protestare non mancano. La classe politica è screditata, la crisi economica non accenna a risolversi. 

Sono in molti a definire pessime le cure che l'Unione Europea, o meglio, le sue istituzioni finanziarie impongono ai paesi aderenti. 

Intanto negli Stati Uniti si adottano politiche opposte, anche perché la Federal  Reserve stampa moneta, e le cose vanno molto meglio. 

Così molti, non solo in Italia, additano l'Europa come causa della crisi e i partiti e i movimenti anti europei acquistano sempre più consensi. Ma c'è ovviamente che la pensa diversamente. 

Nella trasmissione Servizio Pubblico appena conclusa, il giornalista Federico Rampini, pur sottolineando che le misure messe in atto in Europa sono sbagliate, affermava che non si può dare colpa all'Europa di certi mali endemici italiani. 

Non è colpa dell'Europa se l'Italia non cresce da 20 anni, non abbiamo certo importato dalla Germania la corruzione della classe politica, né l'atavica incompetenza e inefficienza del ceto politico-amministrativo che non è stato nemmeno in grado di spendere i contributi concessi dall'Europa o magari li ha fatti gestire dalla mafia, dalla camorra  e dalla 'ndrangheta. 

Per questi motivi Rampini sosteneva che non possiamo perdere l'aggancio con l'Europa perché precipiteremmo nei nostri mali atavici e non ci riprenderemmo più, che quindi l'Europa sarebbe la via maestra. 

Ora non ci sono dubbi che criminalità organizzata, inefficienza, corruzione, ma anche la scarsa capacità di certa classe imprenditoriale italiana che ora piange, ma che in passato non è stata capace di rinnovarsi e di far fronte alle sfide di un mondo in evoluzione, sono mali tipicamente interni e che non hanno niente a che vedere con l'Europa. 

Tuttavia mi sembra  contraddittorio affermare che le politiche dell'Unione Europea non sono in grado di dare risposte alla crisi, che anzi l'aggravano, e poi concludere che comunque l'Europa è la via maestra. Sarebbe necessario e urgente rivedere il modo di stare nell'Unione, ma non mi pare che il governo in carica abbia alcuna intenzione di farsi sentire in merito e del resto non ne avrebbe neanche l'autorevolezza. 

Intanto la crisi morde e la gente giustamente protesta. 

Poi certo tra chi protesta c'è di tutto, anche quelli che minacciano di bruciare i libri, quelli che fanno il saluto romano e quelli che inneggiano alla mafia sostenendo che la mafia li fa star bene. 

Pertanto gravi rischi di strumentalizzazioni e anche di derive pericolose ci sono. 

Credo tuttavia che la maggioranza di coloro che scendono in strada siano persone che vogliono solo manifestare il loro sdegno per una classe politica la cui deriva etica e la cui inefficienza non hanno uguali in Europa e altre che sono veramente disperate perché non riescono più a vivere dignitosamente. 

Purtroppo non mi sembra che per il momento dai palazzi del potere si dimostri di aver capito qualcosa, mentre stampa e televisione appuntano l'attenzione più su certi episodi, certamente gravi, che sulle vere motivazioni della protesta.

venerdì 27 maggio 2016

Francesco Starace, AD di Enel, alla LUISS: come si distruggono gli oppositori.

Cambiamento è una delle parole più amate dai politici, in particolare in campagna elettorale, ma particolarmente abusata negli ultimi tempi. Basti pensare che larga parte della campagna elettorale di Renzi per il referendum sulla riforma costituzionale si incentra sull'Italia che cambia, che dice SI al cambiamento.

Però se si cerca su un vocabolario si trova che cambiamento significa mutamento, trasformazione, variazione, atto ed effetto del diventare diverso. Il cambiamento dunque è neutro, non è positivo per definizione e può anche non richiamare necessariamente un'evoluzione.
Ora se non si può negare che nel nostro paese ci sono molte cose da cambiare, bisogna vedere come si intende cambiarle.


E a proposito di cambiamenti volevo richiamare l'attenzione su un episodio che ha fatto scalpore in questi giorni e che riguarda Francesco Starace, da due anni amministratore delegato di Enel, che, in un incontro dello scorso aprile con gli studenti dell’Università LUISS di Roma (Libera Università Internazionale degli Studi Sociali), Università privata promossa da Confindustria, a un ragazzo che gli chiedeva:”Come si fa a cambiare un’organizzazione come Enel?” rispondeva così: “Innanzitutto ci vuole un gruppo di persone convinte su quest’aspetto. Non è necessario che sia la maggioranza. Basta un manipolo di cambiatori. Poi vanno individuati i gangli di controllo dell’organizzazione che si vuole cambiare. E bisogna distruggere, distruggere fisicamente questi centri di potere. Per farlo, ci vogliono i cambiatori che vanno infilati lì dentro, dando a essi una visibilità sproporzionata rispetto al loro status aziendale, creando quindi malessere all’interno del del ganglio che si vuole distruggere. Appena questo malessere diventa sufficientemente manifesto, si colpiscono le persone opposte al cambiamento, e questa cosa va fatta in maniera la più plateale possibile, sicché da ispirare paura o esempi positivi nel resto dell’organizzazione. Questa cosa va fatta velocemente, con decisione, senza nessuna e dopo pochi mesi l’organizzazione capisce, perché alla gente non piace soffrire. E quando capiscono che la strada è un'altra tutto sommato si convincono vanno tutti lì. È facile ”. Seguivano gli applausi dalla platea dei manager del domani. Quindi riprendeva “Non la paura: come dire, se del cambiamento siamo convinti, è giusto, e tutto sommato il capo sono io, quindi si fa. E dopodiché la cosa succede. A questo punto si va a parlare ai collaboratori. I collaboratori sono fondamentali per fare una buona carriera in azienda, non puoi fare una buona carriera tradendo i collaboratori, maltrattando i collaboratori, impaurendo i collaboratori, non motivando i collaboratori, annoiando i collaboratori, nascondendoli perché sono troppo bravi. Bisogna individuarli, curarli, assortirli perché devono essere diversi, ma poi bisogna anche gestire i casini che la diversità crea. Insomma occorre coltivarli, curarli in maniera maniacale, perché sei nessuno senza i collaboratori. E' tutto lì.” (il passaggio incriminato si trova al minuto 43 del video)

Dunque grande attenzione ai collaboratori, ma azioni di guerra contro chiunque osi opporsi.

Ma a chi si riferisce con gangli di controllo dell’organizzazione che si vuole cambiare e centri di potere? Dirigenti riottosi, sindacati? O chi altro? E il manipolo di cambiatori cui si deve dare una visibilità sproporzionata al loro status aziendale come viene reperito o meglio assoldato?

Ora chiunque lavori in un ente o un'azienda o vi abbia lavorato sa che c'è sempre chi si oppone ai cambiamenti, spesso a torto, qualche volta a ragione, perché come ho detto cambiamento non ha sempre una connotazione positiva, qualche volta può averla peggiorativa o talmente confusa da risultare in sostanza peggiorativa, senza contare tutte le volte che il cambiamento è solo di facciata, cioè si chiama cambiamento qualcosa che nella sostanza è una passata di vernice sul vecchio o una bella confezione di nulla.

Ma quello che è grave, al di là del contenuto del cambiamento che si vuole imporre, e anche se esso fosse positivo nella maniera più assoluta , è che Starace, che si presume si comporti così, insegna a dei ragazzi che domani potranno dirigere un'azienda come eliminare qualsiasi opposizione con azioni che, da come vengono descritte, sembrano azioni di guerra (manipolo, infiltrazioni, distruggere fisicamente, colpire, ispirare paura, ecc.). Ora un amministratore delegato, un dirigente, che si comporta così, invece di cercare di utilizzare strumenti di persuasione, credo che non sia una persona capace di stare a quel livello. E quindi mi domando quali siano i risultati ottenuti da Enel da quando Starace è divenuto AD? Mi chiedo anche se è questo che si insegna nelle università per i dirigenti di domani? Ed è questo che già si fa nelle aziende oggi? Si fa e si insegna a fare “tabula rasa” di chiunque si opponga ? Non sarà questa anche la linea di governo di Renzi?


lunedì 29 giugno 2015

La crisi greca e l'Europa

- La Grecia ha truccato i conti per entrare nell'Euro. Vero, ma con l'autorevole aiuto di Goldman Sachs ( e quest'ultima l'ha fatto solo per i soldi della consulenza o c'era un disegno? Di chi?).

- La Grecia non vuole fare le riforme necessarie per diventare un paese moderno. Ma le misure imposte finora dalla “troika” non hanno certo portato il paese fuori dalla crisi. E se anche, come sostengono alcuni, cominciava ad esserci una leggera crescita siamo sicuri che sia stata una conseguenza della cura o di altri motivi? E comunque a che prezzo? La classe media ridotta in povertà e chi già era povero ridotto all'indigenza. Del resto ci saranno dei motivi se una formazione della sinistra radicale come Syriza è riuscita a vincere le elezioni.

- I debiti si pagano, ma la Grecia non vuole pagarli e le conseguenze ricadranno anche sui cittadini italiani considerato che l'Italia è il terzo paese creditore dopo Germania e Francia. Vero anche questo, non si può certo negare. Tuttavia uccidere il debitore è anche peggio, perché allora sarà certo che non si recupererà niente, neanche a lunga scadenza. E poi quali saranno le conseguenze su tutta l'Eurozona? Sembra comincino ad avere paura che crolli l'intero sistema. La Merkel avrebbe detto stasera che “se fallisce l'euro, fallisce l'Europa”.

Oggi in diversi ricordavano che la stagione più feconda e gloriosa della Grecia iniziò nel VI secolo A.C., con quello che fu proprio un megacondono dei debiti: la seisachtheia (σεισάχϑεια), ovvero lo "scuotimento dei pesi" di Solone, che liberò tanti cittadini ateniesi dall'incubo di diventare schiavi dei propri creditori. E c'era chi invitava i vertici della UE a guardare più a Solone che a fare i soloni, perché forse in questo modo “lo spirito europeo tornerà a volare”.

Quel che è certo è che oggi l'Europa non ha realizzato alcuno dei progetti che erano nella mente degli ideatori, ma è solo un'unione monetaria, secondo alcuni fallimentare, in cui i paesi più forti, Germania in testa, impongono le loro condizioni agli altri. Nessun passo avanti è stato fatto invece nella direzione di un'unione politica tra stati con pari dignità, anche se di diverso peso. Ciò richiederebbe un sentire comune e almeno, per cominciare, una politica estera e della difesa comuni, dalle quali siamo molto lontani, come del resto dimostrato anche dalle questioni dei migranti e dell'estremismo islamico.


Ma se le cose continuano ad andare così non sarebbe meglio allora che ognuno andasse per la sua strada?

martedì 14 aprile 2015

Disposofobia

Leggendo “La regola dell'equilibrio” di Gianrico Carofiglio ho scoperto di soffrire di disposofobia. Il termine letteralmente significa "paura di buttare", dall'inglese to dispose, "gettare", "buttare", "disfarsi (di qualcosa)", con il suffissoide -fobia, dal greco φόβος, phóbos, "panico", "paura". Si tratta di un disturbo mentale caratterizzato da un bisogno ossessivo di acquisire (senza utilizzare né buttare via) una notevole quantità di beni, anche se gli elementi sono inutili, pericolosi, o insalubri. L'accaparramento compulsivo provoca impedimenti e danni significativi ad attività essenziali quali muoversi, cucinare, fare le pulizie, lavarsi e dormire. Sembra connesso a insicurezza, paura di cambiare, difficoltà a prendere decisioni.
Il protagonista del romanzo ha accumulato tante di quelle cose che che la situazione gli è sfuggita di mano, in particolare per via dei libri che sono ovunque, anche per terra, sui tavoli, sulle poltrone, sulle sedie, nel bagno, in cucina, alcuni non proprio indispensabili, ma decide di far ordine solo dopo aver scoperto una notte, vagabondando su Wikipedia, di essere affetto da disposofobia. Così si procura degli scatoloni e li riempie di libri da destinare ai mercatini dell'usato e addirittura ai cassonetti dell'indifferenziata. E se “potrebbe lasciare sgomenti l'idea di buttare i libri nei cassonetti, … quale destino si può riservare a volumi con titoli come Meditazioni per la stanza da bagno, Manuale pratico di autoipnosi, Cento e uno rimedi contro l'insonnia, Come Proust può cambiarvi la vita e molti altri simili?”
Ora poiché sono tre mesi che cerco di far pulizia a casa mia, ma non ne vengo a capo, qualche dubbio che ci fosse qualcosa di patologico devo dire che mi era venuto.
Anch'io accumulo di tutto, dai sottobicchieri con le pubblicità delle birre ai depliant di mostre e iniziative varie, ma in particolare libri, articoli di giornale (anche se un po' meno da quando posso salvarli sul computer), carte varie e vestiti, e soprattutto non riesco a buttarli. Ma oggi, dopo essere venuta a conoscenza della disposofobia, anche
se la mia casa non è al livello di quelle che appaiono nell'articolo di Wikipedia, ho un po' accelerato l'immane opera. Così ho conferito alla differenziata, tra altre cose, una pubblicazione satirica del Male dal titolo La nuova costituzione Italiana (1994), Povero Silvio di Antonio Cornacchione (2004), Il giorno più bello della vita – Guida al matrimonio di Fabio Fazio, America, pubblicazione allegata al Settimanale Panorama e risalente al 1992, La mia vita di Vittorio Sgarbi (1991), Un anno da zitella (tanto ormai altro che un anno!), Sesso a chi tocca di Stefania Casini, Manuale per difendersi dalla mamma di Gianni Monduzzi e una serie innumerevole di volumetti sull'astrologia, la magia, l'autoipnosi, e varie Sibille dei faraoni e oracoli di Napoleone, probabilmente allegati alla rivista Astra che un tempo leggevo. Ho anche gettato una serie di agende in cui avevo annotato pensieri ed eventi non particolarmente degni di essere conservati per i posteri.

Chissà se anche perdere tempo a scrivere queste cose e procrastinare il sonno è considerato patologico.

venerdì 13 marzo 2015

Un film d'antan, Aelita regina di Marte

Per caso, leggendo un articolo su Atlantide,  ho scoperto l'esistenza  di questo film sovietico del 1924, dal titolo "Aelita, regina di Marte", ovviamente muto, in bianco e nero, e, in questa versione, con didascalie in inglese.

La storia è ambientata nell'anno 1921.

Le radio del mondo intero captano un messaggio misterioso di sole tre parole di una lingua sconosciuta: "Anta… Adeli… Uta…".

Il segnale proviene da Marte dove un potente telescopio permette di osservare la vita su altri mondi. La Regina di Marte, Aelita, può così dare uno sguardo alla vita sulla terra. A Mosca un ingegnere, Los, che ha qualche problema con la moglie da cui crede di essere tradito, comincia a fantasticare sulla possibilità di raggiungere il pianeta da cui proviene il segnale. Riesce infine a costruire un'astronave con la quale, dopo aver ucciso la moglie in un accesso di gelosia, fuggirà su Marte insieme a un soldato in cerca di avventure e a un aspirante investigatore che gli dà la caccia per l'omicidio della

donna. Su Marte Los si innamorerà di Aelita, ma il soldato resosi conto che sul pianeta i lavoratori sono degli schiavi che vengono addirittura congelati quando non servono (magari a qualcuno anche qui oggi potrebbe sembrare un'ottima idea!!!) provoca una rivolta invitando gli schiavi a insorgere e a costituire l'Unione Sovietica di Marte (!), insomma un tentativo di esportare la rivoluzione d'ottobre su Marte. In un primo momento la regina, che ha un potere solo nominale, appoggia la rivolta, ma, appena eliminato il governatore del pianeta che deteneva il vero potere, tradisce i terrestri facendo fallire la rivoluzione. A questo punto Los si ritrova a Mosca, corre a casa, scopre di non aver ucciso la moglie che lo aspetta felice e innamorata, getta nel fuoco i disegni dell'astronave. E' stato solo un sogno.

Ma cosa c'entra Atlantide?

Nel corso degli eventi si scopre che la popolazione di Marte discende da terrestri partiti da Atlantide molto tempo prima.

Nel film non è molto chiaro o mi sono distratta, ma di ciò si parla nel romanzo da cui il film è tratto, "Aelita", pubblicato in URSS nel 1922 (edito nel 1982 in Italia, dagli Editori Riuniti  per l’antologia Noi della galassia), di Aleksej Nikolaevic Tolstoj (1883 - 1945), lontano parente del più celebre Lev Nikolaevic Tolstoj.

Non ho letto il romanzo, che voglio cercare, ma sembra che il film sia molto diverso.

Intanto, a differenza del romanzo, il film ha una lunga sezione che si svolge sulla Terra,  piuttosto noiosa e certamente sproporzionata per un film di fantascienza, ma  interessante perché documenta in modo molto realista l’ambiente sociale di Mosca nei primi anni dopo la rivoluzione, con la povertà, i problemi di approvvigionamento, il mercato nero, i corrotti, i nostalgici della vita precedente che si incontrano in feste clandestine.   

Inoltre nel film le vicissitudini di Los e compagni su Marte si dimostrano solo un sogno, non così nel romanzo che ha anche un finale tragico perché la rivolta su Marte fallisce e Los viene ucciso insieme alla regina di cui si è innamorato.

Nel complesso il film mi è parso un "pot-pourri" di generi, dalla commedia romantica, al film sociale e di propaganda (che oggi appare involontariamente satirico) fino alla fantascienza che si esplica soprattutto nella parte finale.

Sembra che circoli soprattutto nella versione ridotta di 70 minuti, ma io mi sono beccata quella originale di due ore con didascalie in inglese. https://youtu.be/je1bIhS-7G8

Il regista, Jakov Protazanov, che aveva all'attivo molti film girati prima della rivoluzione,  nel 1919 era fuggito dall’Unione Sovietica, lavorando per alcuni anni in Francia e Germania, ma nel 1923 aveva deciso di far ritorno in patria.

Nella Russia rivoluzionaria, dove il romanzo di Aleksej Nikolaevic Tolstoj aveva destato grande entusiasmo popolare e molta attenzione da parte delle autorità, ci fu grande attesa anche per il film, la cui lavorazione durò un anno e mezzo, e che doveva essere un "colossal" destinato principalmente all’esportazione. Ma, nonostante le intenzioni dei produttori, ebbe tuttavia scarsa diffusione nei paesi dell’Europa occidentale, dove fu ostacolato dalla censura per ragioni politiche, mentre in Unione Sovietica circolò poco perché ebbe una pessima critica e fu avversato dalle autorità che lo considerarono una distrazione futile "all’occidentale" che mette al centro  il sogno di un borghesuccio.

A mio parere è abbastanza noioso ma è interessante per l'ottima fotografia che si riconosce ancora dopo tanti anni e per il contrasto tra il realismo della prima parte che documenta la vita a Mosca nei primi anni dopo la rivoluzione e i costumi e le scenografie della parte ambientata su Marte ideati dagli artisti dell'avanguardia costruttivista.



Ad ogni modo la frase "Let's meet tonight at the tower of radiant energy (incontriamoci stanotte alla torre dell'energia radiante)" è molto romantica!

Nel complesso film vedibile  per gli amanti del cinema "vintage".

Pubblicato anche sul blog: Avalon e dintorni

Fonti: 

http://it.wikipedia.org/wiki/Aelita_%28film%29

http://digilander.libero.it/abydosgate/html/sf/24.htm



sabato 17 gennaio 2015

Siamo ancora tutti Charlie Hebdo?

Eravamo tutti Charlie Hebdo, ma dopo poco più di una settimana, ecco che cominciano ad affiorare i distinguo.

Uno dei fondatori di Charlie Hebdo, Henri Roussel, in un articolo sul Nouvel Observateur, firmato con lo pseudonimo Delfeil de Ton,  ha accusato Charb, il direttore del settimanale satirico tra le vittime della strage, di aver “trascinato la sua squadra verso la morte” pubblicando vignette dal contenuto provocatorio sul profeta Maometto.

Poi il Papa sul volo dallo Sri Lanka alle Filippine, rispondendo alle domande dei giornalisti dei media internazionali che viaggiavano con lui, ha spiegato che “non si può reagire violentemente”, anzi, che è “un’aberrazione uccidere in nome di Dio”, però ha continuato affermando che "se il dottor Gasbarri [l’organizzatore dei viaggi papali, che si trovava a fianco del Pontefice], che è un amico, dice una parolaccia contro mia mamma, gli aspetta un pugno", lasciando intendere, con l’esempio dell’offesa alla mamma, che toccando ciò che le persone hanno di più caro a volte possono scattare reazioni inconsulte.

Dunque si comincia a dire da più parti che anche la satira e quindi la libertà di espressione incontrano dei limiti, in particolare che non si dovrebbero offendere i sentimenti religiosi altrui.

Anche a me è capitato di parlare con persone che si sono sentite offese da alcune vignette sulla religione cristiana, in particolare quella sulla Trinità. Qualcuno mi ha detto che dopo aver visto certe vignette non si sente più Charlie.  Il concetto è che "chi offende il mio Dio, offende me" . Anche se nessuno di loro giustifica l'assassinio, in sostanza è come se dicessero che i vignettisti di Charlie Hebdo se la sono andata a cercare e che anche la satira deve avere dei limiti.

Ma la satira si è sempre scagliata sia contro il potere che contro la religione che comunque è una forma di potere, tanto più nei paesi dove non esiste distinzione tra potere politico e potere religioso. Certo che la satira può  essere greve, certo che la satira è offensiva, altrimenti non è satira. Poi ovviamente anche la satira può essere criticata. E chi si sente offeso potrà sempre ricorrere ai tribunali. Il codice penale stabilisce pene  per la diffamazione e la calunnia e anche per le offese a una confessione religiosa. Ma la libertà di espressione dovrebbe essere assoluta. Ora io penso così perché, non seguendo alcuna religione e avendo una visione assolutamente laica, mi resta anche difficile immedesimarmi in chi dice "chi offende il mio Dio, offende me". Però se qualcuno offende me lo prenderei volentieri a calci, come minimo, poi ovviamente, poiché sono una persona civile, mi rivolgo a un tribunale.

Poi ci si potrebbe domandare se non debbano esserci limiti nel caso di incitamento all'odio razziale o addirittura al terrorismo.

Proprio in questi giorni in Francia è stato arrestato il controverso comico francese di origine camerunense, Dieudonné, noto per i suoi atteggiamenti provocatori e accusato spesso di antisemitismo. Dieudonné, che aveva partecipato alla marcia di domenica scorsa a Parigi, tornato a casa, aveva scritto sul web il messaggio "Je suis Charlie Coulibaly", spiegando poi in una lettera al  ministro dell’Interno, Bernard Cazeneuve, di sentirsi considerato "come Amedy Coulibaly" (l'attentatore del supermercato Kosher) ma di "sentirsi Charlie". E' stato scarcerato ma rinviato a giudizio per "apologia di terrorismo".

Dunque c'è un limite?

E si può scherzare sulla Shoa? O si può negarla? Nell'ottobre 2013 ci fu una grossa polemica in Italia per le affermazioni del matematico Oddifreddi che aveva criticato un decreto approvato in Senato in cui si equiparava a un reato la negazione dell’Olocausto perché "affidarsi non alla storia, ma alla legge, per stabilire cosa è successo nel passato è tipico dei sistemi autoritari alla 1984, e non a caso Orwell parla al proposito di psicoreati, perseguiti da una psicopolizia". Quindi, rispondendo al commento di un lettore che definiva il processo di Norimberga un’opera di propaganda,  si dichiarava d’accordo affermando che se la guerra fosse andata diversamente sarebbero stati gli alleati a essere processati per crimini di guerra, e infine, con riferimento all'Olocausto, esprimeva forti dubbi "su quanto il ministero della propaganda alleata ci ha presentato come verità storica".

E il "politicamente corretto", che spesso sfocia nel ridicolo (pensiamo, ad esempio, al genitore 1 e al genitore 2), non è anch'esso una forma di limitazione della libertà di espressione?

Certamente la questione, sotto certi aspetti, è controversa, ma, a mio parere, la libertà di espressione non può avere limiti.   

martedì 25 marzo 2014

L'affermazione del Fronte Nazionale di Marie Le Pen alle elezioni comunali francesi. Un segnale per l'Europa.

Tutti preoccupati per il risultato ottenuto in Francia alle elezioni comunali dal Fronte Nazionale di Marie Le Pen. Si parla di populismo e di fascismo. Strano che pochi giorni fa sia andato al governo in Ucraina un partito di estrema destra, quasi o del tutto nazista, ma di preoccupazioni in giro se ne siano viste poche, forse perché quei nazisti lì sono europeisti e quindi sono buoni, anche se certo l'Ucraina non è la Francia né l'Italia.

Ieri Marie Le Pen ha commentato "In alto ci sono i socialisti e i sarkozysti, l'euro e l'Europa, l'immigrazione e il libero mercato. In basso c'è il popolo. E ci stiamo noi."

Dunque si è venuta a creare una situazione per cui destra  e sinistra vengono accomunate come espressione dello stesso establishment, della stessa classe dominante, che non fa gli interessi del popolo e del proprio paese ma quelli di organismi superiori europei non eletti. E se questa è la percezione di un largo strato della popolazione è inevitabile che  i movimenti che si richiamano all'identità nazionale acquistino consenso anche da parte di chi glielo avrebbe negato fino a poco tempo fa.

Sta accadendo anche in Italia. E ovviamente ci sono molti timori per quel che succederà alle imminenti elezioni europee dove è prevedibile una grande affermazione di partiti e movimenti antieuropeisti. Renzi già avverte che "Le elezioni europee non sono un referendum su di me e sul governo"!

Ma non si sono ancora resi conto che la ricetta europea dell'austerità sta peggiorando la crisi economica e che comunque c'è una sempre maggiore insofferenza per i "compiti a casa" imposti dall'Europa e dalla Merkel? Io questa espressione che sto ascoltando da più di due anni non la sopporto più, per non parlare dei sorrisini dei commissari europei e del fatto di essere stati inclusi tra i "pigs"(maiali). Ma come può uno stato sovrano accettare tutto questo? E chi è la Merkel? E' stata per caso nominata Presidente della Federazione Europea che non esiste? O siamo stati annessi alla Germania e non ce ne siamo accorti?

Certo non si può dimenticare che la crisi italiana dipende in larga parte da gravi problemi strutturali interni mai risolti e che l'euro e questa Europa l'hanno solo peggiorata, ma risolvere quei problemi è compito e responsabilità del nostro governo e non deve essere, né essere percepito, come un'imposizione dall'esterno.




venerdì 13 dicembre 2013

La crisi, la cura europea e le proteste

La situazione mi sembra un tantino complicata. 

Era inevitabile che qualcuno cominciasse a scendere in piazza. Le motivazioni per protestare non mancano. La classe politica è screditata, la crisi economica non accenna a risolversi. 

Sono in molti a definire pessime le cure che l'Unione Europea, o meglio, le sue istituzioni finanziarie impongono ai paesi aderenti. 

Intanto negli Stati Uniti si adottano politiche opposte, anche perché la Federal  Reserve stampa moneta, e le cose vanno molto meglio. 

Così molti, non solo in Italia, additano l'Europa come causa della crisi e i partiti e i movimenti anti europei acquistano sempre più consensi. Ma c'è ovviamente che la pensa diversamente. 

Nella trasmissione Servizio Pubblico appena conclusa, il giornalista Federico Rampini, pur sottolineando che le misure messe in atto in Europa sono sbagliate, affermava che non si può dare colpa all'Europa di certi mali endemici italiani. 

Non è colpa dell'Europa se l'Italia non cresce da 20 anni, non abbiamo certo importato dalla Germania la corruzione della classe politica, né l'atavica incompetenza e inefficienza del ceto politico-amministrativo che non è stato nemmeno in grado di spendere i contributi concessi dall'Europa o magari li ha fatti gestire dalla mafia, dalla camorra  e dalla 'ndrangheta. 

Per questi motivi Rampini sosteneva che non possiamo perdere l'aggancio con l'Europa perché precipiteremmo nei nostri mali atavici e non ci riprenderemmo più, che quindi l'Europa sarebbe la via maestra. 

Ora non ci sono dubbi che criminalità organizzata, inefficienza, corruzione, ma anche la scarsa capacità di certa classe imprenditoriale italiana che ora piange, ma che in passato non è stata capace di rinnovarsi e di far fronte alle sfide di un mondo in evoluzione, sono mali tipicamente interni e che non hanno niente a che vedere con l'Europa. 

Tuttavia mi sembra  contraddittorio affermare che le politiche dell'Unione Europea non sono in grado di dare risposte alla crisi, che anzi l'aggravano, e poi concludere che comunque l'Europa è la via maestra. Sarebbe necessario e urgente rivedere il modo di stare nell'Unione, ma non mi pare che il governo in carica abbia alcuna intenzione di farsi sentire in merito e del resto non ne avrebbe neanche l'autorevolezza. 

Intanto la crisi morde e la gente giustamente protesta. 

Poi certo tra chi protesta c'è di tutto, anche quelli che minacciano di bruciare i libri, quelli che fanno il saluto romano e quelli che inneggiano alla mafia sostenendo che la mafia li fa star bene. 

Pertanto gravi rischi di strumentalizzazioni e anche di derive pericolose ci sono. 

Credo tuttavia che la maggioranza di coloro che scendono in strada siano persone che vogliono solo manifestare il loro sdegno per una classe politica la cui deriva etica e la cui inefficienza non hanno uguali in Europa e altre che sono veramente disperate perché non riescono più a vivere dignitosamente. 

Purtroppo non mi sembra che per il momento dai palazzi del potere si dimostri di aver capito qualcosa, mentre stampa e televisione appuntano l'attenzione più su certi episodi, certamente gravi, che sulle vere motivazioni della protesta.