sabato 17 gennaio 2015

Siamo ancora tutti Charlie Hebdo?

Eravamo tutti Charlie Hebdo, ma dopo poco più di una settimana, ecco che cominciano ad affiorare i distinguo.

Uno dei fondatori di Charlie Hebdo, Henri Roussel, in un articolo sul Nouvel Observateur, firmato con lo pseudonimo Delfeil de Ton,  ha accusato Charb, il direttore del settimanale satirico tra le vittime della strage, di aver “trascinato la sua squadra verso la morte” pubblicando vignette dal contenuto provocatorio sul profeta Maometto.

Poi il Papa sul volo dallo Sri Lanka alle Filippine, rispondendo alle domande dei giornalisti dei media internazionali che viaggiavano con lui, ha spiegato che “non si può reagire violentemente”, anzi, che è “un’aberrazione uccidere in nome di Dio”, però ha continuato affermando che "se il dottor Gasbarri [l’organizzatore dei viaggi papali, che si trovava a fianco del Pontefice], che è un amico, dice una parolaccia contro mia mamma, gli aspetta un pugno", lasciando intendere, con l’esempio dell’offesa alla mamma, che toccando ciò che le persone hanno di più caro a volte possono scattare reazioni inconsulte.

Dunque si comincia a dire da più parti che anche la satira e quindi la libertà di espressione incontrano dei limiti, in particolare che non si dovrebbero offendere i sentimenti religiosi altrui.

Anche a me è capitato di parlare con persone che si sono sentite offese da alcune vignette sulla religione cristiana, in particolare quella sulla Trinità. Qualcuno mi ha detto che dopo aver visto certe vignette non si sente più Charlie.  Il concetto è che "chi offende il mio Dio, offende me" . Anche se nessuno di loro giustifica l'assassinio, in sostanza è come se dicessero che i vignettisti di Charlie Hebdo se la sono andata a cercare e che anche la satira deve avere dei limiti.

Ma la satira si è sempre scagliata sia contro il potere che contro la religione che comunque è una forma di potere, tanto più nei paesi dove non esiste distinzione tra potere politico e potere religioso. Certo che la satira può  essere greve, certo che la satira è offensiva, altrimenti non è satira. Poi ovviamente anche la satira può essere criticata. E chi si sente offeso potrà sempre ricorrere ai tribunali. Il codice penale stabilisce pene  per la diffamazione e la calunnia e anche per le offese a una confessione religiosa. Ma la libertà di espressione dovrebbe essere assoluta. Ora io penso così perché, non seguendo alcuna religione e avendo una visione assolutamente laica, mi resta anche difficile immedesimarmi in chi dice "chi offende il mio Dio, offende me". Però se qualcuno offende me lo prenderei volentieri a calci, come minimo, poi ovviamente, poiché sono una persona civile, mi rivolgo a un tribunale.

Poi ci si potrebbe domandare se non debbano esserci limiti nel caso di incitamento all'odio razziale o addirittura al terrorismo.

Proprio in questi giorni in Francia è stato arrestato il controverso comico francese di origine camerunense, Dieudonné, noto per i suoi atteggiamenti provocatori e accusato spesso di antisemitismo. Dieudonné, che aveva partecipato alla marcia di domenica scorsa a Parigi, tornato a casa, aveva scritto sul web il messaggio "Je suis Charlie Coulibaly", spiegando poi in una lettera al  ministro dell’Interno, Bernard Cazeneuve, di sentirsi considerato "come Amedy Coulibaly" (l'attentatore del supermercato Kosher) ma di "sentirsi Charlie". E' stato scarcerato ma rinviato a giudizio per "apologia di terrorismo".

Dunque c'è un limite?

E si può scherzare sulla Shoa? O si può negarla? Nell'ottobre 2013 ci fu una grossa polemica in Italia per le affermazioni del matematico Oddifreddi che aveva criticato un decreto approvato in Senato in cui si equiparava a un reato la negazione dell’Olocausto perché "affidarsi non alla storia, ma alla legge, per stabilire cosa è successo nel passato è tipico dei sistemi autoritari alla 1984, e non a caso Orwell parla al proposito di psicoreati, perseguiti da una psicopolizia". Quindi, rispondendo al commento di un lettore che definiva il processo di Norimberga un’opera di propaganda,  si dichiarava d’accordo affermando che se la guerra fosse andata diversamente sarebbero stati gli alleati a essere processati per crimini di guerra, e infine, con riferimento all'Olocausto, esprimeva forti dubbi "su quanto il ministero della propaganda alleata ci ha presentato come verità storica".

E il "politicamente corretto", che spesso sfocia nel ridicolo (pensiamo, ad esempio, al genitore 1 e al genitore 2), non è anch'esso una forma di limitazione della libertà di espressione?

Certamente la questione, sotto certi aspetti, è controversa, ma, a mio parere, la libertà di espressione non può avere limiti.   

martedì 25 marzo 2014

L'affermazione del Fronte Nazionale di Marie Le Pen alle elezioni comunali francesi. Un segnale per l'Europa.

Tutti preoccupati per il risultato ottenuto in Francia alle elezioni comunali dal Fronte Nazionale di Marie Le Pen. Si parla di populismo e di fascismo. Strano che pochi giorni fa sia andato al governo in Ucraina un partito di estrema destra, quasi o del tutto nazista, ma di preoccupazioni in giro se ne siano viste poche, forse perché quei nazisti lì sono europeisti e quindi sono buoni, anche se certo l'Ucraina non è la Francia né l'Italia.

Ieri Marie Le Pen ha commentato "In alto ci sono i socialisti e i sarkozysti, l'euro e l'Europa, l'immigrazione e il libero mercato. In basso c'è il popolo. E ci stiamo noi."

Dunque si è venuta a creare una situazione per cui destra  e sinistra vengono accomunate come espressione dello stesso establishment, della stessa classe dominante, che non fa gli interessi del popolo e del proprio paese ma quelli di organismi superiori europei non eletti. E se questa è la percezione di un largo strato della popolazione è inevitabile che  i movimenti che si richiamano all'identità nazionale acquistino consenso anche da parte di chi glielo avrebbe negato fino a poco tempo fa.

Sta accadendo anche in Italia. E ovviamente ci sono molti timori per quel che succederà alle imminenti elezioni europee dove è prevedibile una grande affermazione di partiti e movimenti antieuropeisti. Renzi già avverte che "Le elezioni europee non sono un referendum su di me e sul governo"!

Ma non si sono ancora resi conto che la ricetta europea dell'austerità sta peggiorando la crisi economica e che comunque c'è una sempre maggiore insofferenza per i "compiti a casa" imposti dall'Europa e dalla Merkel? Io questa espressione che sto ascoltando da più di due anni non la sopporto più, per non parlare dei sorrisini dei commissari europei e del fatto di essere stati inclusi tra i "pigs"(maiali). Ma come può uno stato sovrano accettare tutto questo? E chi è la Merkel? E' stata per caso nominata Presidente della Federazione Europea che non esiste? O siamo stati annessi alla Germania e non ce ne siamo accorti?

Certo non si può dimenticare che la crisi italiana dipende in larga parte da gravi problemi strutturali interni mai risolti e che l'euro e questa Europa l'hanno solo peggiorata, ma risolvere quei problemi è compito e responsabilità del nostro governo e non deve essere, né essere percepito, come un'imposizione dall'esterno.




venerdì 13 dicembre 2013

La crisi, la cura europea e le proteste

La situazione mi sembra un tantino complicata. 

Era inevitabile che qualcuno cominciasse a scendere in piazza. Le motivazioni per protestare non mancano. La classe politica è screditata, la crisi economica non accenna a risolversi. 

Sono in molti a definire pessime le cure che l'Unione Europea, o meglio, le sue istituzioni finanziarie impongono ai paesi aderenti. 

Intanto negli Stati Uniti si adottano politiche opposte, anche perché la Federal  Reserve stampa moneta, e le cose vanno molto meglio. 

Così molti, non solo in Italia, additano l'Europa come causa della crisi e i partiti e i movimenti anti europei acquistano sempre più consensi. Ma c'è ovviamente che la pensa diversamente. 

Nella trasmissione Servizio Pubblico appena conclusa, il giornalista Federico Rampini, pur sottolineando che le misure messe in atto in Europa sono sbagliate, affermava che non si può dare colpa all'Europa di certi mali endemici italiani. 

Non è colpa dell'Europa se l'Italia non cresce da 20 anni, non abbiamo certo importato dalla Germania la corruzione della classe politica, né l'atavica incompetenza e inefficienza del ceto politico-amministrativo che non è stato nemmeno in grado di spendere i contributi concessi dall'Europa o magari li ha fatti gestire dalla mafia, dalla camorra  e dalla 'ndrangheta. 

Per questi motivi Rampini sosteneva che non possiamo perdere l'aggancio con l'Europa perché precipiteremmo nei nostri mali atavici e non ci riprenderemmo più, che quindi l'Europa sarebbe la via maestra. 

Ora non ci sono dubbi che criminalità organizzata, inefficienza, corruzione, ma anche la scarsa capacità di certa classe imprenditoriale italiana che ora piange, ma che in passato non è stata capace di rinnovarsi e di far fronte alle sfide di un mondo in evoluzione, sono mali tipicamente interni e che non hanno niente a che vedere con l'Europa. 

Tuttavia mi sembra  contraddittorio affermare che le politiche dell'Unione Europea non sono in grado di dare risposte alla crisi, che anzi l'aggravano, e poi concludere che comunque l'Europa è la via maestra. Sarebbe necessario e urgente rivedere il modo di stare nell'Unione, ma non mi pare che il governo in carica abbia alcuna intenzione di farsi sentire in merito e del resto non ne avrebbe neanche l'autorevolezza. 

Intanto la crisi morde e la gente giustamente protesta. 

Poi certo tra chi protesta c'è di tutto, anche quelli che minacciano di bruciare i libri, quelli che fanno il saluto romano e quelli che inneggiano alla mafia sostenendo che la mafia li fa star bene. 

Pertanto gravi rischi di strumentalizzazioni e anche di derive pericolose ci sono. 

Credo tuttavia che la maggioranza di coloro che scendono in strada siano persone che vogliono solo manifestare il loro sdegno per una classe politica la cui deriva etica e la cui inefficienza non hanno uguali in Europa e altre che sono veramente disperate perché non riescono più a vivere dignitosamente. 

Purtroppo non mi sembra che per il momento dai palazzi del potere si dimostri di aver capito qualcosa, mentre stampa e televisione appuntano l'attenzione più su certi episodi, certamente gravi, che sulle vere motivazioni della protesta.

venerdì 6 dicembre 2013

I Forconi annunciano la rivoluzione per il 9 dicembre, ma ne parlano solo i network. Sarà un flash-mob?

Sul web si parla di una manifestazione indetta per il 9 dicembre e che dovrebbe bloccare il paese per 5 giorni. I quotidiani e gli altri media non ne parlano. Sul gruppo di Facebook “Coordinamento Pistoia 9 dicembre 2013”, al quale mi sono trovata iscritta senza averlo chiesto (e mi domando se non sarebbe più carino proporre l'iscrizione invece di iscrivere direttamente), c'è  un volantino nel quale si invita a scendere nelle piazze contro il far west della globalizzazione che ha sterminato il lavoro degli italiani, contro questo modello di “Europa”, per riprenderci la sovranità popolare e monetaria, per riappropriarci della democrazia, per il rispetto della nostra Costituzione, contro un governo di nominati e di parassiti e per difendere la nostra sacrosanta dignità. Il volantino è firmato coordinamento nazionale per la rivoluzione del 9 dicembre 2013.

Ah, allora si tratta di una rivoluzione? Mi sembrava di ricordare che le rivoluzioni si fanno ma non si annunciano. Non mi risultava che la presa della Bastiglia e del Palazzo d’Inverno fossero state annunciate qualche settimana prima, anche se certamente le rivoluzioni cui diedero inizio erano state preparate da tempo, c’erano i leader e i finanziatori, questi ultimi talvolta insospettabili. Eventualmente si annunciano le marce su Roma, specialmente quando si sa che i rischi sono minimi, che chi dovrebbe far rispettare l'ordine chiuderà un occhio o anche entrambi, perché così vuole il vecchio potere che vacilla, anche se poi le cose possono sempre sfuggire di mano.

Inoltre quando mai le rivoluzioni si fanno pacificamente chiedendo addirittura l'autorizzazione alle Questure?

Magari il termine è stato usato in senso simbolico, tuttavia se, come mi sembra di avere capito, il risultato che si mira a ottenere con la manifestazione è la cacciata di  questa classe politica, che certo se lo meriterebbe, cosa altro sarebbe se non una rivoluzione? Ma allora qual è il progetto alternativo che si intende perseguire, qual è il nuovo tipo di società che si vuole costruire?
E poi dov'è la classe politica di ricambio? Dove sono i Danton, i Robespierre o i Lenin? Dove le idee?

Mi sembra tutto molto vago.

Ho cercato di reperire notizie, almeno sugli organizzatori, ma non ho trovato molto.
   
Qualcuno, sempre nel gruppo di cui sopra, ha postato l’indirizzo di questo sito , ma su Twitter altri dicono che detto sito non ha niente a che vedere con
il movimento e che l’indirizzo ufficiale è invece questo . Non ho avuto modo di confrontare a fondo i siti. I video postati sembrano gli stessi. Quel che è certo è che di chiarezza mi pare ce ne sia poca al di là di generiche velleità di protesta.

Mi domando infatti cosa  significa dire che la globalizzazione ha sterminato il lavoro degli italiani. Noi non dovevamo competere con i cinesi, ma dovevamo impegnarci nella valorizzazione dei prodotti di eccellenza, come fanno i tedeschi. Poi magari sarebbe stato opportuno controllare certi capannoni dove tutti sapevano che c’erano cinesi schiavi a lavorare quasi per niente e che quindi certi prodotti scadenti non potevano che arrivare anche sui nostri mercati a far concorrenza ai nostri prodotti scadenti, non certo alle eccellenze. Se la nostra produttività non cresce da 15 anni, vuol dire che per qualche motivo ci siamo fermati, che la nostra classe imprenditoriale non è granché, che era già in crisi da tempo, che non si è valorizzato il merito, che non si è speso in innovazione. La nostra industria non si è rinnovata, non è stata in grado di affrontare un mondo in evoluzione. La crisi è molto precedente alla crisi. C’era chi lo aveva capito, ma forse non è stato in grado di farlo capire. Basterebbe leggere alcuni scritti profetici di Pasolini o il romanzo “Le mosche del capitale” di Paolo Volponi. Quest’ultimo, uscito nel 1989, è ambientato nella realtà industriale  della seconda metà degli anni ’70, ed è interessante per capire la crisi odierna, anche se purtroppo, a mio parere, è illeggibile (la sostanza c’è, ma lo stile è respingente).

Concordo con la necessità di combattere contro questo  modello di “Europa”, che è l’Europa della finanza e non dei popoli e che certamente ha poco a che vedere con le intenzioni dei padri fondatori, quando ancora c’erano degli ideali, quanto al riprenderci la sovranità popolare e monetaria, pur ritenendo che non si possa continuare a subire i diktat della BCE, che peraltro non è un organismo eletto, mi domando anche se tornare alla lira non sarebbe un rimedio peggiore del male. Non sarà poi che attribuire le cause della crisi all’unione monetaria sia un modo per nascondere le vere magagne del paese? Certamente l’unione monetaria senza l’unione politica è stata un azzardo che ha determinato nefaste conseguenze soprattutto per i paesi come il nostro che per entrarvi a tutti i costi hanno accettato condizioni capestro come il rapporto di  1936, 27 lire per 1 euro. Tuttavia mi domando anche come staremmo, pur con l’euro, se non avessimo criminalità organizzata, corruzione, clientelismo, pletorica burocrazia, giustizia inefficiente, evasione fiscale, e via elencando.

Premesso ciò, chi c’è dietro la rivoluzione del 9 dicembre, intendo soprattutto a livello nazionale? Qualcuno sostiene che ci sia il movimento di estrema destra Forza Nuova. Magari si tratta di un tentativo di screditare la manifestazione (rivoluzione?) da parte dei soliti noti. Quel che è certo è che Forza Nuova aderisce (vedere il sito). L’unica cosa certa è che non si sa molto degli organizzatori, di dove vengano, quali siano le loro idee e appartenenze, se ci sono. Qualcuno sempre su Facebook sostiene che l’idea è nata così, che non c’è nessuno dietro, solo il popolo stanco e arrabbiato. Nessuno può credere a una cosa del genere. Non si tratta di un flash mob! Sono tuttavia convinta che molti di coloro che parteciperanno all’evento siano in buona fede, che molti pensino davvero che l’iniziativa sia spontanea, solo che personalmente non ci credo e mi sembra anche strano che sui quotidiani e gli altri media non ci si preoccupi, che nessuno abbia qualcosa da dire. E la cultura? E gli opinionisti dei quotidiani?

Dei due siti intitolati al 9 dicembre che ho trovato, nel primo, a livello nazionale compaiono tre nominativi,  nell’altro ci sono solo i link  a dei gruppi che rimandano a pagine di Facebook.

E chi sono questi tre?

Uno è Danilo Calvani dei Comitati Riuniti Agricoli, leader storico dei sindacati autonomi degli agricoltori di Latina, che addirittura  invita gli italiani a fare scorta di cibo prima del 9 dicembre. Sulla sua pagina di Facebook  conclude uno dei suoi proclami con “W l’Italia e che Dio ci benedica tutti”! E Dio in politica non mi piace proprio.

Un altro è Mariano Ferro, leader dei Forconi siciliani, di cui non si sa molto, se  non che è un imprenditore di Avola. Sulla sua pagina di Facebook era annunciato per oggi alle 16,30 su Radio 24 un confronto con Oscar Giannino (qualcuno lo ha sentito? Mi sarebbe piaciuto, perché sarà stato divertente, ma ero impossibilitata).

Infine Lucio Chiavegato, ex-presidente L.I.F.E. (Liberi imprenditori federalisti europei)  che si batterebbe per la libertà del popolo veneto o almeno  così si presenta sul suo sito.

Da qualche parte ho trovato anche un riferimento a un certo Prof. Vito Monaco, mai sentito prima, conduttore di una trasmissione su canale Italia (canale 53 del digitale terrestre) dal titolo Notizie oggi.

I primi due sono comunque collegati al movimento dei Forconi e con i Forconi c'era anche Antonio Pappalardo ex Carabiniere (amico del principe siciliano Alliata di Monreale, il nobile “nero” legato a Junio Valerio Borghese e alla Massoneria deviata), che l'anno scorso alla testa di qualche centinaio di agricoltori del sud pontino voleva marciare su Roma. Non so se l'abbia fatto e se sia ancora attivo oggi.
E’ l’unico di cui si trova notizia anche su Wikipedia.  Rappresentante del Cocer (organo di rappresentanza dei carabinieri)  nel 2000, con un documento “sullo stato morale e sul benessere dei cittadini”, mette in allarme il mondo politico con l’invito rivolto all’arma dei carabinieri a fondare “un nuovo stato”!

Sarebbero questi i leader in grado di dare una svolta al paese?

E poi tutta la vicenda puzza un po’ e sa di già visto. Ricordate lo sciopero dei trasportatori e quello delle casseruole in Cile cui seguì la dittatura di Pinochet? 

Purtroppo è nei periodi di crisi, non solo economica, ma anche morale e culturale, che si affermano certe ideologie. La storia insegna. Personalmente non ho appartenenze, anche se ne ho avute in un passato molto lontano. Credo nella giustizia sociale, nell’uguaglianza di partenza per tutti, nell’equità, però non tollero più e da anni il vuoto della sinistra italiana che da una parte continua  a proporre  certi stereotipi, certo politically correct, che talvolta sconfina nel ridicolo , certo falso egualitarismo che rifiuta la meritocrazia e condanna il paese all'inefficienza, e dall’altra non fa più da tempo opposizione né distingue il comportamento dei propri esponenti da quello di quasi tutti i politici preoccupati di mantenersi le poltrone  e di arraffare, senza risolvere alcuno dei gravi ed endemici problemi del paese. Mi considero un'eclettica, disposta a prendere quel che ritiene buono da qualsiasi parte provenga, escluse certe ideologie che la storia ha condannato, ma voglio avere il tempo di valutare, di informarmi, voglio sapere in che direzione si va. Per questo non credo che parteciperò a questa manifestazione o ad altre iniziative del genere, almeno finché non avrò chiarezza sui fini che si pone il movimento e sulle provenienze e appartenenze di chi lo dirige, però magari andrò a dare un'occhiata.

Certo di ragioni per protestare ce ne sono da vendere, non solo per la crisi economica, di cui in Italia molti di noi si sono veramente accorti solo nel novembre del 2011 (anche se nell’immaginario collettivo erano rimasti impressi gli impiegati della Lehamn & Brothers che nel settembre 2008 uscivano con i loro scatoloni), ma per la crisi etica che coinvolge la politica, a tutti i livelli.

Abbiamo un parlamento esautorato, e non solo per la decisione di ieri della Corte Costituzionale che ha bocciato il “porcellum”, ovvero la legge con la quale si vota dal 2005, e che fa del Parlamento un organo di nominati più che di eletti, ma anche perché ormai non legifera quasi più, mentre a partire dal novembre 2011 i governi sono imposti dall’alto. Intanto e da tempo alla politica si è sostituita la magistratura, e non solo quella dell’Alta Corte che ieri ha tolto di mezzo il “porcellum”, facendo ciò che il Parlamento avrebbe dovuto fare da anni, ma anche quella penale, basti pensare alla vicenda dell’Ilva di Taranto e a molte altre.

Bisogna tuttavia riconoscere che un alto livello etico non c’è neanche nella società civile, e del resto la politica non viene da Marte. Il senso civico è stato smarrito da molto tempo, basti vedere certi comportamenti alcuni considerati anche veniali, ma che in altri paesi sarebbero ostracizzati (professionisti che non rilasciano ricevuta fiscale e clienti che non la pretendono, pessimi lavoratori, soprattutto negli enti pubblici, che non hanno doveri, ma solo diritti, carrieristi di facciata senza alcuna sostanza, perché privi delle necessarie competenze, per arrivare alla gente che  sale sugli autobus e non paga il biglietto e a quelli che  lasciano le carte per terra e gli ingombranti all’angolo delle strade o lungo i sentieri di montagna, ecc.). Quindi se il paese è allo sfascio, anche se le maggiori responsabilità ricadono su chi ci rappresenta, che dovrebbe essere migliore, per capacità e onestà, ma così non è, le colpe, con le giuste proporzioni,  sono un po’ di tutti. E’ peraltro vero che per il Parlamento nazionale, con il “porcellum”, non avevamo più la possibilità di esprimere preferenze, ma almeno a livello di enti locali certi individui si poteva non votarli e non votare i partiti che li presentavano (tanto per fare un nome, Fiorito è stato eletto con moltissime preferenze, e certamente chi l’ha votato non doveva essere animato da grandi principi etici).

La situazione è grave, precaria, confusa e alquanto pericolosa.

Mi domando se ci sia un modo per uscirne e se i cittadini onesti e stanchi di una politica inefficiente e corrotta possano ancora fare qualcosa per rimettere in carreggiata questo paese, visto che chi lo dovrebbe fare non è capace o non vuole farlo, e, nel caso, con quali  modalità, mezzi, strumenti.

Una manifestazione possente e pacifica potrebbe avere un significato e magari indurre una parte della politica a cambiare passo. Vedo che c'è molto entusiasmo tra i partecipanti, ma sono i presunti organizzatori che mi danno da pensare.

giovedì 21 novembre 2013

L'abolizione delle Province tra propaganda e complicazioni

E’ di stamani la notizia che tra gli emendamenti presentati dal governo alla legge di stabilità al vaglio del Parlamento c’è anche quello che prevede di  bloccare le elezioni provinciali (peraltro mi domando quanti andrebbero a votare) con una norma che proroga i poteri dei commissari straordinari, ciò al fine di evitare di rinnovare gli organi di enti che tutti dicono di voler abolire  anche se farlo sembra piuttosto complicato.

Ho comunque l’impressione che l’abolizione delle Province sia una proposta che è stata data in pasto a noi cittadini, giustamente stanchi degli sprechi di certi enti (ma le Regioni, come ci dicono le cronache, hanno sprecato, e malversato di più), a scopo di propaganda, come se da questa riforma dovesse passare il risanamento del paese e dell’economia. La stessa cosa che sta avvenendo per la vendita del patrimonio pubblico (è stato proposto anche di privatizzare le spiagge!) e delle partecipazioni statali in Eni, Enel e quant’altro, e per la privatizzazione dei servizi pubblici. Sempre meno Stato, è la ricetta dei liberisti estremi, perché lo Stato è la causa di tutti i mali, invece privato è bello. Poi forse non è proprio o sempre così, ma certamente ci sono delle  ragioni che portano a sostenere certe tesi, e stanno nel cattivo funzionamento della Pubblica Amministrazione e negli sprechi che poi in larga parte sono una conseguenza della corruzione che è il vero male da sradicare.

Tornando all’abolizione delle Province c’è anche da considerare che probabilmente il risparmio che ne deriverebbe per la spesa pubblica non sarebbe esaltante. In questo studio dell’Istituto Leoni si calcola un risparmio di circa 1,9 miliardi di euro l'anno considerando oltre ai 130 milioni di euro per gli emolumenti dei politici, che non sarebbero poi gran cosa, le spese di funzionamento  e quelle per il controllo sugli enti. Altri parlano di circa 800 milioni. C'è tuttavia da considerare che si aboliscono gli enti ma non le funzioni che sarebbero attribuite ai Comuni  e continuerebbero pertanto ad avere dei costi,  compresi quelli del personale che parimenti sarebbe assegnato ai Comuni (anche se nel tempo ci sarebbero delle riduzioni).  Si tratterebbe certo di una razionalizzazione, ma che non darebbe frutti immediati, anche perché si dovrebbero mettere nel conto le spese per il processo di riorganizzazione. Se a ciò si aggiunge che si vogliono istituire le Città Metropolitane, peraltro previste dalla Costituzione dopo la riforma del 2001, avrei dei dubbi sull’entità del risparmio.

Altro luogo comune che circola è che per abolire le Province basta volerlo  e che se tutti i tentativi falliscono è ovvio che ciò dipende dagli interessi dei politici. E’ evidente che ci sono degli interessi, se non altro quelli di chi perderebbe l’incarico e di chi non potrebbe più candidarsi alle prossime elezioni provinciali, per non dire che ogni ente è un veicolo attraverso il quale passano la corruzione e il clientelismo in cui tanti sguazzano. Tuttavia se si vuole dare una giusta informazione, bisogna anche dire che le Province sono previste dalla Costituzione (art.114) e che pertanto si possono abolire solo con una legge costituzionale. E a questo proposito mi domando se il Parlamento attuale sia in grado di fare una riforma costituzionale. Non mi pare. Francamente non so se il famoso comitato dei saggi abbia prodotto qualcosa, mi pare tuttavia che il livello culturale sia sempre più basso e che le leggi, anche quelle ordinarie, e i decreti legge, che vengono sfornati in quantità industriale, non siano ben fatti e neanche ben scritti. Poi sarebbe necessaria anche una certa capacità di mediare tra le varie istanze, ma questi  si scannano per tutto, tranne che quando si tratta di fare gli interessi loro.

Si sa che l'abolizione delle Province è questione annosa. Se ne comincia a parlare già dopo l’istituzione delle Regioni negli anni ’70 del secolo scorso. Tuttavia dopo poco ci se ne dimentica e alle 95 province esistenti, 91 dalla nascita della Repubblica, e 4 aggiunte nel 1974, se ne aggiungono ben 15 tra il 1992 e 2009, per un totale di 110.

La questione torna di moda negli ultimi anni e in particolare con la crisi economica sembra divenire la panacea di ogni male.

Ci prova il governo Monti con D.L. 6 dicembre 2011, convertito nella L. 22 dicembre 2011, n. 214, che prevede la devoluzione secondo leggi regionali o statali dei poteri delle Province a Comuni e Regioni entro fine 2012, data poi portata a dicembre 2013, e il mantenimento delle Province come esclusivo organo di coordinamento intercomunale, con i Consigli nominati dai Consigli dei Comuni che ne fanno parte e ridotti a non più di 10 membri, l’abolizione della Giunta, il Presidente della Provincia eletto dal Consiglio Provinciale nel suo seno, come avveniva prima delle riforme del 1993.

Con il successivo decreto-legge 6 luglio 2012 n. 95, convertito  nella legge 7 agosto 2012, n. 135, sempre il governo Monti attribuisce al  Consiglio dei Ministri il riordino delle province sulla base di requisiti minimi, da individuarsi nella dimensione territoriale e nella popolazione residente in ciascuna provincia, definisce una procedura che coinvolge nel riordino le Regioni, stabilisce che le funzioni amministrative e conseguentemente risorse e personale vadano ai Comuni,  istituisce le Città metropolitane  e stabilisce infine che le Regioni a Statuto Speciale adeguino agli stessi principi i propri ordinamenti. 

Si ricorderanno poi sui quotidiani le cartine d’Italia con le varie ipotesi di riordino e le polemiche varie. A mio parere pessima legge da cui non so quanti risparmi sarebbero potuti derivare, tenuto conto anche delle spese di riorganizzazione. Una soluzione probabilmente peggiore dell'attuale,  per non parlare di chi avrebbe pescato nel torbido dei localismi che, a torto o a ragione, fanno parte della nostra storia (solo pensare di accorpare Pisa con Livorno!) .

Ma in data 3 luglio 2013 la Corte Costituzionale dichiara l'illegittimità costituzionale dei provvedimenti di riordino e riduzione del numero delle province italiane, per una questione di metodo; viene infatti contestato l'utilizzo del decreto legge come strumento normativo applicato a una riforma organica e di sistema dell'istituzione provinciale.

Ci riprova il governo Letta con il DDL Delrio. Qui il testo e qui una sintesi video.  Il DDL prevede solo 2 enti a elezione diretta, Regioni e Comuni, mentre le Province, in attesa di essere abolite con legge costituzionale, diventano enti di area vasta con organi costituiti dai Sindaci dell'area che prestano gratuitamente la loro attività. Il progetto prevede anche le Città Metropolitane in numero di 10, corrispondenti alle nostre 10 più grandi città, e le Unioni di Comuni, in sostanza piccoli Comuni che si associano per lo svolgimento di determinate funzioni. Anche gli organi delle Città Metropolitane e delle Unioni di Comuni sono costituite dai Sindaci delle aree interessate che svolgono la loro attività a titolo gratuito.

Questa volta lo stop viene dalla Corte dei Conti che boccia il disegno di legge. Nell’audizione sul provvedimento, che risale a qualche giorno fa, il giudizio della Sezione autonomie della magistratura contabile è netto: basse possibilità di risparmio per gli enti, una volta che il disegno di legge dovesse entrare in vigore a tutti gli effetti, e rischio di confusione amministrativa nell’indefinito periodo di transizione.

Ancora una volta hanno agito gli interessi di chi non vuole l’abolizione delle Province? Certo l’UPI (Unione Province Italiane) è contraria e indica le stesse motivazioni per le quali la Corte dei Conti ha bocciato il progetto.

E' ovvio che nel breve periodo i risparmi sarebbero stati minimi con la compresenza di Province e Città Metropolitane, seppur enti di secondo livello senza spese per gli organi politici, spese queste che comunque risultano meno significative di quelle di funzionamento.

A mio parere però il problema vero non sono tanto le Province in sé, ma le inefficienze e gli sprechi che non riguardano solo gli emolumenti dei politici. Poi ben venga l'eliminazione, con un'efficiente ridistribuzione delle funzioni ai Comuni, ma non si dia ad intendere che con questa riforma, come con le privatizzazioni, si risolvano i problemi del paese.


Quello che deve finire sono gli eccessi di generosità nelle uscite non solo delle Province, ma anche dei Comuni e soprattutto delle Regioni. E se è il caso di abolire le Province, che dire delle Regioni? Era proprio necessario costituirne 20? Quel che è certo è che hanno speso malamente i loro soldi (dalle ambasciate a inutili e risibili iniziative) e addirittura li hanno distratti a fini privati (ci hanno comprato di tutto, dai lecca-lecca, alle scacciacani, ai pranzi di nozze dei politici), ma nessuno parla di abolirle.

E che dire infine degli altri enti inutili sopravvissuti alla riforma del 1970? E se ne creano pure di nuovi che assumono personale per non fare niente. Emblematico il caso dell'AIP (Autorità Idrica Pugliese) che purtroppo non è il solo.

giovedì 14 novembre 2013

Diritti acquisiti e privilegi acquisiti

Stavo facendo altre cose mentre ascoltavo distrattamente il talk show "La Gabbia", quindi non so se ho capito bene, ma mi pare che sia partiti parlando dei molteplici incarichi di Antonio Mastrapasqua, Presidente INPS, per arrivare a dire che bisogna cominciare con il ridurre le pensioni da 3.000 euro (lorde). 

Mi pare che ci sia molta confusione in giro e si sa che la confusione serve sempre a qualcuno. Credo che si stia confondendo tra diritti acquisiti e privilegi acquisiti e che si stia cercando di inserire tra i ricchi persone che tali non sono, anche se certamente  si trovano in una posizione migliore rispetto ai precari e ai disoccupati. Come si fa a considerare privilegi stipendi o pensioni da 3.000 euro lorde, che quindi al netto sono poco più di 2.000 euro? Eppure diversi politici ma anche economisti e opinionisti vari, fanno discorsi di questo genere. I politici peraltro dovrebbero impegnarsi a risolvere i problemi cominciando con il fare i tagli che dovrebbero essere fatti, in primis ai loro privilegi e a quelli di manager come Mastrapasqua (che avrà sicuramente il dono dell'ubiquità per sedersi su tutte le poltrone che ricopre!), se non altro per motivi di giustizia sociale. Politici che hanno sguazzato per anni in questo sistema malato ora stanno facendo della pura demagogia cercando di aizzare coloro che stanno veramente male contro la classe media per deviarli da loro stessi e dai loro amici che vivono di veri privilegi cui corrisponde scarso e a volte nullo impegno personale. Basti pensare agli alti manager che hanno portato alla rovina gli enti che dovevano gestire e hanno per questo ottenuto buone uscite milionarie e pensioni vergognose cui si aggiungono altre prebende e vitalizi vari.

Poiché non si ha alcuna intenzione non solo di eliminare i privilegi, che si definiscono diritti acquisiti nel momento stesso in cui si toccano i veri diritti acquisiti (i diritti di coloro che in base alla legge vigente prima della riforma Fornero avrebbero potuto andare in pensione entro un anno o poco più non erano acquisiti, altrimenti non ci sarebbero stati gli esodati, mentre i privilegi di certi alti manager dello Stato sono, guarda caso, acquisiti e non si possono toccare), ma neanche di razionalizzare le spese della Pubblica Amministrazione, né di rendere quest’ultima più efficiente, né di eliminare gli enti inutili rimasti in piedi nonostante dovessero essere chiusi già negli anni’70 del secolo scorso, allora è ovvio che bisogna andare a prendere i soldi dove è più facile trovarli. Inoltre additare al pubblico ludibrio un funzionario di banca o un dirigente di un qualche Ente rende anche in termini di voti. Si sa che l’odio di classe si esplica maggiormente verso il vicino di casa laureato che svolge mansioni dirigenziali e prende uno stipendio certamente maggiore di quello medio, ma non stratosferico, o verso il pensionato da 3.000 euro lordi, che comunque aveva un titolo di studio e ha svolto il suo lavoro per almeno 40 anni (le pensioni baby che erano, quelle si, anche se minime, una vergogna sono state abolite al tempo del governo Dini e un po’ di tempo da allora  è passato), che verso il “grand commis” dello Stato che non si avrà mai occasione di incontrare e frequentare. Chi ha il potere è furbo, oltre che disonesto, e conta sull’ignoranza e il livore dei tanti a cui continua a darla a intendere.

Ci stiamo forse dimenticando anche di due principi sanciti dalla nostra Costituzione.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società (art.4, comma 2)
Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa(art.36, comma 1).

Da questi due articoli si ricava che tutti hanno il dovere di svolgere un'attività per contribuire al progresso della società cui corrisponde il diritto a una retribuzione dignitosa, ma anche che questa retribuzione deve essere proporzionale all'impegno e quindi anche che chi più si impegna merita di più, entro certi limiti ovviamente. Un rapporto di 1 a 10 è giusto, di 1 a 400 è vergognoso.   

Si sta anche dicendo che è ingiusto il calcolo della pensione con il sistema retributivo (tutti quelli che ci sono già andati o che sono in procinto di andarci), ma a mio parere l’ingiustizia vera sta nel fatto che ci siano pensioni da fame. Non è che da anziani si spende meno che da giovani (le spese per i bisogni primari, ma anche per il vestiario, la cultura, i viaggi e il c.d. superfluo che comunque rende piacevole la vita sono le stesse, e quando si diventa davvero vecchi, se ci si arriva, si devono considerare anche le maggiori spese sanitarie, tanto oltre un certo reddito si paga quasi tutto, o quelle per un aiuto in casa).

Quello che si dovrebbe fare è porre veramente un limite ai privilegi e tagliare tutto ciò che è inutile. Sono ansiosa di vedere cosa farà il nuovo Commissario per la razionalizzazione della spesa, Carlo Cottarelli (e mi domando se di un Commissario c'era necessità, tenuto anche conto degli scarsi risultati del precedente Enrico Bondi, nominato da Monti, e mi sfugge se ce ne sono stati altri), al quale intanto è stato fissato un corrispettivo di € 300.000, va bene lorde, ridotte a 260.000 ( più di 4 volte quanto prende un c.d. ricco secondo i parametri di certi nostri politici che hanno scoperto le ingiustizie), perché il suddetto, bontà sua, ha rinunciato a qualcosa (siamo tutti commossi!). Cottarelli ha già presentato il proprio programma di lavoro al Comitato interministeriale per la Revisione della spesa  che si riunirà nei prossimi giorni per esaminarlo, bla, bla, bla…

Poi ci sarebbe da parlare delle Province (è di pochi giorni fa la bocciatura della Corte dei Conti del disegno di legge Delrio) sulle quali mi riservo di fare un post a parte, ma intanto mi domando anche se siano necessarie 20 Regioni, per non parlare di come hanno speso i nostri soldi in questi anni. Quasi tutte sono state toccate da scandali con interi consigli regionali indagati e diversi consiglieri e assessori arrestati. Sembra che soprattutto il peculato (utilizzo di denaro pubblico per spese private, dai pranzi di nozze alle scacciacani) fosse la norma.

Intanto in Parlamento si sta litigando sul D.D.L di stabilità sul quale sono stati presentati vagoni di emendamenti. C’è stata pure la proposta di vendere le spiagge avanzata sia dal PDL, ma anche da un gruppo di parlamentari PD, anche se poi è stata ritirata. Si, credo che la strada sia proprio quella di vendere il vendibile, magari anche il Colosseo o il Ponte Vecchio a Firenze o il Palazzo Ducale a Venezia, di cedere anche tutte le nostre industrie strategiche, di privatizzare tutti i servizi pubblici, di mettere altre tasse (dopo la Tares, che doveva essere sostituita dalla Trise, è saltata fuori la Tuc!), e di far diventare povera la classe media (e poi vediamo chi entra ancora in un negozio a comprare qualcosa che non sia strettamente necessario alla sopravvivenza). L’importante è che i soliti continuino a fare la vita di prima, rubando e sprecando, anche a costo di vendere a saldo l’intero paese ai privati, possibilmente stranieri. Del resto chiamare lo straniero è stato il nostro sport nazionale  dalla caduta dell’impero romano in poi.



giovedì 7 novembre 2013

Le frequentazioni del Ministro della Giustizia

Il Ministro della giustizia può anche interessarsi della sorte di un carcerato che sta male, qualunque sia la sua condizione economica. Si dice del resto che la Cancellieri sia intervenuta anche per altri.

Tuttavia compito del Ministro sarebbe in primo luogo di trovare le soluzioni al problema delle carceri e della giustizia e non di interessarsi dei singoli casi specialmente quando riguardano gli amici suoi. 

Ma quello che è più grave è l'evidente conflitto di interessi. 

Ormai è storia nota che il figlio del Ministro abbia lavorato per breve tempo per FonSai ottenendone una buonuscita milionaria. 

Ma quello che viene fuori, anche dai servizi andati in onda nella puntata di stasera del talk show di LA7 "La Gabbia", nonché da diversi articoli sui giornali e su internet, è un rapporto molto stretto e di lunga data della Cancellieri con i Ligresti che, anche prima degli arresti del luglio scorso per falso in bilancio e manipolazione del mercato, erano considerati imprenditori "di sistema" per il rapporto "disinvolto" con la politica e che, proprio per questo, forse non erano tra le persone più consone alla frequentazione da parte di una persona che ricopre prima il ruolo di Ministro dell'Interno e oggi quello di Ministro della Giustizia. 

Sarebbe stato opportuno che ne avesse preso le distanze almeno dall'assunzione di quei ruoli, invece ci sono forti sospetti che si sia spesa in favore degli amici anche come Ministro dell'Interno. 

Sia nel talk show che in questo articolo si parla di un rapidissimo sgombro della Torre Guelfa a Milano, di proprietà dei Ligresti, che era stata occupata da un centro sociale, quando per queste procedure ci vuole in genere molto più tempo. Nel servizio andato in onda stasera è stato registrato il colloquio di un poliziotto con uno degli occupanti in cui si parla di pressioni dall'alto in un momento (maggio 2012) in cui la Cancellieri era Ministro dell'Interno, anche se queste sono solo supposizioni.  

Quel che è ovvio è che un ministro non si mette a disposizione, non dice conta su di me per qualsiasi cosa e non dice che una decisione della magistratura è un'ingiustizia. 

L'ingiustizia sta nella condizione delle carceri che lei in quanto Ministro della Giustizia avrebbe avuto il compito di risolvere. Il suo comportamento ribadisce invece la nota situazione per la quale se hai dei problemi e un ministro amico una soluzione si trova, altrimenti ti arrangi.

sabato 17 gennaio 2015

Siamo ancora tutti Charlie Hebdo?

Eravamo tutti Charlie Hebdo, ma dopo poco più di una settimana, ecco che cominciano ad affiorare i distinguo.

Uno dei fondatori di Charlie Hebdo, Henri Roussel, in un articolo sul Nouvel Observateur, firmato con lo pseudonimo Delfeil de Ton,  ha accusato Charb, il direttore del settimanale satirico tra le vittime della strage, di aver “trascinato la sua squadra verso la morte” pubblicando vignette dal contenuto provocatorio sul profeta Maometto.

Poi il Papa sul volo dallo Sri Lanka alle Filippine, rispondendo alle domande dei giornalisti dei media internazionali che viaggiavano con lui, ha spiegato che “non si può reagire violentemente”, anzi, che è “un’aberrazione uccidere in nome di Dio”, però ha continuato affermando che "se il dottor Gasbarri [l’organizzatore dei viaggi papali, che si trovava a fianco del Pontefice], che è un amico, dice una parolaccia contro mia mamma, gli aspetta un pugno", lasciando intendere, con l’esempio dell’offesa alla mamma, che toccando ciò che le persone hanno di più caro a volte possono scattare reazioni inconsulte.

Dunque si comincia a dire da più parti che anche la satira e quindi la libertà di espressione incontrano dei limiti, in particolare che non si dovrebbero offendere i sentimenti religiosi altrui.

Anche a me è capitato di parlare con persone che si sono sentite offese da alcune vignette sulla religione cristiana, in particolare quella sulla Trinità. Qualcuno mi ha detto che dopo aver visto certe vignette non si sente più Charlie.  Il concetto è che "chi offende il mio Dio, offende me" . Anche se nessuno di loro giustifica l'assassinio, in sostanza è come se dicessero che i vignettisti di Charlie Hebdo se la sono andata a cercare e che anche la satira deve avere dei limiti.

Ma la satira si è sempre scagliata sia contro il potere che contro la religione che comunque è una forma di potere, tanto più nei paesi dove non esiste distinzione tra potere politico e potere religioso. Certo che la satira può  essere greve, certo che la satira è offensiva, altrimenti non è satira. Poi ovviamente anche la satira può essere criticata. E chi si sente offeso potrà sempre ricorrere ai tribunali. Il codice penale stabilisce pene  per la diffamazione e la calunnia e anche per le offese a una confessione religiosa. Ma la libertà di espressione dovrebbe essere assoluta. Ora io penso così perché, non seguendo alcuna religione e avendo una visione assolutamente laica, mi resta anche difficile immedesimarmi in chi dice "chi offende il mio Dio, offende me". Però se qualcuno offende me lo prenderei volentieri a calci, come minimo, poi ovviamente, poiché sono una persona civile, mi rivolgo a un tribunale.

Poi ci si potrebbe domandare se non debbano esserci limiti nel caso di incitamento all'odio razziale o addirittura al terrorismo.

Proprio in questi giorni in Francia è stato arrestato il controverso comico francese di origine camerunense, Dieudonné, noto per i suoi atteggiamenti provocatori e accusato spesso di antisemitismo. Dieudonné, che aveva partecipato alla marcia di domenica scorsa a Parigi, tornato a casa, aveva scritto sul web il messaggio "Je suis Charlie Coulibaly", spiegando poi in una lettera al  ministro dell’Interno, Bernard Cazeneuve, di sentirsi considerato "come Amedy Coulibaly" (l'attentatore del supermercato Kosher) ma di "sentirsi Charlie". E' stato scarcerato ma rinviato a giudizio per "apologia di terrorismo".

Dunque c'è un limite?

E si può scherzare sulla Shoa? O si può negarla? Nell'ottobre 2013 ci fu una grossa polemica in Italia per le affermazioni del matematico Oddifreddi che aveva criticato un decreto approvato in Senato in cui si equiparava a un reato la negazione dell’Olocausto perché "affidarsi non alla storia, ma alla legge, per stabilire cosa è successo nel passato è tipico dei sistemi autoritari alla 1984, e non a caso Orwell parla al proposito di psicoreati, perseguiti da una psicopolizia". Quindi, rispondendo al commento di un lettore che definiva il processo di Norimberga un’opera di propaganda,  si dichiarava d’accordo affermando che se la guerra fosse andata diversamente sarebbero stati gli alleati a essere processati per crimini di guerra, e infine, con riferimento all'Olocausto, esprimeva forti dubbi "su quanto il ministero della propaganda alleata ci ha presentato come verità storica".

E il "politicamente corretto", che spesso sfocia nel ridicolo (pensiamo, ad esempio, al genitore 1 e al genitore 2), non è anch'esso una forma di limitazione della libertà di espressione?

Certamente la questione, sotto certi aspetti, è controversa, ma, a mio parere, la libertà di espressione non può avere limiti.   

martedì 25 marzo 2014

L'affermazione del Fronte Nazionale di Marie Le Pen alle elezioni comunali francesi. Un segnale per l'Europa.

Tutti preoccupati per il risultato ottenuto in Francia alle elezioni comunali dal Fronte Nazionale di Marie Le Pen. Si parla di populismo e di fascismo. Strano che pochi giorni fa sia andato al governo in Ucraina un partito di estrema destra, quasi o del tutto nazista, ma di preoccupazioni in giro se ne siano viste poche, forse perché quei nazisti lì sono europeisti e quindi sono buoni, anche se certo l'Ucraina non è la Francia né l'Italia.

Ieri Marie Le Pen ha commentato "In alto ci sono i socialisti e i sarkozysti, l'euro e l'Europa, l'immigrazione e il libero mercato. In basso c'è il popolo. E ci stiamo noi."

Dunque si è venuta a creare una situazione per cui destra  e sinistra vengono accomunate come espressione dello stesso establishment, della stessa classe dominante, che non fa gli interessi del popolo e del proprio paese ma quelli di organismi superiori europei non eletti. E se questa è la percezione di un largo strato della popolazione è inevitabile che  i movimenti che si richiamano all'identità nazionale acquistino consenso anche da parte di chi glielo avrebbe negato fino a poco tempo fa.

Sta accadendo anche in Italia. E ovviamente ci sono molti timori per quel che succederà alle imminenti elezioni europee dove è prevedibile una grande affermazione di partiti e movimenti antieuropeisti. Renzi già avverte che "Le elezioni europee non sono un referendum su di me e sul governo"!

Ma non si sono ancora resi conto che la ricetta europea dell'austerità sta peggiorando la crisi economica e che comunque c'è una sempre maggiore insofferenza per i "compiti a casa" imposti dall'Europa e dalla Merkel? Io questa espressione che sto ascoltando da più di due anni non la sopporto più, per non parlare dei sorrisini dei commissari europei e del fatto di essere stati inclusi tra i "pigs"(maiali). Ma come può uno stato sovrano accettare tutto questo? E chi è la Merkel? E' stata per caso nominata Presidente della Federazione Europea che non esiste? O siamo stati annessi alla Germania e non ce ne siamo accorti?

Certo non si può dimenticare che la crisi italiana dipende in larga parte da gravi problemi strutturali interni mai risolti e che l'euro e questa Europa l'hanno solo peggiorata, ma risolvere quei problemi è compito e responsabilità del nostro governo e non deve essere, né essere percepito, come un'imposizione dall'esterno.




venerdì 13 dicembre 2013

La crisi, la cura europea e le proteste

La situazione mi sembra un tantino complicata. 

Era inevitabile che qualcuno cominciasse a scendere in piazza. Le motivazioni per protestare non mancano. La classe politica è screditata, la crisi economica non accenna a risolversi. 

Sono in molti a definire pessime le cure che l'Unione Europea, o meglio, le sue istituzioni finanziarie impongono ai paesi aderenti. 

Intanto negli Stati Uniti si adottano politiche opposte, anche perché la Federal  Reserve stampa moneta, e le cose vanno molto meglio. 

Così molti, non solo in Italia, additano l'Europa come causa della crisi e i partiti e i movimenti anti europei acquistano sempre più consensi. Ma c'è ovviamente che la pensa diversamente. 

Nella trasmissione Servizio Pubblico appena conclusa, il giornalista Federico Rampini, pur sottolineando che le misure messe in atto in Europa sono sbagliate, affermava che non si può dare colpa all'Europa di certi mali endemici italiani. 

Non è colpa dell'Europa se l'Italia non cresce da 20 anni, non abbiamo certo importato dalla Germania la corruzione della classe politica, né l'atavica incompetenza e inefficienza del ceto politico-amministrativo che non è stato nemmeno in grado di spendere i contributi concessi dall'Europa o magari li ha fatti gestire dalla mafia, dalla camorra  e dalla 'ndrangheta. 

Per questi motivi Rampini sosteneva che non possiamo perdere l'aggancio con l'Europa perché precipiteremmo nei nostri mali atavici e non ci riprenderemmo più, che quindi l'Europa sarebbe la via maestra. 

Ora non ci sono dubbi che criminalità organizzata, inefficienza, corruzione, ma anche la scarsa capacità di certa classe imprenditoriale italiana che ora piange, ma che in passato non è stata capace di rinnovarsi e di far fronte alle sfide di un mondo in evoluzione, sono mali tipicamente interni e che non hanno niente a che vedere con l'Europa. 

Tuttavia mi sembra  contraddittorio affermare che le politiche dell'Unione Europea non sono in grado di dare risposte alla crisi, che anzi l'aggravano, e poi concludere che comunque l'Europa è la via maestra. Sarebbe necessario e urgente rivedere il modo di stare nell'Unione, ma non mi pare che il governo in carica abbia alcuna intenzione di farsi sentire in merito e del resto non ne avrebbe neanche l'autorevolezza. 

Intanto la crisi morde e la gente giustamente protesta. 

Poi certo tra chi protesta c'è di tutto, anche quelli che minacciano di bruciare i libri, quelli che fanno il saluto romano e quelli che inneggiano alla mafia sostenendo che la mafia li fa star bene. 

Pertanto gravi rischi di strumentalizzazioni e anche di derive pericolose ci sono. 

Credo tuttavia che la maggioranza di coloro che scendono in strada siano persone che vogliono solo manifestare il loro sdegno per una classe politica la cui deriva etica e la cui inefficienza non hanno uguali in Europa e altre che sono veramente disperate perché non riescono più a vivere dignitosamente. 

Purtroppo non mi sembra che per il momento dai palazzi del potere si dimostri di aver capito qualcosa, mentre stampa e televisione appuntano l'attenzione più su certi episodi, certamente gravi, che sulle vere motivazioni della protesta.

venerdì 6 dicembre 2013

I Forconi annunciano la rivoluzione per il 9 dicembre, ma ne parlano solo i network. Sarà un flash-mob?

Sul web si parla di una manifestazione indetta per il 9 dicembre e che dovrebbe bloccare il paese per 5 giorni. I quotidiani e gli altri media non ne parlano. Sul gruppo di Facebook “Coordinamento Pistoia 9 dicembre 2013”, al quale mi sono trovata iscritta senza averlo chiesto (e mi domando se non sarebbe più carino proporre l'iscrizione invece di iscrivere direttamente), c'è  un volantino nel quale si invita a scendere nelle piazze contro il far west della globalizzazione che ha sterminato il lavoro degli italiani, contro questo modello di “Europa”, per riprenderci la sovranità popolare e monetaria, per riappropriarci della democrazia, per il rispetto della nostra Costituzione, contro un governo di nominati e di parassiti e per difendere la nostra sacrosanta dignità. Il volantino è firmato coordinamento nazionale per la rivoluzione del 9 dicembre 2013.

Ah, allora si tratta di una rivoluzione? Mi sembrava di ricordare che le rivoluzioni si fanno ma non si annunciano. Non mi risultava che la presa della Bastiglia e del Palazzo d’Inverno fossero state annunciate qualche settimana prima, anche se certamente le rivoluzioni cui diedero inizio erano state preparate da tempo, c’erano i leader e i finanziatori, questi ultimi talvolta insospettabili. Eventualmente si annunciano le marce su Roma, specialmente quando si sa che i rischi sono minimi, che chi dovrebbe far rispettare l'ordine chiuderà un occhio o anche entrambi, perché così vuole il vecchio potere che vacilla, anche se poi le cose possono sempre sfuggire di mano.

Inoltre quando mai le rivoluzioni si fanno pacificamente chiedendo addirittura l'autorizzazione alle Questure?

Magari il termine è stato usato in senso simbolico, tuttavia se, come mi sembra di avere capito, il risultato che si mira a ottenere con la manifestazione è la cacciata di  questa classe politica, che certo se lo meriterebbe, cosa altro sarebbe se non una rivoluzione? Ma allora qual è il progetto alternativo che si intende perseguire, qual è il nuovo tipo di società che si vuole costruire?
E poi dov'è la classe politica di ricambio? Dove sono i Danton, i Robespierre o i Lenin? Dove le idee?

Mi sembra tutto molto vago.

Ho cercato di reperire notizie, almeno sugli organizzatori, ma non ho trovato molto.
   
Qualcuno, sempre nel gruppo di cui sopra, ha postato l’indirizzo di questo sito , ma su Twitter altri dicono che detto sito non ha niente a che vedere con
il movimento e che l’indirizzo ufficiale è invece questo . Non ho avuto modo di confrontare a fondo i siti. I video postati sembrano gli stessi. Quel che è certo è che di chiarezza mi pare ce ne sia poca al di là di generiche velleità di protesta.

Mi domando infatti cosa  significa dire che la globalizzazione ha sterminato il lavoro degli italiani. Noi non dovevamo competere con i cinesi, ma dovevamo impegnarci nella valorizzazione dei prodotti di eccellenza, come fanno i tedeschi. Poi magari sarebbe stato opportuno controllare certi capannoni dove tutti sapevano che c’erano cinesi schiavi a lavorare quasi per niente e che quindi certi prodotti scadenti non potevano che arrivare anche sui nostri mercati a far concorrenza ai nostri prodotti scadenti, non certo alle eccellenze. Se la nostra produttività non cresce da 15 anni, vuol dire che per qualche motivo ci siamo fermati, che la nostra classe imprenditoriale non è granché, che era già in crisi da tempo, che non si è valorizzato il merito, che non si è speso in innovazione. La nostra industria non si è rinnovata, non è stata in grado di affrontare un mondo in evoluzione. La crisi è molto precedente alla crisi. C’era chi lo aveva capito, ma forse non è stato in grado di farlo capire. Basterebbe leggere alcuni scritti profetici di Pasolini o il romanzo “Le mosche del capitale” di Paolo Volponi. Quest’ultimo, uscito nel 1989, è ambientato nella realtà industriale  della seconda metà degli anni ’70, ed è interessante per capire la crisi odierna, anche se purtroppo, a mio parere, è illeggibile (la sostanza c’è, ma lo stile è respingente).

Concordo con la necessità di combattere contro questo  modello di “Europa”, che è l’Europa della finanza e non dei popoli e che certamente ha poco a che vedere con le intenzioni dei padri fondatori, quando ancora c’erano degli ideali, quanto al riprenderci la sovranità popolare e monetaria, pur ritenendo che non si possa continuare a subire i diktat della BCE, che peraltro non è un organismo eletto, mi domando anche se tornare alla lira non sarebbe un rimedio peggiore del male. Non sarà poi che attribuire le cause della crisi all’unione monetaria sia un modo per nascondere le vere magagne del paese? Certamente l’unione monetaria senza l’unione politica è stata un azzardo che ha determinato nefaste conseguenze soprattutto per i paesi come il nostro che per entrarvi a tutti i costi hanno accettato condizioni capestro come il rapporto di  1936, 27 lire per 1 euro. Tuttavia mi domando anche come staremmo, pur con l’euro, se non avessimo criminalità organizzata, corruzione, clientelismo, pletorica burocrazia, giustizia inefficiente, evasione fiscale, e via elencando.

Premesso ciò, chi c’è dietro la rivoluzione del 9 dicembre, intendo soprattutto a livello nazionale? Qualcuno sostiene che ci sia il movimento di estrema destra Forza Nuova. Magari si tratta di un tentativo di screditare la manifestazione (rivoluzione?) da parte dei soliti noti. Quel che è certo è che Forza Nuova aderisce (vedere il sito). L’unica cosa certa è che non si sa molto degli organizzatori, di dove vengano, quali siano le loro idee e appartenenze, se ci sono. Qualcuno sempre su Facebook sostiene che l’idea è nata così, che non c’è nessuno dietro, solo il popolo stanco e arrabbiato. Nessuno può credere a una cosa del genere. Non si tratta di un flash mob! Sono tuttavia convinta che molti di coloro che parteciperanno all’evento siano in buona fede, che molti pensino davvero che l’iniziativa sia spontanea, solo che personalmente non ci credo e mi sembra anche strano che sui quotidiani e gli altri media non ci si preoccupi, che nessuno abbia qualcosa da dire. E la cultura? E gli opinionisti dei quotidiani?

Dei due siti intitolati al 9 dicembre che ho trovato, nel primo, a livello nazionale compaiono tre nominativi,  nell’altro ci sono solo i link  a dei gruppi che rimandano a pagine di Facebook.

E chi sono questi tre?

Uno è Danilo Calvani dei Comitati Riuniti Agricoli, leader storico dei sindacati autonomi degli agricoltori di Latina, che addirittura  invita gli italiani a fare scorta di cibo prima del 9 dicembre. Sulla sua pagina di Facebook  conclude uno dei suoi proclami con “W l’Italia e che Dio ci benedica tutti”! E Dio in politica non mi piace proprio.

Un altro è Mariano Ferro, leader dei Forconi siciliani, di cui non si sa molto, se  non che è un imprenditore di Avola. Sulla sua pagina di Facebook era annunciato per oggi alle 16,30 su Radio 24 un confronto con Oscar Giannino (qualcuno lo ha sentito? Mi sarebbe piaciuto, perché sarà stato divertente, ma ero impossibilitata).

Infine Lucio Chiavegato, ex-presidente L.I.F.E. (Liberi imprenditori federalisti europei)  che si batterebbe per la libertà del popolo veneto o almeno  così si presenta sul suo sito.

Da qualche parte ho trovato anche un riferimento a un certo Prof. Vito Monaco, mai sentito prima, conduttore di una trasmissione su canale Italia (canale 53 del digitale terrestre) dal titolo Notizie oggi.

I primi due sono comunque collegati al movimento dei Forconi e con i Forconi c'era anche Antonio Pappalardo ex Carabiniere (amico del principe siciliano Alliata di Monreale, il nobile “nero” legato a Junio Valerio Borghese e alla Massoneria deviata), che l'anno scorso alla testa di qualche centinaio di agricoltori del sud pontino voleva marciare su Roma. Non so se l'abbia fatto e se sia ancora attivo oggi.
E’ l’unico di cui si trova notizia anche su Wikipedia.  Rappresentante del Cocer (organo di rappresentanza dei carabinieri)  nel 2000, con un documento “sullo stato morale e sul benessere dei cittadini”, mette in allarme il mondo politico con l’invito rivolto all’arma dei carabinieri a fondare “un nuovo stato”!

Sarebbero questi i leader in grado di dare una svolta al paese?

E poi tutta la vicenda puzza un po’ e sa di già visto. Ricordate lo sciopero dei trasportatori e quello delle casseruole in Cile cui seguì la dittatura di Pinochet? 

Purtroppo è nei periodi di crisi, non solo economica, ma anche morale e culturale, che si affermano certe ideologie. La storia insegna. Personalmente non ho appartenenze, anche se ne ho avute in un passato molto lontano. Credo nella giustizia sociale, nell’uguaglianza di partenza per tutti, nell’equità, però non tollero più e da anni il vuoto della sinistra italiana che da una parte continua  a proporre  certi stereotipi, certo politically correct, che talvolta sconfina nel ridicolo , certo falso egualitarismo che rifiuta la meritocrazia e condanna il paese all'inefficienza, e dall’altra non fa più da tempo opposizione né distingue il comportamento dei propri esponenti da quello di quasi tutti i politici preoccupati di mantenersi le poltrone  e di arraffare, senza risolvere alcuno dei gravi ed endemici problemi del paese. Mi considero un'eclettica, disposta a prendere quel che ritiene buono da qualsiasi parte provenga, escluse certe ideologie che la storia ha condannato, ma voglio avere il tempo di valutare, di informarmi, voglio sapere in che direzione si va. Per questo non credo che parteciperò a questa manifestazione o ad altre iniziative del genere, almeno finché non avrò chiarezza sui fini che si pone il movimento e sulle provenienze e appartenenze di chi lo dirige, però magari andrò a dare un'occhiata.

Certo di ragioni per protestare ce ne sono da vendere, non solo per la crisi economica, di cui in Italia molti di noi si sono veramente accorti solo nel novembre del 2011 (anche se nell’immaginario collettivo erano rimasti impressi gli impiegati della Lehamn & Brothers che nel settembre 2008 uscivano con i loro scatoloni), ma per la crisi etica che coinvolge la politica, a tutti i livelli.

Abbiamo un parlamento esautorato, e non solo per la decisione di ieri della Corte Costituzionale che ha bocciato il “porcellum”, ovvero la legge con la quale si vota dal 2005, e che fa del Parlamento un organo di nominati più che di eletti, ma anche perché ormai non legifera quasi più, mentre a partire dal novembre 2011 i governi sono imposti dall’alto. Intanto e da tempo alla politica si è sostituita la magistratura, e non solo quella dell’Alta Corte che ieri ha tolto di mezzo il “porcellum”, facendo ciò che il Parlamento avrebbe dovuto fare da anni, ma anche quella penale, basti pensare alla vicenda dell’Ilva di Taranto e a molte altre.

Bisogna tuttavia riconoscere che un alto livello etico non c’è neanche nella società civile, e del resto la politica non viene da Marte. Il senso civico è stato smarrito da molto tempo, basti vedere certi comportamenti alcuni considerati anche veniali, ma che in altri paesi sarebbero ostracizzati (professionisti che non rilasciano ricevuta fiscale e clienti che non la pretendono, pessimi lavoratori, soprattutto negli enti pubblici, che non hanno doveri, ma solo diritti, carrieristi di facciata senza alcuna sostanza, perché privi delle necessarie competenze, per arrivare alla gente che  sale sugli autobus e non paga il biglietto e a quelli che  lasciano le carte per terra e gli ingombranti all’angolo delle strade o lungo i sentieri di montagna, ecc.). Quindi se il paese è allo sfascio, anche se le maggiori responsabilità ricadono su chi ci rappresenta, che dovrebbe essere migliore, per capacità e onestà, ma così non è, le colpe, con le giuste proporzioni,  sono un po’ di tutti. E’ peraltro vero che per il Parlamento nazionale, con il “porcellum”, non avevamo più la possibilità di esprimere preferenze, ma almeno a livello di enti locali certi individui si poteva non votarli e non votare i partiti che li presentavano (tanto per fare un nome, Fiorito è stato eletto con moltissime preferenze, e certamente chi l’ha votato non doveva essere animato da grandi principi etici).

La situazione è grave, precaria, confusa e alquanto pericolosa.

Mi domando se ci sia un modo per uscirne e se i cittadini onesti e stanchi di una politica inefficiente e corrotta possano ancora fare qualcosa per rimettere in carreggiata questo paese, visto che chi lo dovrebbe fare non è capace o non vuole farlo, e, nel caso, con quali  modalità, mezzi, strumenti.

Una manifestazione possente e pacifica potrebbe avere un significato e magari indurre una parte della politica a cambiare passo. Vedo che c'è molto entusiasmo tra i partecipanti, ma sono i presunti organizzatori che mi danno da pensare.

giovedì 21 novembre 2013

L'abolizione delle Province tra propaganda e complicazioni

E’ di stamani la notizia che tra gli emendamenti presentati dal governo alla legge di stabilità al vaglio del Parlamento c’è anche quello che prevede di  bloccare le elezioni provinciali (peraltro mi domando quanti andrebbero a votare) con una norma che proroga i poteri dei commissari straordinari, ciò al fine di evitare di rinnovare gli organi di enti che tutti dicono di voler abolire  anche se farlo sembra piuttosto complicato.

Ho comunque l’impressione che l’abolizione delle Province sia una proposta che è stata data in pasto a noi cittadini, giustamente stanchi degli sprechi di certi enti (ma le Regioni, come ci dicono le cronache, hanno sprecato, e malversato di più), a scopo di propaganda, come se da questa riforma dovesse passare il risanamento del paese e dell’economia. La stessa cosa che sta avvenendo per la vendita del patrimonio pubblico (è stato proposto anche di privatizzare le spiagge!) e delle partecipazioni statali in Eni, Enel e quant’altro, e per la privatizzazione dei servizi pubblici. Sempre meno Stato, è la ricetta dei liberisti estremi, perché lo Stato è la causa di tutti i mali, invece privato è bello. Poi forse non è proprio o sempre così, ma certamente ci sono delle  ragioni che portano a sostenere certe tesi, e stanno nel cattivo funzionamento della Pubblica Amministrazione e negli sprechi che poi in larga parte sono una conseguenza della corruzione che è il vero male da sradicare.

Tornando all’abolizione delle Province c’è anche da considerare che probabilmente il risparmio che ne deriverebbe per la spesa pubblica non sarebbe esaltante. In questo studio dell’Istituto Leoni si calcola un risparmio di circa 1,9 miliardi di euro l'anno considerando oltre ai 130 milioni di euro per gli emolumenti dei politici, che non sarebbero poi gran cosa, le spese di funzionamento  e quelle per il controllo sugli enti. Altri parlano di circa 800 milioni. C'è tuttavia da considerare che si aboliscono gli enti ma non le funzioni che sarebbero attribuite ai Comuni  e continuerebbero pertanto ad avere dei costi,  compresi quelli del personale che parimenti sarebbe assegnato ai Comuni (anche se nel tempo ci sarebbero delle riduzioni).  Si tratterebbe certo di una razionalizzazione, ma che non darebbe frutti immediati, anche perché si dovrebbero mettere nel conto le spese per il processo di riorganizzazione. Se a ciò si aggiunge che si vogliono istituire le Città Metropolitane, peraltro previste dalla Costituzione dopo la riforma del 2001, avrei dei dubbi sull’entità del risparmio.

Altro luogo comune che circola è che per abolire le Province basta volerlo  e che se tutti i tentativi falliscono è ovvio che ciò dipende dagli interessi dei politici. E’ evidente che ci sono degli interessi, se non altro quelli di chi perderebbe l’incarico e di chi non potrebbe più candidarsi alle prossime elezioni provinciali, per non dire che ogni ente è un veicolo attraverso il quale passano la corruzione e il clientelismo in cui tanti sguazzano. Tuttavia se si vuole dare una giusta informazione, bisogna anche dire che le Province sono previste dalla Costituzione (art.114) e che pertanto si possono abolire solo con una legge costituzionale. E a questo proposito mi domando se il Parlamento attuale sia in grado di fare una riforma costituzionale. Non mi pare. Francamente non so se il famoso comitato dei saggi abbia prodotto qualcosa, mi pare tuttavia che il livello culturale sia sempre più basso e che le leggi, anche quelle ordinarie, e i decreti legge, che vengono sfornati in quantità industriale, non siano ben fatti e neanche ben scritti. Poi sarebbe necessaria anche una certa capacità di mediare tra le varie istanze, ma questi  si scannano per tutto, tranne che quando si tratta di fare gli interessi loro.

Si sa che l'abolizione delle Province è questione annosa. Se ne comincia a parlare già dopo l’istituzione delle Regioni negli anni ’70 del secolo scorso. Tuttavia dopo poco ci se ne dimentica e alle 95 province esistenti, 91 dalla nascita della Repubblica, e 4 aggiunte nel 1974, se ne aggiungono ben 15 tra il 1992 e 2009, per un totale di 110.

La questione torna di moda negli ultimi anni e in particolare con la crisi economica sembra divenire la panacea di ogni male.

Ci prova il governo Monti con D.L. 6 dicembre 2011, convertito nella L. 22 dicembre 2011, n. 214, che prevede la devoluzione secondo leggi regionali o statali dei poteri delle Province a Comuni e Regioni entro fine 2012, data poi portata a dicembre 2013, e il mantenimento delle Province come esclusivo organo di coordinamento intercomunale, con i Consigli nominati dai Consigli dei Comuni che ne fanno parte e ridotti a non più di 10 membri, l’abolizione della Giunta, il Presidente della Provincia eletto dal Consiglio Provinciale nel suo seno, come avveniva prima delle riforme del 1993.

Con il successivo decreto-legge 6 luglio 2012 n. 95, convertito  nella legge 7 agosto 2012, n. 135, sempre il governo Monti attribuisce al  Consiglio dei Ministri il riordino delle province sulla base di requisiti minimi, da individuarsi nella dimensione territoriale e nella popolazione residente in ciascuna provincia, definisce una procedura che coinvolge nel riordino le Regioni, stabilisce che le funzioni amministrative e conseguentemente risorse e personale vadano ai Comuni,  istituisce le Città metropolitane  e stabilisce infine che le Regioni a Statuto Speciale adeguino agli stessi principi i propri ordinamenti. 

Si ricorderanno poi sui quotidiani le cartine d’Italia con le varie ipotesi di riordino e le polemiche varie. A mio parere pessima legge da cui non so quanti risparmi sarebbero potuti derivare, tenuto conto anche delle spese di riorganizzazione. Una soluzione probabilmente peggiore dell'attuale,  per non parlare di chi avrebbe pescato nel torbido dei localismi che, a torto o a ragione, fanno parte della nostra storia (solo pensare di accorpare Pisa con Livorno!) .

Ma in data 3 luglio 2013 la Corte Costituzionale dichiara l'illegittimità costituzionale dei provvedimenti di riordino e riduzione del numero delle province italiane, per una questione di metodo; viene infatti contestato l'utilizzo del decreto legge come strumento normativo applicato a una riforma organica e di sistema dell'istituzione provinciale.

Ci riprova il governo Letta con il DDL Delrio. Qui il testo e qui una sintesi video.  Il DDL prevede solo 2 enti a elezione diretta, Regioni e Comuni, mentre le Province, in attesa di essere abolite con legge costituzionale, diventano enti di area vasta con organi costituiti dai Sindaci dell'area che prestano gratuitamente la loro attività. Il progetto prevede anche le Città Metropolitane in numero di 10, corrispondenti alle nostre 10 più grandi città, e le Unioni di Comuni, in sostanza piccoli Comuni che si associano per lo svolgimento di determinate funzioni. Anche gli organi delle Città Metropolitane e delle Unioni di Comuni sono costituite dai Sindaci delle aree interessate che svolgono la loro attività a titolo gratuito.

Questa volta lo stop viene dalla Corte dei Conti che boccia il disegno di legge. Nell’audizione sul provvedimento, che risale a qualche giorno fa, il giudizio della Sezione autonomie della magistratura contabile è netto: basse possibilità di risparmio per gli enti, una volta che il disegno di legge dovesse entrare in vigore a tutti gli effetti, e rischio di confusione amministrativa nell’indefinito periodo di transizione.

Ancora una volta hanno agito gli interessi di chi non vuole l’abolizione delle Province? Certo l’UPI (Unione Province Italiane) è contraria e indica le stesse motivazioni per le quali la Corte dei Conti ha bocciato il progetto.

E' ovvio che nel breve periodo i risparmi sarebbero stati minimi con la compresenza di Province e Città Metropolitane, seppur enti di secondo livello senza spese per gli organi politici, spese queste che comunque risultano meno significative di quelle di funzionamento.

A mio parere però il problema vero non sono tanto le Province in sé, ma le inefficienze e gli sprechi che non riguardano solo gli emolumenti dei politici. Poi ben venga l'eliminazione, con un'efficiente ridistribuzione delle funzioni ai Comuni, ma non si dia ad intendere che con questa riforma, come con le privatizzazioni, si risolvano i problemi del paese.


Quello che deve finire sono gli eccessi di generosità nelle uscite non solo delle Province, ma anche dei Comuni e soprattutto delle Regioni. E se è il caso di abolire le Province, che dire delle Regioni? Era proprio necessario costituirne 20? Quel che è certo è che hanno speso malamente i loro soldi (dalle ambasciate a inutili e risibili iniziative) e addirittura li hanno distratti a fini privati (ci hanno comprato di tutto, dai lecca-lecca, alle scacciacani, ai pranzi di nozze dei politici), ma nessuno parla di abolirle.

E che dire infine degli altri enti inutili sopravvissuti alla riforma del 1970? E se ne creano pure di nuovi che assumono personale per non fare niente. Emblematico il caso dell'AIP (Autorità Idrica Pugliese) che purtroppo non è il solo.

giovedì 14 novembre 2013

Diritti acquisiti e privilegi acquisiti

Stavo facendo altre cose mentre ascoltavo distrattamente il talk show "La Gabbia", quindi non so se ho capito bene, ma mi pare che sia partiti parlando dei molteplici incarichi di Antonio Mastrapasqua, Presidente INPS, per arrivare a dire che bisogna cominciare con il ridurre le pensioni da 3.000 euro (lorde). 

Mi pare che ci sia molta confusione in giro e si sa che la confusione serve sempre a qualcuno. Credo che si stia confondendo tra diritti acquisiti e privilegi acquisiti e che si stia cercando di inserire tra i ricchi persone che tali non sono, anche se certamente  si trovano in una posizione migliore rispetto ai precari e ai disoccupati. Come si fa a considerare privilegi stipendi o pensioni da 3.000 euro lorde, che quindi al netto sono poco più di 2.000 euro? Eppure diversi politici ma anche economisti e opinionisti vari, fanno discorsi di questo genere. I politici peraltro dovrebbero impegnarsi a risolvere i problemi cominciando con il fare i tagli che dovrebbero essere fatti, in primis ai loro privilegi e a quelli di manager come Mastrapasqua (che avrà sicuramente il dono dell'ubiquità per sedersi su tutte le poltrone che ricopre!), se non altro per motivi di giustizia sociale. Politici che hanno sguazzato per anni in questo sistema malato ora stanno facendo della pura demagogia cercando di aizzare coloro che stanno veramente male contro la classe media per deviarli da loro stessi e dai loro amici che vivono di veri privilegi cui corrisponde scarso e a volte nullo impegno personale. Basti pensare agli alti manager che hanno portato alla rovina gli enti che dovevano gestire e hanno per questo ottenuto buone uscite milionarie e pensioni vergognose cui si aggiungono altre prebende e vitalizi vari.

Poiché non si ha alcuna intenzione non solo di eliminare i privilegi, che si definiscono diritti acquisiti nel momento stesso in cui si toccano i veri diritti acquisiti (i diritti di coloro che in base alla legge vigente prima della riforma Fornero avrebbero potuto andare in pensione entro un anno o poco più non erano acquisiti, altrimenti non ci sarebbero stati gli esodati, mentre i privilegi di certi alti manager dello Stato sono, guarda caso, acquisiti e non si possono toccare), ma neanche di razionalizzare le spese della Pubblica Amministrazione, né di rendere quest’ultima più efficiente, né di eliminare gli enti inutili rimasti in piedi nonostante dovessero essere chiusi già negli anni’70 del secolo scorso, allora è ovvio che bisogna andare a prendere i soldi dove è più facile trovarli. Inoltre additare al pubblico ludibrio un funzionario di banca o un dirigente di un qualche Ente rende anche in termini di voti. Si sa che l’odio di classe si esplica maggiormente verso il vicino di casa laureato che svolge mansioni dirigenziali e prende uno stipendio certamente maggiore di quello medio, ma non stratosferico, o verso il pensionato da 3.000 euro lordi, che comunque aveva un titolo di studio e ha svolto il suo lavoro per almeno 40 anni (le pensioni baby che erano, quelle si, anche se minime, una vergogna sono state abolite al tempo del governo Dini e un po’ di tempo da allora  è passato), che verso il “grand commis” dello Stato che non si avrà mai occasione di incontrare e frequentare. Chi ha il potere è furbo, oltre che disonesto, e conta sull’ignoranza e il livore dei tanti a cui continua a darla a intendere.

Ci stiamo forse dimenticando anche di due principi sanciti dalla nostra Costituzione.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società (art.4, comma 2)
Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa(art.36, comma 1).

Da questi due articoli si ricava che tutti hanno il dovere di svolgere un'attività per contribuire al progresso della società cui corrisponde il diritto a una retribuzione dignitosa, ma anche che questa retribuzione deve essere proporzionale all'impegno e quindi anche che chi più si impegna merita di più, entro certi limiti ovviamente. Un rapporto di 1 a 10 è giusto, di 1 a 400 è vergognoso.   

Si sta anche dicendo che è ingiusto il calcolo della pensione con il sistema retributivo (tutti quelli che ci sono già andati o che sono in procinto di andarci), ma a mio parere l’ingiustizia vera sta nel fatto che ci siano pensioni da fame. Non è che da anziani si spende meno che da giovani (le spese per i bisogni primari, ma anche per il vestiario, la cultura, i viaggi e il c.d. superfluo che comunque rende piacevole la vita sono le stesse, e quando si diventa davvero vecchi, se ci si arriva, si devono considerare anche le maggiori spese sanitarie, tanto oltre un certo reddito si paga quasi tutto, o quelle per un aiuto in casa).

Quello che si dovrebbe fare è porre veramente un limite ai privilegi e tagliare tutto ciò che è inutile. Sono ansiosa di vedere cosa farà il nuovo Commissario per la razionalizzazione della spesa, Carlo Cottarelli (e mi domando se di un Commissario c'era necessità, tenuto anche conto degli scarsi risultati del precedente Enrico Bondi, nominato da Monti, e mi sfugge se ce ne sono stati altri), al quale intanto è stato fissato un corrispettivo di € 300.000, va bene lorde, ridotte a 260.000 ( più di 4 volte quanto prende un c.d. ricco secondo i parametri di certi nostri politici che hanno scoperto le ingiustizie), perché il suddetto, bontà sua, ha rinunciato a qualcosa (siamo tutti commossi!). Cottarelli ha già presentato il proprio programma di lavoro al Comitato interministeriale per la Revisione della spesa  che si riunirà nei prossimi giorni per esaminarlo, bla, bla, bla…

Poi ci sarebbe da parlare delle Province (è di pochi giorni fa la bocciatura della Corte dei Conti del disegno di legge Delrio) sulle quali mi riservo di fare un post a parte, ma intanto mi domando anche se siano necessarie 20 Regioni, per non parlare di come hanno speso i nostri soldi in questi anni. Quasi tutte sono state toccate da scandali con interi consigli regionali indagati e diversi consiglieri e assessori arrestati. Sembra che soprattutto il peculato (utilizzo di denaro pubblico per spese private, dai pranzi di nozze alle scacciacani) fosse la norma.

Intanto in Parlamento si sta litigando sul D.D.L di stabilità sul quale sono stati presentati vagoni di emendamenti. C’è stata pure la proposta di vendere le spiagge avanzata sia dal PDL, ma anche da un gruppo di parlamentari PD, anche se poi è stata ritirata. Si, credo che la strada sia proprio quella di vendere il vendibile, magari anche il Colosseo o il Ponte Vecchio a Firenze o il Palazzo Ducale a Venezia, di cedere anche tutte le nostre industrie strategiche, di privatizzare tutti i servizi pubblici, di mettere altre tasse (dopo la Tares, che doveva essere sostituita dalla Trise, è saltata fuori la Tuc!), e di far diventare povera la classe media (e poi vediamo chi entra ancora in un negozio a comprare qualcosa che non sia strettamente necessario alla sopravvivenza). L’importante è che i soliti continuino a fare la vita di prima, rubando e sprecando, anche a costo di vendere a saldo l’intero paese ai privati, possibilmente stranieri. Del resto chiamare lo straniero è stato il nostro sport nazionale  dalla caduta dell’impero romano in poi.



giovedì 7 novembre 2013

Le frequentazioni del Ministro della Giustizia

Il Ministro della giustizia può anche interessarsi della sorte di un carcerato che sta male, qualunque sia la sua condizione economica. Si dice del resto che la Cancellieri sia intervenuta anche per altri.

Tuttavia compito del Ministro sarebbe in primo luogo di trovare le soluzioni al problema delle carceri e della giustizia e non di interessarsi dei singoli casi specialmente quando riguardano gli amici suoi. 

Ma quello che è più grave è l'evidente conflitto di interessi. 

Ormai è storia nota che il figlio del Ministro abbia lavorato per breve tempo per FonSai ottenendone una buonuscita milionaria. 

Ma quello che viene fuori, anche dai servizi andati in onda nella puntata di stasera del talk show di LA7 "La Gabbia", nonché da diversi articoli sui giornali e su internet, è un rapporto molto stretto e di lunga data della Cancellieri con i Ligresti che, anche prima degli arresti del luglio scorso per falso in bilancio e manipolazione del mercato, erano considerati imprenditori "di sistema" per il rapporto "disinvolto" con la politica e che, proprio per questo, forse non erano tra le persone più consone alla frequentazione da parte di una persona che ricopre prima il ruolo di Ministro dell'Interno e oggi quello di Ministro della Giustizia. 

Sarebbe stato opportuno che ne avesse preso le distanze almeno dall'assunzione di quei ruoli, invece ci sono forti sospetti che si sia spesa in favore degli amici anche come Ministro dell'Interno. 

Sia nel talk show che in questo articolo si parla di un rapidissimo sgombro della Torre Guelfa a Milano, di proprietà dei Ligresti, che era stata occupata da un centro sociale, quando per queste procedure ci vuole in genere molto più tempo. Nel servizio andato in onda stasera è stato registrato il colloquio di un poliziotto con uno degli occupanti in cui si parla di pressioni dall'alto in un momento (maggio 2012) in cui la Cancellieri era Ministro dell'Interno, anche se queste sono solo supposizioni.  

Quel che è ovvio è che un ministro non si mette a disposizione, non dice conta su di me per qualsiasi cosa e non dice che una decisione della magistratura è un'ingiustizia. 

L'ingiustizia sta nella condizione delle carceri che lei in quanto Ministro della Giustizia avrebbe avuto il compito di risolvere. Il suo comportamento ribadisce invece la nota situazione per la quale se hai dei problemi e un ministro amico una soluzione si trova, altrimenti ti arrangi.